“Che ora è, laggiù?”, di Tsai-Ming Liang

Il cinema nell’atto di vivere/filmare il tempo e lo spazio e la non possibilità di filmare la morte. Ma quella di rendere visibili i fantasmi è un’ossessione che attraversa tutto “Che ora è, laggiù?”, che alla fine rovescia l’assunto, siglando la possibilità per il cinema stesso di oltrepassare le leggi del tempo e della morte

Esce finalmente anche nelle nostre sale il film di Tsai-Ming Liang, “Che ora è, laggiù?”. Film atteso, forse necessariamente in ritardo, visto che, proprio per la sua lunga decantazione, introduce perfettamente se stesso, la sua visione, la sua durata, la sua sfida alle leggi di un tempo cronologico. Tsai-Ming Liang è infatti uno dei più lucidi poeti del tempo, un autore che, da “Rebels of the Neon’s God” in poi, passando per “Vive l’amour”, “The River “ e “The Hole”, ha esplorato, all’interno di un personalissimo percorso di ricerca, la possibilità del cinema di vivere/filmare il tempo e lo spazio, le loro molteplici dimensioni esterne ed interne. Ma è soprattutto a partire da una frattura che il suo ultimo film parte e si sviluppa. Sin dalla sequenza d’apertura, in una splendida ellisse, vediamo all’opera la non possibilità di filmare la morte. Il padre di Hsiao Kang dopo aver preparato un piatto in cucina si siede sul tavolo, accende una sigaretta, guarda di fonte a sé. Si alza, chiama il figlio ma non ottiene risposta; si reca allora verso il terrazzo, sembra prendersi cura delle piante ornamentali e poi si ferma, guardando fisso di fronte a sé un punto fuori campo. Lo stacco di montaggio ci introduce al viaggio del figlio verso la camera mortuaria con in braccio le ceneri del padre. La sua morte è avvenuta nell’intervallo invisibile delle due inquadrature. Atto od evento che rimane necessariamente fuori campo.

L’impossibilità di filmare ossessiona quindi tutto il film, che si sviluppa lungo questa lacerazione, questa prima perdita, attraversandola per mezzo dei suoi personaggi che sono condizionati, determinati quasi da questa negazione iniziale. Hsiao Kang, che vende orologi negli angoli delle strade di Taipei, Shiang-Chyi che prima di partire per Parigi riesce a farsi vendere da Hsiao Kang l’orologio che il ragazzo porta al polso, la madre di Hsiao che cerca in tutti i modi di “sentire” la presenza del fantasma del marito all’interno della propria casa. Dopo il primo incontro Hsiao e Shiang-Chyi non si vedranno più, il loro ultimo incontro sarà fuggevole, rapido, con Shiang-Chyi che esce dall’inquadratura dopo aver acquistato finalmente l’orologio di Hsiao Kang per poi rientrare brevemente, di sfuggita, e lasciare al ragazzo un dolce che ha appena comprato in una pasticceria. Da questo momento solo il montaggio alternato manterrà i due in contatto, descrivendo i gesti dell’uno e dell’altra; ma ogni gesto, ogni parola diventano i segni di un cercarsi, di una ricerca dell’altro forse inconsapevole, forse folle.

La solitudine è una marca acquisita, uno stato dell’essere nei film di Tsai-Ming Liang, e in “Che ora è laggiù?” I luoghi svuotati di Taipei, grande protagonista, set molteplice di tutti i suoi film, si raddoppiano, si specchiano in una Parigi stranamente chiusa, irriconoscibile per quanto è limitata dai bordi del quadro. Qui Shiang-Chyi trascorre un tempo vuoto, attraversa senza riconoscere i luoghi della città, si ferma a cercare un numero di telefono in una panchina del cimitero Père Lachaise, accanto ad un corpo straordinariamente invecchiato come quello di Jean-Pierre Leaud. Doppia esposizione temporale, quella dell’attore simbolo della Nouvelle vague, che viene visto sia come corpo eternamente giovane, eternamente mantenuto nella memoria del film “I quattrocento colpi” che Hsiao Kang vede ossessivamente (e noi con lui), sia come corpo vissuto, soggetto alle leggi del tempo impersonale di un ciclo biologico destinato a chiudersi. Il film dunque mostra continuamente, per mezzo di una serie infinita di biforcazioni, non una condizione esistenziale (quella della solitudine o dell’incomunicabilità, termini da sempre associati al cinema di Tsai-Ming Liang), ma un’azione sul mondo, un tentativo da parte di tutti i personaggi di sfidare le leggi del tempo e dello spazio, di riappropriarsi di ciò che sembra irrimediabilmente perduto. Così la madre di Hsiao Kang trasforma la casa dove vive con il figlio in un luogo rituale, dove preparare l’arrivo del marito, non più come corpo vivente, ma come fantasma.

Ossessione che attraversa tutto il film, quella di rendere visibili i fantasmi, coloro che ritornano (rêvenants), e che il cinema stesso mostra come sua ossessione. È infatti nello straordinario finale che il fantasma finalmente ritorna, non visto da nessuno se non dall’occhio della macchina da presa che inquadra il padre di Hsiao mentre raccoglie la valigia di Shiang-Chyi caduta in acqua in un parco di Parigi mentre la ragazza giace addormentata. Il padre si allontana, sullo sfondo la ruota panoramica che sovrasta la città: un cerchio che chiude il film, che sigla la possibilità per il cinema, ancora una volta, di oltrepassare le leggi del tempo e della morte.
Titolo originale: What me is it There?
Regia: Tsai Ming-Liang
Sceneggiatura: Tsai Ming-Liang, Yang Pi-Ying
Fotografia: Benoit Delhomme
Montaggio: Chen Sheng-Chang
Scenografia: Yip Kam Tim
Interpreti: Lee Kang-Sheng (Hsiao Kang), Chen Shiang-Chyi (Shiang-Chyi), Lu Yi-Ching (Madre di Hsiao), Cecilia Yip (Donna cinese a Parigi), Miao Tien (Padre di Hsiao) Chen Chao-Jung (Uomo cinese in metropolitana), Tsai Guei (Prostituta), Jean-Pierre Leaud (Uomo cinese al cimitero)
Produzione: Arena Films, in coll. Con Homegreen Films, Arte France Cinéma
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 132’
Origine: Taiwan/Francia, 2001
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