RECENSIONI 2001/2002

“Windtalkers” di John Woo (di Simone Emiliani, del 03/07/2002)

John Woo penetra all’interno della struttura del genere bellico del cinema statunitense con quella devozione così classica, con quel misticismo sempre così vicino e così rispettoso dei personaggi che porta in scena

"Scooby Doo" di Raja Gosnell (di Fabio Zanello, del 03/07/2002)

Scooby è sempre un marchio sicuro di comicità? Forse una volta. I personaggi si attraggono fino alla reversibilità dei ruoli, senza però rispettare le regole della trivializzazione e del surrealismo, insite oramai nella comicità demenziale

Il futuro è già avvenuto: “Metropolis”, di Rin Taro (di Federico Chiacchiari, del 02/07/2002)

Omaggio al secolo che abbiamo lasciato alle nostre spalle da poco, ai suoi orrori, alle sue paure, ma anche speranze, illusioni, “Metropolis” è un sovrapporsi continuo di suoni e immagini, rotte da lunghi attimi di silenzio dove il nostro sguardo si perde nei vicoli della città del futuro (mai così esplicitamente rètro)

“40 giorni & 40 notti” di Michael Lehmann (di Guglielmo Siniscalchi, del 28/06/2002)

Tutta la verve di questo film, che ha l’esile struttura di un’operetta settecentesca, nasce dalla forza del paradosso, dalla tragicomica tensione della contraddizione fra pulsioni e repressioni, attrazioni e costrizioni, desideri e rinunce.

“Shiner” di John Irvin (di Valentina Longari, del 28/06/2002)

Irvin utilizza gli stereotipi del giallo moderno d’oltreoceano per ingannare il suo protagonista, un Michael Caine capace di scomporre e ricomporre frammenti di opposte intensità facendo di Billy tanti personaggi e una sola faccia

“Qualcuno come te” di Tony Goldwyn (di Giorgia Bernoni, del 28/06/2002)

Goldwyn, qui alla sua seconda regia, conferma il suo talento nel saper raccontare il mondo femminile già parzialmente rivelato in “A Walk On The Moon”

“Human Nature” di Michael Gondry” (di Fabio Tasso, del 27/06/2002)

Privo di una vera e propria ricerca speculativa, “Human nature” sembra piuttosto voler mettere a nudo la difficoltà contemporanea di vivere la propria appartenenza sociale.

“Daddy & Them” di Billy Bob Thornton (di Simone Emiliani, del 27/06/2002)

Con tutti i suoi limiti, “Daddy & Them” è comunque un film alla ricerca di una sua linea, ancora uno dei punti di passaggio nella costruzione di una personalità registica positivamente imprevedibile nella sua inclassificabilità.

“Ricette d’amore” di Sandra Nettelbeck (di Paola Turroni, del 26/06/2002)

Il film non ha pretese sociologiche, ma preferisce concentrarsi sul pretesto narrativo del cibo per raccontare le premesse e le conseguenze di un’ amore

“N’gopp” di Pablo Dammico (di Diego Del Pozzo, del 24/06/2002)

Film debole e sfilacciato, mal recitato e peggio scritto e strutturato. Non diverte quasi mai – ed è una pecca gravissima per quella che aspirerebbe a essere una commedia – e arranca continuamente.

“Lontano” di André Téchiné (di Simone Emiliani, del 22/06/2002)

“Lontano” entra un in flusso sentimentale disordinato e nervoso tipico del cinema di André Téchiné, in cui i personaggi guardano a un futuro che non sembra esistere.

“Long Time Dead” di Marcus Adams (di Giorgia Bernoni, del 22/06/2002)

Dispiace vedere quanto il genere horror stia sempre di più movendosi verso una cristallizzazione delle proprie tematiche e della propria tecnica, capace di incutere qualche brivido solo grazie all’utilizzo degli effetti sonori e delle tecnologie Dolby Sorround

“Che ora è, laggiù?”, di Tsai-Ming Liang (di Daniele Dottorini, del 22/06/2002)

Il cinema nell’atto di vivere/filmare il tempo e lo spazio e la non possibilità di filmare la morte. Ma quella di rendere visibili i fantasmi è un’ossessione che attraversa tutto “Che ora è, laggiù?”, che alla fine rovescia l’assunto, siglando la possibilità per il cinema stesso di oltrepassare le leggi del tempo e della morte

