Da “Eyes wide shut” a “L’ora di religione” passando per Freud

Castellitto, come Cruise, si produce in un viaggio che orizzontalmente percorre e valica continuamente stanze e luoghi (esegetico, come nel film di Kubrick, il discorso che Bellocchio fa sul varcare porte come fossero mondi e stadi ulteriori), e verticalmente gli “alloggi” del suo inconscio.

Vi ricordate la sequenza che in “Eyes wide shut” dà il via agli eventi e fa precipitare Tom Cruise nel baratro senza fine di uno smarrimento che sa di morte? quella in cui la Kidman gli confessa che per un altro lo avrebbe lasciato, lasciata la figlia, lasciato tutto, tutto, tutto? Lì, in quella sequenza che cristallizza il volto di Cruise ma lascia libera la sua coscienza di digredire, troviamo scolpita a caratteri freudiani la risposta che Cruise avrebbe dato alla moglie se solo la telefonata non lo avesse interrotto, e che Castellitto pronuncia, con il medesimo smarrimento, di fronte al prete che gli ha appena annunciato la prossimità della canonizzazione di sua madre: “Lei mi ha dato una notizia incredibile, del tutto estranea alla mia vita”. Proprio in quel momento, cruciale e iniziatico come il primo vagito, Kubrick e Bellocchio intraprendono quella strada che porterà il loro personaggio all’alba di una nuova luce, di una nuova coscienza. Castellitto, come Cruise, si produce in un viaggio che orizzontalmente percorre e valica continuamente stanze e luoghi (esegetico, come nel film di Kubrick, il discorso che Bellocchio fa sul varcare porte come fossero mondi e stadi ulteriori), e verticalmente gli “alloggi” del suo inconscio. Ed eccoci subito fiondati al collante, a Sigmund Freud, colui che come una sorta di “DNA mitocondriale” lega imprescindibilmente attraverso, ma non solo, il suo saggio sul perturbante, Kubrick a Bellocchio. Perturbante, o meglio, l’“heimlich” (parola così ambivalente da coincidere addirittura col suo opposto “unheimlich”).

Il significato più profondo che Freud conferisce alla parola “perturbante” è da rilevarsi nella paura di un elemento ben noto e radicato da tempo nella psiche e che per svariati motivi riemerge alla luce dopo che il processo di rimozione lo aveva reso estraneo. Per i due registi in questo caso, e non solo, è unheimlich la famiglia. D’altronde a questo riguardo Bellocchio si esprime dicendo “Noi sappiamo che la famiglia, sia essa alto borghese, medio borghese, piccolo borghese, che l’istituzione familiare, in definitiva, produce follia”. Castellitto all’incredibile notizia che lo ha visto tenuto all’oscuro appunto dalla sua stessa famiglia si sente salire un conato di angoscia che era ormai sopito nell’ “endosfera” del suo inconscio, riemergendo lo costringe a riconsiderare e a riaffrontare ciò che era stato rimosso. A riformulare e a ricercare nuove risposte a domande da tempo sdoganate: il suo ateismo, il rapporto con la religione, con la madre, con il padre. Quando Ernesto dice “Bisogna mandare a fare in culo i padri e le madri radicalmente” non fa altro che suggerire quella rimozione in passato da lui attuata e che il fratello seguirà in penoso ritardo solo all’atto della duplice e catartica bestemmia: porcodio (padre), porcamadonna (madre).

Come abbiamo detto, Ernesto Picciafuoco dovrà rivedere se stesso alla luce di una epifania che lo costringerà, grazie ad una sorta di regressione fisica nelle “vesti” di suo figlio, a ridomandarsi, e dunque a rispondersi. E questa retrocessione, questo on the road dell’anima ha inizio proprio in quel banchetto liturgico (anche qui illuminante il richiamo, suffragato dalla musica orientaleggiante, a “Eyes wide shut”), dove Ernesto Picciafuoco incontra il Conte Bulla, colui che di primo acchito sembra essere un personaggio marginale ma che scopriamo rivelarsi fondamentale con una frase che brutalmente conferma ciò che sopra abbiamo esposto: “Bisogna storicamente regredire sino in fondo al buio… al primo vagito”. Ecco allora che quella sfida a duello che sembrava una stramberia fuori tempo e luogo, troverà la sua ragion d’essere nel prefinale, quando il percorso di Ernesto sarà concluso, quando tutte le porte delle stanze saranno oltrepassate, quando insomma la nuova coscienza sarà pronta a riemergere alla luce del mattino. E se è vero che è il mattino ad avere l’oro in bocca, il duello al fioretto, che è un’arma che rimanda allo sport praticato dal figlio e sottolinea ancora una volta la regressione di Ernesto, non poteva consumarsi che all’alba. Ernesto vuole combattere, vuole confrontarsi come non ha mai fatto e chiudere definitivamente una pratica rimasta aperta, spalancata sul lontano passato. Ernesto, come era lecito freudianamente aspettarsi, non consumerà la sua sfida a duello ma il suo spasmodico tremore confermerà positivamente , come le lacrime e i volti detersi della coppia Cruise-Kidman, che l’epidermide protettiva del rimosso è ormai divelta. Ora, senza quella pelle, il freddo lo abbraccia come non ha mai fatto.
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