CANNES 56 - "Mille Mois" di Faouzi Bensaid

E' l'unico film arabo e africano ad essere stato accettato nella selezione ufficiale, all'interno della sezione "un certain regard"; sezione onorabile ma la pellicola avrebbe potuto ben figurare nella competizione ufficiale. Un film promettente che lascia lo spettatore in una dolce incertezza. Di un cineasta da tenere a mente.

di Tahar Chikhaoui

 

 

La presenza del cinema arabo, come del resto quella del cinema africano, quest'anno risulta essere pressoché nulla. Malgrado questo qualche eccezione c'è stata, qualche film salvato dall'oblio, scampato al naufragio della marginalità e della rarità. Mille Mois di Faouizi Bensaid è il primo lungometraggio di un cineasta già celebre per i suoi corti: La Falaise (1988) che ha ottenuto 23 premi in tutto il mondo, Trajets e Le mur realizzati entrambi nel 2000 e tutti e due girati in modo notevole. Ma anche per aver recitato (poiché è allo stesso tempo un attore) in un importante film marocchino, Mektoub di Nabil Ayouch (1997), altro famoso regista a cui si deve il celebre Ali Zaoua, in Tresses di Filali Fardati (1999), in Cheval de vent di Daoud Oulad Sayed (2000) e in tempi più recenti in Loin di André Téchiné (2000) dove ha ugualmente collaborato alla sceneggiatura.

Mille Mois è l'unico film arabo e africano ad essere stato accettato nella selezione ufficiale, all'interno della sezione "un certain regard"; sezione onorabile ma, messo da parte ogni sciovinismo, la pellicola avrebbe potuto ben figurare nella competizione ufficiale il cui livello, quest'anno, risulta essere per lo meno discutibile.

Nel pressbook distribuito ai giornalisti il regista ha scritto: "Non ho voglia di affrontare la storia in maniera diretta ma in modo trasversale, in modo che essa lasci delle tracce sui personaggi che non la vedono crearsi, talmente sono ancorate ad un presente dove, per sopravvivere, ogni colpo è permesso....come in una guerra lontana, dove potremmo vedere i feriti solo se abitassero nel quartiere...una storia intima..."

 

Ciò che colpisce, in effetti, in questa opera prima è il rifiuto della pesantezza del discorso diretto di cui soffre il cinema marocchino e, più in generale, quello magrebino. Non che il film non sia politico e sociale ma non lo è che attraverso il cinema. Lo spunto iniziale è molto semplice, spoglio di ogni inutile pathos: Mehdi, sette anni, vive con sua madre e suo nonno in un villaggio dell'Atlas. Suo padre è in prigione ma vogliono fargli credere che sia in Francia. A scuola è coccolato dal suo educatore che gli ha delegato la custodia della sua sedia ma, per lo stesso motivo, diviene oggetto di gelosia da parte dei suoi compagni. Niente di più, qualche piccolo avvenimento fa da raccordo agli altri personaggi del villaggio. Questa scelta di ridurre l'universo drammatico ha permesso a Faouzi Bensaid di occuparsi dei suoi personaggi, di accompagnarli dolcemente, liberi dalle pesantezze socio-politiche o melodrammatiche che spesso ricorrono nel nostro cinema. Dal momento che questi non rimandano a delle tipologie o a delle categorie che corrispondono ai grandi quesiti della società, i personaggi sono abituati al baratto col pubblico. Facendo in questo modo il regista corre grandi rischi. Il film potrebbe non piacere perché sembra schivare l'attesa. Noi sappiamo, ad esempio, che il padre è in prigione ed il film è collocato precisamente in un periodo (i fatti si svolgono nel 1981) ma ne ignoriamo le ragioni precise e mai ne verremo a conoscenza. Questa assenza del padre e i motivi della sua detenzione (noi sappiamo semplicemente che non appartiene ad un partito politico specifico cosa che, del resto, non cambierebbe di molto le cose) ampliano l'universo del film senza precisarne i contorni, lasciando lo spettatore in una dolce incertezza. E quando i personaggi sono presenti sono sempre ambigui, complessi. Prendiamo il bambino: lui è contemporaneamente privilegiato ed emarginato; privato del proprio padre e viziato dal maestro. Insieme primo e solo, solo perché primo. Da questo punto di vista l'idea della sedia è magnifica. E' insieme il segno del privilegio ma anche un peso. Quando si conosce l'universo di Bensaid si comprende meglio l'uso che fa degli accessori. A parte l'ambiguità che esprime rispetto alla situazione di Ahmed,  introduce una nota di assurda tenerezza nel duro universo di questo villaggio abbandonato. Come un leggero mistero comunque sopportabile. Un respiro nel film che serve meravigliosamente le alternanze delle situazioni filmate in piani stretti e ampi, abbracciando gli spazi infiniti di questa regione dell'Atlas. Primo film promettente di un cineasta da tenere a mente.

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