Out Cold di Brendan ed Emmett Malloy (di Paolo Tenca, del 20/06/2002)

Siamo qui in un crocevia di cinemondi spuri come il curriculum multietnico di John/Lee Majors

“Jay & Silent Bob – Fermate Hollywood” di Kevin Smith (di Simone Ciaruffoli, del 20/06/2002)

Smith accompagna egoisticamente i suoi amici all’ultima autocelebrazione prima di chiudere (solo in questo modo si può spiegare un tale cambio di registro) un periodo cinematografico, in attesa che se ne inauguri un altro.

“Frankie & Ben – Una coppia a sorpresa” di Susan Seidelman (di Francesco Ruggeri, del 20/06/2002)

“Frankie e Ben” vorrebbe riprendere un certo discorso sul corpo già chiuso negli anni 80’ con Waters e Almodovar, ma non si capisce dov’è che inizi lo scherzo e dove finisca la riflessione seria sulle strutture di senso operanti all’interno della messinscena.

“Quello che cerchi” di Marco Simon Puccioni (di Fulvio Baglivi, del 19/06/2002)

Il “meticciato” cercato dal punto di vista stilistico e formale rendono un effetto tra lo zapping e il videoclip che però non arriva mai alla sovversione di uno Tsukamoto e resta sterile formalismo/modernismo

“Decisione rapida” di Sergej Bodrov (di Fabrizio Croce, del 18/06/2002)

Opera incompiuta, inserita dentro una struttura non dissimile dal film di genere statunitense, dove però lo sguardo di Bodrov non riesce a seguire una scrittura troppo frammentata.

“Repli-Kate” di Frank Longo (di Fabio Tasso, del 18/06/2002)

“Repli-Kate” è nulla più che uno scherzo cinematografico, dalla storia improbabile, sul tema della clonazione umana.

“Duetto a tre” di Jordan Brady (di Francesco Ruggeri, del 15/06/2002)

Commedia stereotipata che non esce, neanche per un attimo, dalle griglie sclerotizzate del carino, del divertente, del mediocre. Dov’è andata finire la smaliziata abilità con cui lavorare sul luogo comune del cinema medio americano di un tempo?

“Carlo Giuliani, ragazzo”, di Francesca Comencini (di Giuseppe Gariazzo, del 14/06/2002)

Presentato prima a Cannes, nella versione di 59 minuti, e poi a Bellaria nella nuova e definitiva versione di 77 minuti (quella in distribuzione nelle sale di prima visione), il film esprime bene, fin dal titolo, lo sguardo adottato da Francesca Comencini. Semplice e immediato. Dunque profondo e complesso. Con vari livelli che si intrecciano

Jules et Jim” di François Truffaut (di Paola Turroni, del 10/06/2002)

A circa 40 anni di distanza dalla prima proiezione pubblica, torna in sala «Jules et Jim» di Truffaut. Ancora un film da “riscoprire”

“L’altra metà dell’amore” di Léa Pool (di Simone Emiliani, del 10/06/2002)

Il film di Léa Pool possiede una sua coerente durezza nel mettere in scena quel progressivo desiderio di morte, affidandosi anche alla forte presenza istintiva di una efficace Piper Perabo e alle metamorfosi di uno spazio che si trasforma quasi in una foresta in cui ambientare un film d’avventura

"Benzina", di Monica Stambrini (di Fulvio Baglivi, del 09/06/2002)

La Stambrini occhieggia ad un road movie, dove solitamente i personaggi vagano e sono “indefiniti”, e rischia di trovare un western, in cui lo spostamento è ricerca e i tratti sono “caratteristici”.

“Verso oriente” di Amos Gitai (di Giuseppe Gariazzo, del 09/06/2002)

il racconto di un viaggio (della nave che porta gli apolidi ebrei dall‘Europa verso la Palestina nel 1948) nei suoi strati di totale deambulazione, il sogno di un approdo lontano vissuto nelle continue, devastanti deviazioni di percorso. Un’opera immensa, che fa tornare ai più alti livelli il cinema dell’energico, teorico filmaker israeliano

- “Irréversible” di Gaspar Noé (di Giona A. Nazzaro, del 09/06/2002)

Si esce sfiancati dalla visione, demoralizzati, scossi, ma non per lo stupro finto e glaciale di Monica Bellucci, quanto per la brutale determinazione del regista di imporre a tutti i costi una visione unica della vita e del cinema

"Sulle mie labbra" di Jacques Audiard (di Francesco Zippel, del 06/06/2002)

Il sottile piacere della visione risiede proprio nella delicatezza con cui il regista francese osserva queste due esistenze, fotografate nel momento della loro (ri)fioritura.

