CANNES 56 : "Dogville" di Lars Von Trier (Concorso)
Lo sguardo del regista danese si attacca apparentemente sui corpi dei suoi personaggi, ma in realtà li guarda da una posizione superiore, li giudica. Von Trier quindi come il Regista-Dio che lascia seguire ai suoi personaggi un percorso di sofferenza cristologica prima del giudizio finale

Il luogo dell'oscurità di Dogville. Non c'è quasi mai luce, non ci sono pareti benchè gli effetti sonori e le barriere siano invisibili. Una strada e un perimetro limitato delimitano lo spazio, prima visto dall'alto poi analizzato da dentro. Un plastico dove vivono una cerchia chiusa di abitanti che decide di accogliere Grace (Nicole Kidman), una ragazza inseguita da dei gangster. Tom e il resto degli abitanti decidono di aiutarla, ma col rempo le chiedono sempre di più in cambio dopo aver scoperto che questa è ricercata. Von Trier continua a proporre il suo "cinema della crudeltà" senza mezze misure torturando scientificamente il corpo di Grace con quella stessa precisione chirurgica di quello di Selma in Dancer in the Dark e Bess in Le onde del destino. Diviso in un prologo e nove capitoli, Von Trier utilizza il set come un plastico e si appropria con la consueta prepotenza di quello spazio facendolo suo, muovendo i suoi personaggi come i propri burattini, guardando al cinema classico hollywoodiano (in questo caso il gangster-movie) e simulando ancora una volta i movimenti di macchina di Dreyer: Grace con la catena al collo appare come un altro personaggio da martirio come la Falconetti di La passione di Giovanna d'Arco. Il suo sguardo si attacca apparentemente sui corpi dei suoi personaggi, ma in realtà li guarda da una posizione superiore, li giudica. Von Trier quindi come il Regista-Dio che lascia seguire ai suoi personaggi un percorso di sofferenza cristologica prima del giudizio finale. In questo modo è da vedersi anche quella punizione/distruzione degli abitanti di Dogville, quella distruzione del proprio spazio utilizzato come un giocattolo (in questo senso può essere rivelatrice la scena della distruzione delle statuine). Un cinema, quello di Von Trier che ricostruisce il falso, ma lo fa senza nessun gusto anche coraggiosamente kitch, ma attraverso la propria visione di un universo che continua a stare sotto di lui. Nel film ci sono tutti un gruppo di attori celebri (oltre a Nicole Kidman anche James Caan, Lauren Bacall, Chloe Sevigny, Philip Baker Hall e John Hurt), ma il cineasta danese si serve dei loro volti spogliandoli delle loro anime, irrispettoso come sempre del loro passato e della loro carriera, tanto è vero che alcuni si fa fatica addirittura a riconoscerli. Se Le onde del destino infastidiva, se Dancer in the Dark raggiungeva livelli di irritazione quasi epidermica, con Dogville ormai gli intenti provocatori cadono nel vuoto. Come Von Trier prende in giro chi guarda i suoi film, anche chi guarda i suoi film comincia a prendere in giro lui. Von Trier vole essere disturbante al massimo, ma a questo punto per il suo cinema si prova solo pietà.
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