CANNES 56 - Gli ultimi fuochi

Presentati gli ultimi deludenti film del concorso, "Les côtelettes" di Bertrand Blier e "The Tulse Luper Suitcase" di Peter Greenaway. Attrae invece il riuscito documentario su Claude Sautet, cineasta ancora troppo sottovalutato.

Les côtelettes di Bertrand Blier e The Tulse Luper Suitcase di Peter Greenaway, rapprsentano tra gli "ultimi fuochi" di un concorso che, tranne poche eccezioni, ha rappresentato quest'anno una delusione. Ora, senza pensare al livello dell'anno scorso (dove, tra gli altri, c'erano Polanski, Suleiman, Assayas, Cronenberg, de Oliveira) sono abbastanza ignote le ragioni per cui, nella competizione ufficiale, siano state accettate opere di qualità complessiva assai mediocre. Fare considerazioni del tipo "se Cannes è stata così, significa che i film migliori saranno a Venezia" sono abbastanza riduttive, anche se da alcune indiscrezioni trapela che alcuni film registi che non erano pronti per Cannes o non sono stati ammessi in concorso (si parla di Altman e la Campion nel primo caso, di De Oliveira e Rivette nel secondo) saranno invece presenti al Lido.

Tornando agli ultimi film, Les côtelettes di Blier, tratta da una pièce del regista rappresentata circa 6 anni fa a teatro, l'opera vede protagonisti due uomini antitetici. Uno di questi (Michel Bouquet), piomba una sera a casa dell'altro (Philippe Noiret) e gli rivoluziona l'esistenza. Il film di Blier sembra davvero una pochade vecchia maniera, così innocua nella sua inutilità. Il cineasta francese sembra ormai riproporre stanche variazioni delle figure di Depardieu e Dewaere in I santissimi, giocando su pretestuose riflessioni sull'arte (tendenza presente anche nel precedente Les acteurs), riducendo il set a una variante del palcoscenico, dove la macchina da presa riprende i ritmi fuori giri tipici di una commedia francese che produce solo isterismo.

The Tulse Luper Suitcase, copre invece sessant'anni di storia (dal 1928 al 1989) attraverso la figura di Tulse Luper, personaggio che è stato in prigione nei quattro angoli del mondo. Il film comincia in Colorado con la scoperta dell'uranio nel 1928 e termina nel 1989 alla caduta del muro di Berlino. Più che un film, un'irritante cpomposizione multimediale, composta di schermi in simultanea, cromatismi falsi, oggetti-segni come la cinepresa amatoriale e il vaso di fiori e la propensione a fare del cinema una delle forme da far interagire con la televisione, il DVD, internet e i libri. The Tulse Luper Suitcase continua a presentare corpi, oggetti, ambienti del cinema di Greenaway come se si trattasse di un'inventario (anche Giochi nell'acqua era una sorta di inventario dove gli oggetti da vendere erano i numeri), di un'asta cinematografica piena di ipotetici abbagli ma senza essenza. Greenaway ha sempre avvicinato il cinema con la presunzione dell'esteta e ora gioca con le immagini con le forme ma senza la manualità della grafica. Forse il cineasta inglese rappresenta uno dei più evidenti equivoci critici degli ultimi 20 anni.

Attrae  invece il documentario Claude Sautet ou la magie invisible di N. T. Binh, grazie anche al materiale cinematografico di uno dei cineasti francesi ancora troppo sottovalutati. Non si vede Sautet che commenta il percorso della sua carriera ma si sente la sua voce. Il documentario ripercorre così le fasi della filmografia del cineasta sia come regista (da Asfalto che scotta, 1960 a Nelly e Mr. Arnaud, 1995) sia come ghost-writer (l'aneddoto di Gabin che lo ha chiamato sul set per rimettere mano a una sceneggiatura a un film anche buono ma dove "mancava il dessert") con testimonianze della moglie, Bertrand Tavernier, Jean-Paul Rappeneau, i suoi sceneggiatori, il produttore Philippe Carcassonne ed altri. Inoltre foto e filmati fuori dal set, come una scena dove tutti sono scoppiati a ridere in Tre mogli, gli amici e affettuosamente le altre del 1974.

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