“Sotto corte marziale” di Gregory Hoblit (di Simone Ciaruffoli, del 06/06/2002)

Hoblit giunge nel terzo millennio con un film che torna al passato cinematografico non con uno sguardo retrospettivo e ricostitutivo ma, cosa sempre da scongiurare, con una visione che nel passato si impantana, chiude gli occhi e decede.

"Hollywood-Vermont" di David Mamet (di Marina Nasi, del 06/06/2002)

Sembra che il film scivoli di fianco agli attori, sfiori appena le situazioni che disegna: c’è come un'asincronia tra il competente corpus attoriale, l’ambizione di fare ridere pensando, la timida messa in scena e la musica sottesa a un ritmo che non c’è.

“The Mothman Prophecies” di Mark Pellington (di Francesco Ruggeri, del 03/06/2002)

Sarebbe stato bello che Pellington avesse addormentato l’opera così, in questo strano limbo amniotico in cui abbiamo vagato per diversi minuti dimenticandoci per un attimo che le esigenze produttive esigono un finale

"Respiro", di Emanuele Crialese (di Giuseppe Gariazzo, del 01/06/2002)

Ci voleva, un film come “Respiro”. E’un film che scivola nell’acqua (sempre più, fino a trascinare nell’inabissamento tutto il paese), un western per le strade e i campi, un corpo filmico che non ha paura di farsi abbagliare dalla luce e dal caldo e di restituirli, quegli elementi naturali, come puri e intatti elementi di cinema.

“Italiano per principianti” di Lone Scherfig (di Paola Turroni, del 30/05/2002)

Il film aderisce al manifesto del Dogma. Ma qui la camera a mano, i luoghi reali senza scenografia, il neutro cromatismo, risultano più che mai leggeri, come se non fossero regole esterne imposte da un manifesto, ma connaturate alla storia

“Waking life” di Richard Linklater (di Simone Ciaruffoli, del 30/05/2002)

Linklater erige una impudente elegia funeraria in onore dell’attore, ne sentenzia la morte. “Waking life” veleggia nel mare onirico della coscienza facendo tappa nel “mondo dei morti”. Il “luogo” del film è infatti il cimitero degli attori perché generato da un cinema in fase terminale, nella sua ultima sporca dozzina di minuti vitali.

Da “Eyes wide shut” a “L’ora di religione” passando per Freud (di Simone Ciaruffoli, del 29/05/2002)

Castellitto, come Cruise, si produce in un viaggio che orizzontalmente percorre e valica continuamente stanze e luoghi (esegetico, come nel film di Kubrick, il discorso che Bellocchio fa sul varcare porte come fossero mondi e stadi ulteriori), e verticalmente gli “alloggi” del suo inconscio.

“Guerre stellari: Episodio II – L’attacco dei cloni” di George Lucas (di Guglielmo Siniscalchi, del 28/05/2002)

L’ultimo capitolo della saga di Lucas torna a vibrare, riesce a regalare momenti epici ed eroici che si liberano dalle impalcature di celluloide e vivono di vita propria

"Una rondine fa primavera" di Christian Carion (di Marina Nasi, del 28/05/2002)

Un po’ Heidi un po’ docu-soap, il film ci mostra la vita di campagna intervallando scene cruente di abbattimento degli animali a idilliche cavalcate sotto il sole. Ma le competenze agricole non bastano a fare un film.

“Big trouble – Una valigia piena di guai” di Barry Sonnenfeld (di Simone Ciaruffoli, del 28/05/2002)

Quello di “Big trouble” non è un album perfetto, le sue figurine tendono sempre a scollarsi, a scivolare fuori dalla pagina. Tuttavia l’idea è funzionale ancora una volta alla poetica di Sonnenfeld: una bomba hollywoodiana a picco sul suo cinema.

