SPECIALE "La 25a ora" - Spike Lee, cinema anno zero

Spike Lee incomincia dove aveva finito l'ultimo Scorsese, proprio là dove il sogno costruzionista di un avvenire si è infranto sotto la grancassa del progresso. Forse è lo stesso film o forse si tratta di un possibile seguito, di una rincorsa disperata, di una profezia avvenuta.

la_25a_oraSolo frequentando la normalità delle cose, si può dare cinema dello straordinario, dell'epocale. Del fantastico. E' un fuori orario, l'ora scaduta/ sognata/ mai stata in cui far tornare dei conti sballati, dei ricordi confusi, delle impressioni sfocate. Una passeggiata con il cane, la carrellata sul drogato in cerca della dose giornaliera, la visita all'amico del cuore. Momenti, ricordi, stati d'animo. Ma anche ultimo atto possibile di un corpo sospeso tra l'identità del passato e le fantasticherie dell'avvenire. Un corpo che torna per un'ultima volta, uno sguardo che si posa sulle abitudini della memoria per restituircele sotto la flagrante scompostezza dell'attimo. Spike Lee incomincia dove aveva finito l'ultimo Scorsese, proprio là dove il sogno costruzionista di un avvenire si è infranto sotto la grancassa del progresso. Forse è lo stesso film o forse si tratta di un possibile seguito, di una rincorsa disperata, di una profezia avvenuta. Giusto in tempo per salvare la vita ad un cane (Mr Doyle), poi Monty non può far altro che ripercorrere le lancette di un orologio immobile (fermo all'ora in cui dovrà recarsi in carcere per scontare sette anni di reclusione), attraverso un falso movimento, un'illusione di durata mascherata da spaziature illimitate. E' la beffa del cinema, il palesarsi all'occhio/percezione quale rimescolamento di tempi reali e di spazi da percorrere, mentre l'ora ha cessato di battere e il tempo pare essersi arenato in un cul de sac senza uscite. Monty ha spacciato, è stato incastrato, ed ora deve vedersela con la giustizia. Il chè significa chiusura del set (l'ora d'aria non è programmabile), arresto del movimento, eclissi improvvisa di luce. In altre parole, ad una fine certa, si cerca di contrapporre la risoluzione dialettica del presente. Bellissima la sequenza iniziale del salvataggio del cane, ma anche quella subito successiva della passeggiata con lo stesso cane attraverso una New York restituitaci a frammenti. Dunque, solo belle, solo interessanti? Tutt'altro. A dire il vero, non ce ne frega nulla di come Lee muova la macchina da presa, di chi appartenga quella soggettiva oppure l'altra ancora. La Taubin di "Sight and Sound" ci parla di sfocalizzazione di Monty, di aperture esagerate, di primi piani che guardano senza che ci venga mostrato l'occhio di chi si incolla a quelle immagini. E allora? Qual è il punto?

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Parliamo di un regista che dopo l'apocalisse di un set che non sarà mai più lo stesso (un set che vive di espedienti, direttamente sorto dalle macerie di un'esplosione che ha cancellato gran parte delle tracce di buona parte del cinema americano), ha cercato di raccontare la sua New York anno zero partendo da un corpo in libertà condizionata, da un afflato di vita risucchiato nel vortice di una pena comunque da scontare. Non stiamo blaterando di film denuncia, di documentario, di dramma. Cerchiamo di approssimare la fantascienza di Norton che si aggira nei dintorni del Ground Zero perché è questo il fantastico da cui siamo lambiti oggi, questo il senso di spaesamento da guardare in faccia. Di fronte al protagonista che guarda negli occhi il padre leggendo attraverso essi chiaro come il sole il fallimento di una vita, di un rapporto, di un'educazione, c'è davvero poco da fare. A Spike piacciono i falsi campi/controcampi, anche a noi, ma non è questo il problema. Si parla di ricominciare e di far ricominciare, di rimettere in moto, di riaccendere. La vita come lo sguardo. L'11 settembre è una data, una ricorrenza, una celebrazione, una memoria ormai collettiva; ma è anche uno specchietto per allodole, un dire qualcosa per nasconderne un'altra. Lee ci parla di Monty, della sua imminente pena, dei suoi amici, dei suoi rimpianti, mentre in filigrana scorre l'immagine virtuale di un luogo ormai atopico, una città fantasma per l'appunto, come nell'invenzione del cinema operata sugli spettri della guerra filmata da Rossellini. Si può far finta di nulla, ed ecco che la passeggiata col cane resta passeggiata col cane, e che il movimento di macchina va a svelare una colossale incompiutezza di fondo, ma non si può dare cinema della propria sospensione/assenza restando anche lucidi. Sarebbe un peccato mortale, un paradosso di cui facciamo volentieri a meno. Preferiamo l'incompiutezza, la marginalità, la rarefazione. Cimino nell'ultima immensa sequenza del Cacciatore intona il God Bless America dalle retrovie fumanti di una guerra ancora fresca, Lee non ha guerra da mostrare (se non quella della strada, iscritta sulle maglie della sopravvivenza di tutti i giorni), ma un senso di vuoto, uno iato che il cinema può ancora provare a colmare con l'immaginazione, con la fantasia, con il volo. Solo così il lungo addio della città distrutta, dell'amicizia persa, del volto tumefatto, può trasformarsi in spostamento in una città senza nome, nei lontani deserti del cuore, sulle soglie di un cinema attraversato come per magia dall'incanto di una voce lontana che torna, sussurrandoci che tutto è ancora possibile.

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