CANNES 56 - Riguardare la vita (propria): "S21, La Machine de Mort Khmér Rouge" e "Mille Mois"

Ritornano entrambi nei luoghi e nel periodo della propria infanzia, il cambogiano Rithy Panh e il marocchino Faouzi Bensaidi, registi che oggi gravitano intorno al cinema francese, accomunati da un passato che li ha visti costretti a fuggire da regimi politici (oppressivi).

Rithy Panh torna in Cambogia, paese d'origine da cui è fuggito ancora adolescente per scampare la macchina della morte, i Khmer Rossi del titolo del suo ultimo lavoro S21 La Machine de Mort Kmhére Rouge, presentato tra gli special screenings. Come già aveva fatto con i documentari La Terra delle Anime Erranti, nel 1999 o, nel '96, con Bophana, Une Tragédie Cambodgienne. Conservando la forma documentaristica Panh ricostruisce i set in cui il regime di Pol Pot ha terrorizzato, ucciso, torturato, milioni di persone, e pur avendo presente la Storia, che apre i film con immagini dell'epoca della rivoluzione, cerca le storie personali di chi quella follia politica l'ha vissuta, subita o partecipata. Sconvolge sentire dai volti e dalle parole di uomini oggi invecchiati, segnati ormai per sempre dall'esperienza della "rivoluzione", come il dittatore orientale abbia fondato il suo potere sul terrore, prima ancora che sulla propaganda. Vittime e carnecifici che Panh mette a confronto nel centro di tortura Phnom Penh, ormai edificio scheletro pieno di foto e liste, sono accomunate dal terrore con cui vivevano le loro contrapposte vite; il regista fa ripetere i gesti meccanici a cui erano costretti in quello che diventa un set su cui il suo occhio si posa semplicemente, sta addosso ai corpi di quella gente che sente sua, come la tragedia che hanno vissuto.

Meno cruenta ma altrettanto intensa l'opera prima (Un Certain Regard, in corsa anche per la Caméra D'Or) di Faouzi Bensaidi, nato nel 1967 in Marocco, finora autore di tre cortometraggi tra cui  La Falaise (1998) in onda poco tempo fa a Fuori Orario. Mille Mois è una storia dal sapore biografico, ambientata in un villaggio desertico sui Monti Atlas nei pressi di Casablanca, Marocco, durante il mese del Ramadan del 1981. Nel villaggio, un bambino di sette anni, Mehdi, vive con il nonno e la madre in una situazione di povertà, il padre in carcere perché legato ai movimenti di liberazione, e passa le sue giornate a guardare, portandosi dietro la sedia che presta ogni giorno al suo professore islamico. Mettendola sullo sfondo, Bensaidi si confronta in modo intimo con la storia del suo paese e (apparentemente) con la sua infanzia; Mehdi e la sua famiglia perdono lentamente i pochi beni (anche la sedia) e alla fine sono costretti a sfuggire le aggressioni di un mondo povero e violento, in cui la religione e la tradizione, lasciano ai margini chi è più debole o diverso.

Sequenze in campo lungo che colgono la densa atmosfera del Magrab, contemplano il mondo in cui i personaggi, ripresi invece da vicino, sono costretti a muoversi velocemente per sopravvivere. Giorno e notte, luci e ombre si alternano ritmicamente, nel tentativo di narrare una storia dura e reale da cui si ci può astrarre...guardando.
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