“Soul Survivors” di Stephen Carpenter (di Francesco Ruggeri, del 28/05/2002)

Quella che qualche anno fa era stata l’inaugurazione di una nuova tendenza di ripensarsi quali produttori di simulacri incandescenti di un certo sentire adolescenziale è ora diventata atrofizzazione imbarazzante dei luoghi di quel cinema

Il sorriso di dio – ritorno su “L’ora di religione” (di Paola Turroni, del 28/05/2002)

Il sorriso sta lì, a mediare le scelte con i fatti. Il sorriso di Ernesto che manda il figlio a scuola, mentre il resto della famiglia è in udienza dal Papa, è una spinta, una difesa o un’altra forma di quel sorriso di chi “crede di averti in pugno perché ti ha partorito”?

"voci" di Franco Giraldi (di Fabrizio Croce, del 21/05/2002)

Il film rimane schiacciato da questa frustrazione di non riuscire a far compiere a Michela e a noi con lei quell’itinerario introspettivo, di materializzazione di quello sguardo interno, intimo che permetta di riconoscere nel cadavere di Angela e nella soluzione del suo “caso”, quell’aspetto mancante, rimosso,originario del femminile

“John Q.” di Nick Cassavetes (di Simone Ciaruffoli, del 15/05/2002)

Con “John Q.” non si va da nessuna parte, ammesso che da qualche parte si voglia ancora andare e, paradossalmente, con questo cinema rabbonito e di finta denuncia è più semplice anestetizzare i sensi dello spettatore.

“Montecristo” di Kevin Reynolds (di Guglielmo Siniscalchi, del 14/05/2002)

Leggero come un vaudeville d’altri tempi, avvincente e pericoloso, “Montecristo” si preoccupa essenzialmente di catturare l’istante, di raccogliere la parola di Dumas nel gesto filmico

“Chi lo sa?” di Jacques Rivette (di Simone Emiliani, del 14/05/2002)

Cinema di invidiabile modernità, di esemplare rigore nella disposizione nei piani, e nelle simmetrie ma anche pieno di quella libertà “Nouvelle Vague” per come dispone e fa perdere i suoi protagonisti dentro/fuori il set.

“La regina dei dannati” di Michael Rymer (di Simone Ciaruffoli, del 14/05/2002)

Il Lestat de “La regina dei dannati” è una sorta di Jim Morrison, è il vampiro dell’immortalità iconica della star, colui che con più facilità sa mimetizzarsi nell’humus giovanile

L’amore che orrore! … “Casomai”, di Alessandro D’Alatri (di Federico Chiacchiari, del 13/05/2002)

“Casomai” reca impresso forte il segno della sceneggiatrice collaboratrice di Troisi e riprende esattamente dal punto dove Massimo e Anna Pavignano ci avevano lasciati nell’ormai lontano 1992, con “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”. L’amore diviene trappola d’orrore. Palude esistenziale nella quale sembra impossibile non transitare

“L’erba proibita” di Cristiano Bortone, Daniele Mazzocca (di Giorgia Bernoni, del 11/05/2002)

Opera suggestiva grazie all’alternanza di toni documentaristici e oggettivi, con altri di natura più folcloristica, e alla presenza di gruppi della scena musicale alternativa italiana.

“L’era glaciale” di Chris Wedge e Carlos Saldanha (di Diego Del Pozzo, del 11/05/2002)

C’è la geniale irriverenza dei classici “eversivi” di Tex Avery e Chuck Jones, nel film d’esordio della Fox nel campo dell’animazione totalmente digitale; ma anche lo spirito d’avventura dei migliori prodotti Disney di nuova generazione

“The Majestic” di Frank Darabont (di Francesco Ruggeri, del 11/05/2002)

Ecco la scommessa di Darabont. Re-inventare uno sguardo, filmare la sublimazione del corpo attoriale in contaminazione assolutamente (e spudoratamente) neo-romantica di umori diversi, di desideri d’essere in un corpo

"Mademoiselle", di Philippe Lioret (di Marina Nasi, del 09/05/2002)

In “tempi sospetti” come quelli che stiamo vivendo, aprirsi con serena fiducia a quello che uno sconosciuto può offrirci è tutt’altro che immediato, tuttavia la protagonista di "Mademoiselle" segue l’istinto come se non esistessero controindicazioni.

