CANNES 56 - Il festival si apre con "Fanfan la tulipe" di Gérard Krawczyk

La pomposità scenografica, la linearità dei caratteri, la multiformità cromatica che diventa quasi esibizione dei costumi, tolgono leggerezza a un film già programmatico nella sua appartenenza sia al genere sia al sistema produttivo di cui fa parte

Mentre alcuni giornali francesi presentano il film di Lars Von Trier, Dogville, come il probabile evento di questa edizione, con copertine dedicate da "Studio" e dai "Cahiers du cinéma" a Nicole Kidman, la 56a edizione del festival di Cannes si apre con un film di avventura fuori concorso, Fanfan la tulipe, prodotto da Luc Besson e diretto da Gérard Krawczyk, già regista di Heroines e Taxi 2. Ambientato in pieno XVIII secolo, all'epoca della Francia di Luigi XV, il film  spinge al limite la fisicità di Fanfan (interpretato da Vincent Perez) in un continuo contatto tra il suo corpo e un paesaggio che appare spesso come set vergine. Per certi versi l'opera di Krawczyk gioca spesso sulla velocità, sulla costruzione di un ritmo dove nel campo visivo esistono i movimenti sempre estremi di Fanfan con le luci della fotografia di Simon. Così i duelli del protagonista, quelli sopra il tetto di un edificio o quelli in cui sgomina un gruppo di banditi che attaccano la carrozza della figlia del re, le fughe dal castello del re o le traiettorie di seduzione - rintracciato dal padre di una ragazza e portato di forza all'altare o il colpo di fulmine nei confronti di Adeline, (interpretata da Penelope Cruz) - diventano i percorsi molteplici di un film che lascia prevalere sempre la figura singola sulle masse, gli effetti di apparizione e sparizione del protagonista su altri personaggi che appaiono quasi virtuali nella loro fugacità. Il film di Krawczyk è l'esempio lampante di un cinema francese che si mostra nella sua spettacolarità kolossal, che mette in mostra la maestosità dei décor e una vitalità cromatica che da una parte riecheggiano certi film di "cappa e spada" francesi da Cyrano de Bergerac (1945) di Fernand Rivers allo stesso Fanfan la tulipe di Christian-Jacque del 1952, con Gérard Philipe e Gina Lollobrigida protagonisti e dall'altra guardano, senza neanche sfiorarla, la grazia e la leggerezza dei film di George Sidney. La pomposità scenografica, la linearità dei caratteri, la multiformità cromatica che diventa quasi esibizione dei costumi, tolgono leggerezza a un film già programmatico nella sua appartenenza sia al genere sia al sistema produttivo di cui fa parte. Restano soltanto i frammenti di un cinema aereo, con la figura di Fanfan che si spinge in traiettorie verticali come quando fugge da una prigione o quando si getta da una finestra del castello. Krawczyk  da spesso l'impressione di essere ingabbiato dalla scrittura di Luc Besson e Jean Cosmos, e dalle precedenti versioni cinematografiche sul personaggio; quella del film di Krawczyk è la quarta mentre la prima, del 1907, venne diretta dalla prima regista donna, Alice Guy. Così l'ironia e l'incoscienza di Fanfan o la solarità di Adeline appaiono come dei cloni ricostruiti.

Il film di Krawczyk è stato preceduto da un cortometraggio (auto)celebrativo di Gilles Jacob, Les marches..., sui momenti più significativi e le celebrità più rappresentative passate sulla Croisette nelle precedenti edizioni.    

Nella giornata di oggi verrà anche inaugurato il concorso con Ce-jour là di Raul Ruiz e la sezione "Un certain regard" con La cruz del sur di Pablo Reyero, mentre domattina sono attesi The Matrix Reloaded dei fratelli Wachowski e The Soul of a Man di Wim Wenders

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