CANNES 56 - "La colère des dieux", di Idrissa Ouedraogo (Marché du Film)

Ecco un capolavoro che il festival più importante del mondo ha rifiutato e che, con una luce "pallida" che annulla ogni orpello estetico per piacere all'occidente, ci racconta cosa accadde in un regno dell'Africa nera poco prima dell'arrivo dei colonizzatori europei. Un western/mèlo nel quale gli anni passano nella durata di una corsa nel deserto

Sembra che a Cannes 2003 il cinema delle Afriche non esista (salvo due film marocchini, "Mille mois" di Fawzi Bensaïdi al 'Certain regard' e "Les yeux secs" di Narjiss Nejjar alla 'Quinzaine des réalisateurs', e la co-produzione Repubblica Centrafricana-Gabon-Camerun "Le silence de la forêt" di Bassek ba Kobhio e Didier Ouenangare, ancora alla 'Quinzaine'). Eppure basta avere un po' di curiosità e addentrarsi nel labirinto del Marché du Film per capire che le cose non stanno così. Che il cinema delle Afriche esiste e che, relegato in una sala di second'ordine, si può trovare anche il nuovo lungometraggio di Idrissa Ouedraogo. Un capolavoro che il festival più importante del mondo ha rifiutato. Si chiama "La colère des dieux" e, con una luce 'pallida' che annulla ogni orpello estetico per piacere all'occidente, ci racconta cosa accadde in un regno dell'Africa nera poco prima dell'arrivo dei colonizzatori europei. Un regno. Un tiranno. Un figlio non suo che la moglie, costretta a sposarlo, ha avuto dal suo amato prima della separazione. Quel figlio cresce e con la madre ritrova il vero padre, prima di perderli, i genitori, per sempre, uccisi dal re senza scrupoli. Il figlio scappa, diventa grande, acquista poteri, incontra una donna che mette alla luce una nuova creatura, mentre lui, non degno dei poteri ricevuti dagli avi e dall'aquila, dopo essersi vendicato del vecchio re, si uccide. Rimangono la donna e il bambino, mentre i coloni francesi fanno strage del villaggio. "E sono venuti per rimanere".

"La colère des dieux" ci fa ritrovare, nella durata secca di un'ora e mezzo, tutto il cinema di Ouedraogo, che si rimette in cammino, vicino alla semplicità figurativa, essenziale, del suo primo lungometraggio "La scelta", o della tragedia greca che è "Tilai", o dell'immensità dei primi piani sui volti (che ridono piangono sudano) che ci riportano a "Kini & Adams". Cinema, sempre, con l'essere umano. Film storico ma totalmente diverso e lontano da qualsiasi opera appartenente a questo genere. "La colère des dieux" è un western e un melodramma nel quale gli anni passano nella durata di una corsa nel deserto, ritmata dai piedi e dalla musica, e dal montaggio che assembla, nella quale un ragazzo diventa adulto e si ritrova, con la coetanea amata, 'quindici anni dopo'. O il tempo passa nel non-stacco (talmente è intimo e 'invisibile') fra l'esecuzione (fuori campo) dei genitori e l'inquadratura delle due tombe, già abitate e ricoperte, scavate dal figlio. Un'ellisse capolavoro, che ci dà tutta l'epicità del western e ribadisce l'orizzontalità dello sguardo di Ouedraogo, segno di tutta la sua filmografia.

Inoltre, "La colère des dieux" fa avanzare il cinema africano stesso. Il duello tra figliastro e re a colpi di magie è riposizionamento del capolavoro anni ottanta di Souleymane Cissé "Yeelen". Ma tutto, sempre, dentro una luce che non ha bisogno di farsi agghindare, di un cinema che torna alla sua terra e la ama. Gesto perfettamente sequenziale al periodo più recente dell'opera del cineasta del Burkina Faso, che dopo "Kini & Adams" si è messo a realizzare una moltitudine di schegge, comiche o tragiche, per le strade di Ouagadougou e dintorni. Forse per la mancanza di esotismi e surplus luccicanti (e per un discorso durissimo, politico, contro le responsabilità dell'occidente) "La colère des dieux" è stato tenuto ai margini. Senza dimenticare che Ouedraogo, ancora una volta, sperimenta mantenendo saldi i suoi segni distintivi e spiazza chi si aspetta da lui la copia del lavoro precedente. Per una filmografia in costante movimento e coerenza.

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