"Assatanata" di Dennis Dugan (di Fabio Tasso, del 09/05/2002)

È vano indagare sui contenuti di questo film, che tenta unicamente di sfruttare un successo commerciale già esistente, senza mai cercare nuove soluzioni

“Bloody Sunday” di Paul Greengrass (di Francesco Ruggeri, del 09/05/2002)

Fiumi di retorica, azzeramento costante di ogni capacità di andare al di là dell’immagine, oltre la cronaca e forse addirittura oltre la Storia.

“Il re scorpione” di Chuck Russell (di Simone Ciaruffoli, del 02/05/2002)

Nell’ultimo film di Chuck Russell si ha come l’impressione di trovarci al seguito di una modernizzazione edulcorata del “Conan” di John Milius: un valoroso e muscolare guerriero alle prese con le forze sanguinose di una civiltà malefica.

“L’amore imperfetto” di Giovanni Davide Maderna (di Guglielmo Siniscalchi, del 29/04/2002)

La gravità di “L’amore imperfetto” assume i toni di un’insostenibile pesantezza, i silenzi sono solo le pause imbarazzanti di una sceneggiatura sfilacciata e supponente, e l’improbabile rigore formale si trasforma in inaccettabile moralismo

“Unico testimone” di Harold Becker (di Francesco Ruggeri, del 28/04/2002)

A forza di evitare colpi di scena e distorsioni dello sguardo, “Unico testimone” diventa il film che non è: vertiginosa variazione sul nulla filmato da un occhio svogliato

“Panic Room” di David Fincher (di Francesco Zippel, del 27/04/2002)

“Panic Room” segna un apparente cambio di rotta nella filmografia di Fincher, rifiutando ogni implicazione sociologica e puntando, per ammissione diretta del regista, all’intrattenimento puro; ma è proprio in questo modo che il regista americano si dimostra una volta di più “uno specialista”, nell’accezione truffautiana del termine.

"Tosca" di Benoit Jacquot (di Manuela Pincitore, del 27/04/2002)

Sentimenti incorniciati da primi piani e urlati tra ariose scenografie. Desiderio, ardore, sofferenza, morte: il dramma di Tosca impresso su una pellicola

“Lantana” di Ray Lawrence (di Fabrizio Croce, del 27/04/2002)

“Lantana” inizialmente conquista, spiazza, affascina per come introduce le vicende parallele e coincidenti sull’orlo della catastrofe esistenziale, ma alla fine non ha il coraggio di seguire i suoi sbandamenti allineandosi più a un cinema di scrittura

“Amen.” di Costa-Gavras (di Simone Emiliani, del 27/04/2002)

Se negli anni '70 questo cinema poteva comunque coinvolgere, oggi denuncia tutti i limiti di un cineasta che da 30 anni ripropone continuamente se stesso, allineandosi con il peggior cinema storico delle coproduzioni europee. La forza civile del tema, l’urlo, la protesta dell’opera restano solo ipotizzate in un manifesto che ha destato scandalo

“Senso 45” di Tinto Brass (di Fabio Tasso, del 26/04/2002)

Ispirato, come il film di Visconti, al romanzo di Camillo Boito, “Senso 45” è nulla di più della rappresentazione di ossessioni ormai risapute e messe in scena con eccessiva ostentazione.

"L'ora di religione" di Marco Bellocchio: la potenza dell'immateriale (di Daniele Dottorini, del 25/04/2002)

Bellocchio si muove sul terreno della potenza, del potere sovvertitore e ordinatore dell’immateriale, ovvero il fantasma, il ricordo, la memoria, il simbolico e il dolore. “L’ora di religione” è cinema che fa della sospensione, dell’attraversamento dei territori del reale e dell’irreale, del sogno e della veglia, la sua cifra stilistica

“Rue de plaisirs” di Patrice Leconte (di Sebastiano Lucci, del 25/04/2002)

Rappresentazione di un universo al contrario, di un mondo che vive dei propri opposti, come quello delle case chiuse, dove ai gentiluomini in cerca dei piaceri della carne si contrappongono i sorrisi delle prostitute

“Colpo grosso al drago rosso” di Brett Ratner (di Fabio Zanello, del 25/04/2002)

L’approccio coreografico nuovo, porta stavolta gli eccedenti Jackie & Chris a muoversi su un terreno sconosciuto, dove l’incognita riaccende il senso della sfida in un sequel superiore al primo episodio.

