“Ricette d’amore” di Sandra Nettelbeck
Il film non ha pretese sociologiche, ma preferisce concentrarsi sul pretesto narrativo del cibo per raccontare le premesse e le conseguenze di un’ amore
L’impronta del film è subito data: nel prologo Martha racconta all’analista una ricetta, non riesce a uscire dalla dimensione culinaria nemmeno in terapia e cerca di comprenderne il senso. L’epilogo si chiuderà con gli stessi termini: l’analista ha sperimentato una ricetta di Martha, ha sbagliato qualche passaggio nella preparazione e cerca di comprenderne il fallimento. “Raccontare” le ricette è la maniera di Martha di viverle, al di là del mestiere, è la dichiarazione d’amore che sta alla base di ogni desiderio di dire, nei dettagli, come se ogni gesto avesse un significato che trascende la conseguenza immediata e diventasse una mitologia esistenziale: la ricerca della morte meno dolorosa per il gambero, o della perfetta semplicità nel cucinare il salmone. Il rapporto con l’analista non è chiaro, risulta superficiale rispetto alla complessità emotiva del personaggio, finendo per rimanere a un livello strumentale di “persona che ascolta le ricette”. Il finale fa presumere una visione ironica della figura analitica, e anche se in una scena intermedia Martha serve nel suo studio un prelibato pranzo, l’atmosfera resta drammatica, perché ci presenta il cucinare come una gabbia. Per uscire da questa gabbia Martha si rifugia quotidianamente in un’altra, la cella frigorifero, non esce ma entra, in uno spazio ancora più chiuso, dove sola può ritrovare le coordinate che la pressione dell’altro le fa perdere. Anche la sua casa potrebbe essere un altro contenitore ermetico, la cucina sempre in perfetto ordine come un luogo sacro, se non fosse che comincia ad aprirsi ad altri, la nipote prima e Mario poi, e quindi al disordine, e il sacro si sposta dagli oggetti ai sentimenti. Martha non mangia insieme ai suoi colleghi, legge il giornale. Lina non mangia dopo il trauma della perdita della madre, legge un libro. Il non mangiare dunque è rifiuto di contatto, forse un po’ troppo didascalico, ma permette di realizzare, per contrasto, tra le scene più piacevoli del film, quando l’invito al cibo si trasforma in gioco e seduzione. Tutte le scene d’amore sono in cucina, dall’incontro, ai battibecchi, alla complicità, fino al bacio. L’aspetto riuscito di questa struttura sta nel fatto che la cucina non è solo lo spazio della storia, quindi luogo inevitabile in cui i fatti accadono, ma anche spazio simbolico del rapporto con gli altri e con se stessi (la capacità di collaborare, la cura dei gesti, le nevrosi, …). Le mani sono lo strumento del cuoco, le mani sono anche la parte di noi che più ci mette in relazione con il mondo. L’attrice Martina Gedek ha lavorato sulla gestualità accennata, sulla fisicizzazione dell’emotività del personaggio: le mani al limite del tremore intorno al proprio corpo, le mani sospese quasi come carezze sugli oggetti della cucina. Tutto il film è una sorta di inno alle mani: lo shangai è il gioco che per eccellenza richiede abilità manuale, e il pic-nic è prima di tutto il carnevale del mangiare con le mani, soprattutto dopo che non sono servite a cucinare (Martha in quell’occasione è estromessa dalla cucina), da mestiere ritornano semplicemente corpo. Da più parti si è lamentata la stereotipata iconografia dell’italianità, con tanto di basilico e parmigiano, Paolo Conte e Toscana. Il film comunque non ha pretese sociologiche, ma preferisce concentrarsi sul pretesto narrativo del cibo per raccontare le premesse e le conseguenze di un’amore. E allora, se la ricetta d’amore sono gli spaghetti, va bene che sia un italiano a mascherare il talento con la spacconeria, che sia il sole italiano a sciogliere la neve di Amburgo. Titolo originale: Mostly Martha
Regia: Sandra Nettelbeck
Sceneggiatura: Sandra Nettlebeck
Fotografia: Michael Bertl
Montaggio: Mona Brauer
Musica: David Darling, Keith Jarrett, Arvo Part
Scenografia: Thomas Freudenthal
Costumi: Bettina Helmi
Interpreti: Martina Gedek (Martha Klein), Sergio Castellitto (Mario), Maxime Foerste (Lina), Sibylle Canonica (Frida), August Zirner (terapista), Ulrich Thomsen (Sam Thalberg), Olivier Broumis (Jan), Diego Ribon (Giuseppe Lorenzo)
Produzione: Christoph Friedel, Karl Baumgartner, Carlo Degli Esposti, Rainer Kolmel
Distribuzione: Mikado
Durata: 105’
Origine: Italia/Germania/Austria/Svizzera, 2001
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