CANNES 56: Dalle carceri di "Carandiru" di Hector Babenco al viaggio australiano di "Japanese Story" di Sue Brooks

Nella "Semaine de la critique" sono stati invece presentati "reconstruction" del danese Christoffer Boe e il franco-belga "Depuis que Julie est parti" di Julie Bertuccelli

Dopo la proiezione di Dogville di Lars von Trier c'è stata un autentica apoteosi. Applausi ripetuti, pubblico anche in piedi. L'evento annunciato di questa edizione di Cannes si stava consumando, mentre il giorno prima è passato uno dei film migliori e sicuramente il più sorprendente di quest'anno, Arimpara dell'indiano Murali Nair.

Oltre al film del cineasta danese, per il concorso è stato proiettato Carandiru, del cineasta brasiliano Hector Babenco, tornato sul set a cinque anni di distanza da Corazon iluminado. Ambientato nella prigione di Carandiru, a San Paolo, la più grande dell'America latina e ispirato a fatti realmente accaduti, il film mette in relazione i rapporti di un medico con i singoli prigionieri del posto. Babenco si avvicina ai suoi personaggi, li segue intimamente pur sfruttando le risorse del cinema documentario - le finte soggettive del medico sui singoli prigionieri che raccontano parte della loro vita - ripercorre le motivazioni che li hanno portati in carcere attraverso dei flashback e segue parallelamente il loro itinerario sentimentale. Gli slanci vitali di alcuni momenti (la scena del matrimonio tra i due ragazzi gay, di cui uno vestito da sposa, la partita di calcio), si susseguono a momenti di violenza estrema, come nel finale quando viene ricostruito il massacro ai danni dei prigionieri da parte dei poliziotti realmente avvenuto il 2 ottobre del 1992. Carandiru è certamente un onesto esempio di "cinema civile" dove la forza della sua denuncia riesce però a toccare solo a tratti. Le sue immagini, appesantite anche dai colori sempre troppo marcati della fotografia di Carvalho, non ricreano un "realismo cinematografico" ma ricreano un "altro realismo" reso spesso appesantito dallo stile didascalico del regista brasiliano. Si ha come l'impressione che Babenco sia tornato sui luoghi di Il bacio della donna ragno (anche lì un set/prigione) e lo abbia amplificato in una dimensione kolossal (nella durata di circa 150 minuti, nel respiro epico) grazie anche all'intervento della Columbia che ha prodotto il film. Carandiru non ha fortunatamente quella presunzione autoriale di film come Ironweed e Giocando nei campi del signore. Il suo film indigna ma non appassiona.

Per "Un certain regard" risulta alquando debole Japanese Story della regista australiana Sue Brooks, vicenda del rapporto tra due personaggio costretti a lavorare insieme, l'australiana Sandy (interpretata da Toni Collette) e il giapponese Hiromitsu. Il confronto tra le due differenti culture viene espresso con indifferente sterilità, così come risulta informe la visione di un paesaggio che, in questo road-movie, varia solo a livello naturale, ma non viene mai ri/trasformato visivamente, reso più vivo. Nella sua opacità, rimane soltanto il momento della morte di Hiromitsu (si tudffa in acqua e torna a galla senza vita) e in quella disperazione e quel misto di silenzio e terrore con cui Sandy cerca di trasportarlo in macchina.

Per la "Semaine de la Critique" Reconstruction di Christoffer Boe risulta un'operazione solo di testa, riavvolgendo gli episodi e rifacendoli rivivere come se si duplicassero come in Lola corre. I colori sgranati della fotografia, l'annullamento delle identità dei protagonisti (un fotografo che incontra Aimee, se ne innamora perdutamente e la segue ovunque), le estraneità progressive degli affetti, appaiono solo i segni di una vacua esibizione stilistica senza passione. Al contrario denso di passionalità è il franco-belga Depuis qu'Otar est parti, vicenda dell'esistenza di tre donne (una nonna, Eka, una madre, Marina e sua figlia, Ada) che vivono a Tbilisi, in Georgia. Un giorno la madre e la figlia ricevono la notizia della morte di Otar, il figlio di Eka che si trovava a lavorare a Parigi. Cercano però di nascondere all'anziana signora la notizia, visto per come la donna è affezionata al figlio. Sull'asse Georgia-Parigi, la Bertuccelli, al suo primo lungometraggio, disegna un percorso affettivo irregolare e pulsante, pieno di frasi non dette, di illusioni prolungate, di convivenze e fughe che sembrano rifarsi al; cinema di Otar Iosseliani. Il film forse denota i suoi segni di stanchezza nell'ultima parte, ma con Milwaukee, Minnesota è, al momento, il film migliore della "Semaine".

Tra i prossimi film: Le temps du loup (Fuori concorso) di Michael Haneke, Akurai Mirai di Kurosawa Kiyoshi e Tiresia di Bertrand Bonello (Concorso), La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, Stormy Weather di Solveig Anspach e Drifters di Wang Xiaoshuai (Un cerrtain regard), Las horas del dia di J. Rosales e Pas de repos pour le braves di A. Guiraudie (Quinzaine). Infine, come evento speciale, proiezione speciale di Tempi moderni di Chaplin.  

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