“Dungeons & Dragons” di Courtney Solomon (di Francesco Ruggeri, del 25/04/2002)

Il racconto si segue abbastanza bene, a volte riesce anche a divertire, ma la sensazione che resta a visione ultimata è quella di un’occasione mancata.

"Delitto sul Po" di Antonio Rezza e Flavia Mastrella (di Massimo Causo, del 24/04/2002)

Sospinto nel flusso dell’acqua da cui è nutrito, questo pseudo-noir giudiziario va alla deriva nella genialità di uno sguardo che ogni volta s’inventa una logica tutta nuova

“Showtime” di Tom Dey (di Francesco Ruggeri, del 22/04/2002)

Dey è un regista abbastanza anonimo, e se proprio fossimo costretti ad indicarne un pregio, gli ascriveremmo sicuramente quello di essere un discreto allestitore di scene d’azione

"Il cuore criminale delle donne" di Aluizio Abranches (di Luca Venzi, del 22/04/2002)

Affascinato dalla ricerca dell’effetto prima che dagli ancestrali sentimenti di cui decide di (non) ragionare, Abranches accosta strati di senso vertiginosi ma sceglie di appiattirli in un virtuosistico esercizio di scrittura

"La répétition" di Catherine Corsini (di Marina Nasi, del 18/04/2002)

Un dramma psicologico e amoroso con due attrici celebri e amate nelle rispettive patrie (la Béart in Francia e la Bussières in Canada), che la regista non sa però sfruttare al meglio.

“Il più bel giorno della mia vita” di Cristina Comencini (di Francesco Zippel, del 17/04/2002)

Concepito come film sulle emozioni e sulla natura multiforme dell’amore, “Il più bel giorno della mia vita” risente in primo luogo di una eccessiva letterarietà. Concentrata sulla storia da raccontare, la Comencini sembra trascurarne la visualizzazione, dimostrando opacità nello sguardo anche quando ricorre a trascurabili virtuosismi

“Don’t say a word” di Gary Fleder (di Simone Ciaruffoli, del 17/04/2002)

Gary Fleder è un buon director, sa manovrare la macchina da presa e creare tensione, ma non sembra possedere il dono, indispensabile, della misura. Infarcisce la pellicola di citazioni, ma senza che queste trovino una collocazione giustificante e inerente all’economia del racconto

“Amore a prima svista” di Peter e Bobby Farrelly (di Francesco Ruggeri, del 15/04/2002)

Quello dei Farrelly è un cinema militante, politico nel senso più stretto. I soliti detrattori ne vedranno solo la superficiale volgarità. Altri ne sentiranno invece l’assoluta necessità, la prepotente forza distruttiva

“13 variazioni sul tema” di Jill Sprecher (di Manuela Pincitore, del 10/04/2002)

In un racconto ben costruito, non lineare e non cronologico, la regista raccoglie le vicende individuali dei singoli personaggi sotto tredici sottotitoli che ne riassumono il contenuto

“Crossroads – Le strade della vita” di Tamra Davis (di Manuela Pincitore, del 10/04/2002)

Il film, ben confezionato, si muove per stereotipi, mostrando “pedine” unicamente funzionali al racconto, senza spessore, completamente prive di quella profondità che sembra non possa appartenere al mondo adolescenziale

“Rollerball” di John McTiernan (di Guglielmo Siniscalchi, del 08/04/2002)

“Rollerball” non è il remake del film diretto da Norman Jewison nel 1975 ma un’altra visione che radicalizza ed estremizza l’universo muscolare e antagonista del cinema di John McTiernan, quel disperato desiderio di combattere per conquistare o sfuggire allo sguardo dell’altro

“Non è giusto” di Antonietta De Lillo (di Diego Del Pozzo, del 08/04/2002)

La Napoli descritta dalla De Lillo riesce a proporsi come una città finalmente “normale”, lontana dalle classiche “derive” cartolinesche ma pure distante dall’altro stereotipo della metropoli oscura e claustrofobica tanto spesso proposta negli anni Novanta

“Enigma” di Michael Apted (di Simone Ciaruffoli, del 08/04/2002)

In “Enigma” la Seconda Guerra Mondiale è solamente un pretesto per mettere in scena ciò di cui le guerre si alimentano: l’amore, la sua perdita e quella di senso.

