SPECIALE "Moonlight Mile" - Delle piccole cose del mondo
Rari e preziosi sono i film che riscaldano come una coperta calda in una gelida notte d’inverno avvolgendoci con i loro tessuti di pelle e vene pulsanti. “Moonlight Mile” di Brad Silberling appartiene a questa categoria: c’è un senso di verità in queste immagini che stringe al cuore e non lascia la presa per l’intera durata della proiezione

Aveva ragione Serge Daney: sono pochi, pochissimi, i film che ci ri-guardano, che scavano dentro di noi proiettandoci direttamente al di là dello schermo. Ancor più rari e preziosi sono i film che riscaldano come una coperta calda in una gelida notte d’inverno avvolgendoci con i loro tessuti di pelle e vene pulsanti. Moonlight Mile di Brad Silberling appartiene a questa categoria: c’è un senso di verità in queste immagini che stringe al cuore e non lascia la presa per l’intera durata della proiezione, sforando i tempi della visione e precipitando in quell’inafferrabile fuori-campo che è la nostra vita di tutti i giorni. Forse perché la macchina da presa di Silberling è uno dei pochi obiettivi cinematografici che si muove ancora a misura d’uomo, forse per i visi da “gente comune” che conservano due grandissimi attori come Dustin Hoffman e Susan Sarandon, sicuramente per la strana sensazione di compartecipazione che traspare e lega queste inquadrature.
Una condivisione di destini e speranze che nasce dalla difficile arte di guardare e lasciarsi guardare e riposa nella straordinaria capacità che ha Silberling di avvicinare gli altri, di decentrare e slabbrare il nucleo narrativo delle sue storie rubando piccoli frammenti a tutte quelle vite che corrono in parallelo lungo i binari della vicenda principale. Anche se il cinema dell’autore di Casper e City of Angels non ha mai l’esile struttura di un gioco a incastri, fugge il cinismo e il piglio teorico delle costruzioni sociali di Robert Altman e sembra più vicino, almeno nello spirito, all’umanissima coralità dei film di Paul Thomas Anderson. Già, perché all’affresco generazionale questo regista preferisce il ritratto intimo, l’intensa fotografia di un volto che nasconde altri volti, di un paesaggio emozionale con uno sfondo di sentimenti appena sfiorati, che si rincorrono in una comunità di sguardi ora amorevoli, a tratti insostenibili, sempre pronti a proiettarci altrove, verso i margini di altre esistenze.
Capita così, in quel capolavoro di commedia drammatica che è l’incipit di Moonlight Mile, di incontrare per caso gli occhi curiosi di persone che assistono stupite al corteo funebre di una carovana di auto che sfila per le strade della provincia americana anni’70; e per un attimo, anche solo per un brevissimo istante, accade l’impossibile: come in un vecchio film di Billy Wilder o Jerry Lewis ci sentiamo vicini a quegli occhi, vorremmo condividerne lo sguardo, intuire le direzioni e le traiettorie. È un’empatia immediata quella che tesse la macchina da presa, alimentata da un montaggio che non ha paura di prestare attenzione alle piccole cose del mondo, che non teme di mettersi in ascolto anche quando apparentemente non c’è nessun segnale di vita da captare. È lo stesso sentimento di condivisione tutto visivo che torna prepotente nella sequenza più toccante di Moonlight Mile, in due occhi da assassino per amore che appaiono per pochi secondi in un tribunale e, dal “fuoricampo” di un’altra vita parallela, guardano il protagonista e lo mutano, indicando la via da seguire. Anche qui nessuna preghiera, nessun giudizio, nessuna parola: solo e sempre un lampo, uno sguardo che ne incrocia un altro e crea la scintilla di quel senso di comunione tutto laico e materiale che illumina in controluce il cinema di Brad Silberling.
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