CANNES 56 - Il conflitto tra Cina e Giappone di "Purple Butterfly" e la lettura di Miller di Cechov con "La petit Lili"

Per la "Quinzaine des réalisateurs » presentata invece una delle opere più belle di questa edizione, "Deep Breath" dell'iraniano Shahbazi

Il concorso ha presentato altri due film, Purple Butterfly del cinese Lou Ye e La petit Lili del francese Claude Miller. Si stanno quindi assottigliando i giorni che separano alla consegna della Palma d'oro e mentre le voci che si rincorrono danno sempre favorito Dogville di Von Trier, sia Purple Butterfly sia La petit Lili potrebbero rappresentare una sorpresa nella consegna dei Palmares.

Purple Butterfly attraversa la storia cinese nell'arco di circa 10 anni (dalla Manciuria del 1928 a Shanghai del 1937), giocando sul contrasto/conflitto tra Cina e Giappone su due livelli paralleli: il conflitto bellico tra i due paesi (con Shanghai ufficialmente occupata dalle truppe giapponesi nel 1931) e la tormentata storia d'amore tra la cinese Cynthia e il giapponese Itami. Lou Ye, già autore di Zhou Mo Qing Ren (1995) e Sushou River (2000), con Purple Butterfly sembra rifarsi al modello di quelle magiche sospensioni del cinema del taiwanese Hou Hsiao-hsien nell'utilizzo di una luce che ritrasforma nell'immagine i corpi e i luoghi, in quella persistenza sonora dove gli elementi del film bellico (i bombardamenti) si mescolano con frammenti melo con le note di una canzone che diventa motivo ricorrente e la presenza persistente della pioggia che diventa segno di continuità tra le ellissi temporali. Forse in un film dove lo spazio è così dichiaratamente finto, stona quell'immissione di immagini documentari sul bombardamento di Shanghai nel 1937, ma al tempo stesso Lo Ye riesce a lavorare egregiamente sui silenzi, come nell'avvolgente inizio del film quasi muto.

Con La petit Lili, Claude Miller da una parte si è liberamente ispirato a Il gabbiano di Cechov e dall'altra ha sperimentato nuove tecnologia utilizzando il formato HD e la camera a spalla. Un formato quindi anti-classico per un cineasta invece spesso così legato a forme narrative classiche anche nei suoi film migliori (Guardato a vista, L'effrontée e La piccola ladra), che rimette sullo schermo i meccanismi di costruzione di messinscena del proprio cinema, attraverso un conflitto generazionale e familiare. Mado (Nicole Garcia), una celebre attrice, trascorre le sue vacanze estive nella sua tenuta di campagna in compagnia di suo fratello Simon (Jean-Pierre Marielle), del figlio Julien (Robinson Stevenin) e di Brice (Bernard Girardeau), il suo uomo e il regista dei suoi ultimi film. A mettere in crisi un equilibrio familiare già precario interviene Lili (Ludivine Sagnier), ragazza di cui Julien è follemente innamorato e che a sua volta s'invaghisce di Brice. Se nella prima parte del film, Miller rimette in crisi i conflitti familiare con uno sguardo appastanza apatico, soprattutto nel togliere aria a quell'ambientazione en-plein-air in Bretagna in cui il set viene trattato in maniera simile a Una domenica in campagna di Tavernier, è però nella ricostruzione cinematografica di questa vicenda privata avvenuta cinque anni più tardi, con la regia di Julien, che Miller si apre con insolita schiettezza, mette in evidenza le dinamiche costruttive, le prospettive dei suoi movimenti, con un'adesione sincera.

Tra i film migliori di questo festival, c'è invece l'iraniano Deep Breath di Parviz Shahbazi, presentato alla "Quinzaine". Protagonisti sono due amici di Teheran appartenenti a classi sociali differenti, che vivono alla giornata tra piccoli imbrogli e furti di cellulari. Mentre il ragazzo più ricco viene avvolto da un forte malessere, l'altro trova invece nuovi stimoli nel momento in cui conosce Aida.  Ciò che cattura maggiormente di Deep Breath sono le forme di un realismo quotidiano così differente da quello sia di Kiarostami sia di Makhmalbaf. Shahbazi produce un senso di autenticio malessere, contamina i suoi personaggi sempre sul limite tra la strada e il mondo borghese, lascia vivere i due protagonisti in quella persistente apnea già visibile nello splendido inizio, con il corpo di uno dei due protagonisti che sembra annegato e invece riemerge a galla. Deep Brath è un'opera davvero capace di vivere in simbiosi con i suoi personaggi, di giocare sulle speranze e sulle attese, di preannunciare ipotesi di una fuga liberatoria interrotte dal presagio di una dissolvenza nera nel finale.

Tra i prossimi film: Père et fils di Alexander Sokurov, Mystic River di Clint Eastwood, The Tulse Luper Suitcase di Peter Greenaway e Shara di Kawase Naomi (Concorso), Soldados de Salamina e Talaye Sorgh di Jafar Panahi (Un certain regard), Les lionceaux di C. Doyon e Les yeux secs di M. Nejjar (Quinzaine).

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