“Monster’s Ball” di Mark Forster (di Marina Nasi, del 05/04/2002)

Tra love story e denuncia sociale, “Monster’s Ball” non cade nel tranello del facile mélo e gioca asciutto su piani di asimmetrie e verticalità.

Corpi e solitudine: “Parla con lei” di Pedro Almodovar (di Paola Turroni, del 05/04/2002)

Un film sul corpo. No, di più, un film del corpo. Senza mezzi termini, così esplicito che il dire si fa poesia, cruda e sottile. Come la danza. Ed è da qui che comincia, dall’inno al corpo che è la danza.

“Il consiglio d’Egitto” di Emidio Greco (di Fabrizio Croce, del 05/04/2002)

L’operazione di Emidio Greco di inserire la voce narrante risulta allora un giusto strumento offerto allo spettatore per mantenere nei confronti della materia quel dovuto distacco critico e analitico, che poteva venire a mancare a davanti ai due protagonisti così opposti eppure così coincidenti

“Quasi Quasi” di Gianluca Fumagalli (di Francesco Ruggeri, del 05/04/2002)

La forma non c’è, non esiste. Facciamo fatica a capire quale sia il senso della messinscena, quale possa essere soprattutto la condotta registica adottata, visto che si cerca di ridicolizzare sistematicamente ogni tipo di approccio serio al narrato.

“I Tenenbaum” di Wes Anderson (di Federico Chiacchiari, del 04/04/2002)

un film magnificamente tenero, che gioca sulle debolezze dei personaggi come loro effettivo, unico punto di forza, che mescola le carte sui rapporti, su quegli “attimi sfuggenti” in cui le vite a volte incorrono, una commedia soffice e pungente che può anche dare lezioni di morale sorprendenti

"The time machine" di Simon Wells (di Simone Ciaruffoli, del 04/04/2002)

Wells poteva ripercorrere il prototipo di George Pal con una manciata di malizia e modernità in più. Tuttavia l’operazione, seppur con tutti i suoi limiti, è andata a buon fine.

Eternità dell'attraversamento: la bicicletta, la luna, l'incanto. "E.T." di Steven Spielberg (di Francesco Ruggeri, del 04/04/2002)

Esce nelle sale, quasi subito dopo “A.I.”, il vecchio/nuovo film di Steven Spielberg. Ancora creature artificiali all’interno di una fiaba che sembra quasi rimandare allo Spielberg d’inizio anni ‘80

“Parla con lei” di Pedro Almodovar (di Simone Emiliani, del 03/04/2002)

Il cinema di Almodovar sembra sempre sul punto di esplodere per come tocca direttamente, per come costringe i sensi a entrare in gioco. Un cinema sempre più indefinibile per come è diventato consapevole, sfuggente per come è riconoscibile.

"Dust", di Milcho Manchevski (di Federico Chiacchiari, del 30/03/2002)

Non c’è amore in “Dust”, solo polvere, o polvere da sparo. E pieno di accumuli, di eccessi visivi e narrativi spinti fino all’irritazione, dove le storie possono essere cambiate, dipende da chi racconta ma anche da chi ascolta

“Iris – Un amore vero” di Richard Eyre (di Francesco Zippel, del 30/03/2002)

“Iris” è un grande film d’attori, verso i quali il regista mostra una deferenza eccessiva, che non possiede l’anima del grande film dedicato ad un artista.

“Killing Me Soflty” di Chen Kaige (di Guglielmo Siniscalchi, del 30/03/2002)

E’ impossibile scambiare “Killing Me Softly” per un thriller di genere. Qui la suspense è dubbio esistenziale, è tutta racchiusa negli scatti flessuosi e felini, a tratti selvaggi, dei muscoli e dei nervi di Heather Graham

“Acqua tiepida sotto un ponte rosso” di Shoei Imamura (di Grazia Paganelli, del 29/03/2002)

Merito di Imamura è di essere riuscito ad intrecciare la favola, con l’aura lieve propria del racconto popolare, ad una riflessione tagliente e precisa sulla realtà, descritta con pochi ma puntuali tratti.

"A torto o a ragione" di Istvan Szabo (di Marina Nasi, del 26/03/2002)

In una Berlino di cartone, la storia si oppone alla storia dell’arte con semplicismo bipolare, il conflitto tra artisti e politica resta sospeso e la sola perdente è la musica classica.

"A Beautiful Mind" di Ron Howard (di Giona A. Nazzaro, del 25/03/2002)

Ron Howard offre una (ri)formulazione fortemente politica della nozione d'invisibilità (che sostanzialmente indica l'abilità nell'occultare i punti di sutura del montaggio, sfidando così la sospensione dell'incredulità) quell'idea di messinscena che Hawks ha condotto sino al punto d'incandescenza formale

“La rivincita delle bionde” di Robert Luketic (di Simone Emiliani, del 20/03/2002)

Quest'opera prima di Luketic possiede un’incredibile e straordinaria immediatezza, così spudoratamente diretta, forse tra i pochi imprevisti “colpi di fulmine” di questa stagione

“Mi chiamo Sam” di Jessie Nelson (di Simone Ciaruffoli, del 20/03/2002)

L’opera di Jessie Nelson fa uso di una macchina da presa tremolante che vorrebbe denunciare ma non trova complicità in una scrittura che sa solo didascalicamente puntare al cuore, cristallizzando il suo sguardo sulla gestualità “malata” dell’Actor’s Studio

“In the Bedroom” di Todd Field (di Fabrizio Croce, del 20/03/2002)

L’esordiente regista Todd Field punta subito in alto. Il suo sguardo mira direttamente a scardinare le convenzioni e le dinamiche ordinarie dei rapporti tra esseri umani per trasmettere un senso di sofferenza esistenziale

“Monsters & Co.” di Peter Docter (di Fabrizio Croce, del 19/03/2002)

“Monsters & Co” è situato in quella zona franca dell’immaginazione dov’è possibile regredire, diventare piccolissimi, perdere il senso dell’orientamento e abbandonarsi al disorientamento della fantasia

“Tanguy” di Etienne Chatiliez (di Fabio Zanello, del 19/03/2002)

Lo sguardo penetrante di Chatiliez offre argutamente un vasto campionario di pose (la sufficienza filiale verso i genitori, dato il più elevato grado culturale) di gesti e umori flessibili in funzione di una leggibilità della narrazione frammentaria.

“Il nostro matrimonio è in crisi” di Antonio Albanese (di Marina Nasi, del 18/03/2002)

La presenza scenica di Albanese è indubbia, così come è indubbio il (potenziale?) potere di una fisicità più simile ad un cartone animato che alla realtà. Ma quanto c’è di cinematografico in tutto questo?

“D-Tox” di Jim Gillespie (di Francesco Ruggeri, del 15/03/2002)

“D-Tox” è puro intrattenimento di genere che si diverte a saccheggiare a man bassa da opere precedenti. Eppure inquieta, turba, ti lavora dentro come poche altre opere sanno fare oggi

“Amnésia” di Gabriele Salvatores (di Diego Del Pozzo, del 14/03/2002)

“Amnésia” è un film concettualmente irrisolto, senza per questo proporsi come realmente vitale o sregolato. Non sorprende mai, nemmeno per un istante; si propone, anzi, come “il perfetto film di Gabriele Salvatores girato a Ibiza

"Gosford Park" di Robert Altman (di Sebastiano Lucci, del 14/03/2002)

Celebrazione stilistica e allo stesso tempo opera celebrale, Altman tinteggia e rielabora con leggerezza, una profonda crisi collettiva.

"PAZ!", di Renato De Maria (di Demetrio Salvi, del 12/03/2002)

Un film che mettesse assieme i personaggi immaginati e disegnati da Andrea Pazienza era augurabile. Anzi, era un sogno, un desiderio di conferma, una necessità quasi fisiologica. Ma il troppo amore ha portato De Maria alla prevedibile catastrofe..

“Le lacrime della tigre nera” di Wisit Sasanatieng (di Simone Ciaruffoli, del 12/03/2002)

Wisit Sasanatieng crea, come Hergé con il fumetto, una “democrazia della forma” rappresentando un mondo interamente oggettivo.
 

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