Ai figli che non danno pensieri
si dedicano sempre meno pensieri

di Laura Tullio
Ci sono film che hanno altri film, dentro. Ci sono vite incastrate in altre vite, o che da esse vogliono liberarsi, come in una matrioska viva.
Così in The hours di Stephen Daldry le donne contengono i bambini, figli propri, o di altri. E loro - i bambini - utilizzano gli occhi delle madri - proprie o di altri - per vedere cose che altrimenti non potrebbero ancora vedere.
Richard ha pochi anni e vede sua madre baciare con forza un'amica. Gli occhi del bambino sono dilatati, come nell'arduo tentativo di capire, di comprendere, eppure sono tanto assorbiti dall'evento da non avere spazio per il giudizio. E il senso di colpa della mamma si fa giudice crudele e fattore di duri - ma veri - destini.
Richard si porta negli occhi il bacio della madre, se lo porta sul suo lettino, se lo porta con sè, stretto, nella sua cameretta e sente - in qualche oscuro modo - di poter essere una dilatazione dello sguardo di sua madre, di poter diventare un bacio che non si vergogna di essere quello che è.
E la bambina si ritrova inconsapevolmente affascinata dal bacio tra la zia-scrittrice e la propria madre. Le sue ali d'angelo vorrebbero sollevare la pesantezza dei sensi di colpa dalle labbra delle donne per lasciare loro l'aura della luce del bene di cui in qualche modo si sente portatrice. Si salva, la bambina, si salva salutando senza giudizio la zia e la accompagna con lo sguardo andando via.
Questi bambini, certi bambini[1], pagheranno le colpe delle madri, capendo bene - è questo il passo enorme che compiono - quali sono esattamente le loro colpe: non baci tra esseri dello stesso sesso, chè in questo non risiede colpa alcuna, ma l'incapacità di amare per come ognuna sa. La colpa è la negazione della fragilità dell'amore umano, da cui Richard volerà via.
Il bambino di Poco più di un anno fa[2] non ha nemmeno bisogno di scappare. Lui resta, decide e vuole restare col padre che si è scelto, non spaventato dalla omosessualità del porno star né da quella della propria madre.
La bambina di Ebbro di donne e di pittura[3] è fortemente attratta dal rapporto sessuale che cerca di spiare dalla finestra socchiusa e la morbosità, la malizia, le sono totalmente estranee. Anche qui è una donna adulta a insinuarle cattivi pensieri tirandola via dagli scuri.
In Novo[4] soltanto il figlio del protagonista continua a stargli vicino, a seguirlo, disinteressandosi di ciò che è giusto o sbagliato e del ritorno d'amore, aiutato, qui, da una madre capace di continuare ad amare, nonostante la mancanza di riconoscimento.
L'amore a tratti si fa laccio per i bambini. Spider[5] mescola madri e amanti, mogli e partner, mamme e dottoresse: il ragno è la donna-amore, la donna-amata e desiderata, sottomessa eppure irraggiungibile. La donna utero e ragnatela.
Bambini e bambine che ancora non vedono il sesso, che ancora non colgono la vita per quella che è e che pure la posseggono, la incarnano come per istinto: ne La locanda della felicità[6] la cecità non è totale nella ragazzina che vede attraverso l'amore quello che gli occhi non possono mostrare.
A volte invece gli occhi mostrano troppo, o presto, e la bambina di A mia sorella[7] sublima la violenza subita in scelta, pur di non riconoscersi vittima del mondo degli adulti, agognato e irraggiungibile. E così diviene padrona della sua vita e di una condizione adulta ancora da maturare.
Un po' come accade al ragazzino di Happiness[8] che alla fine riesce a venire, simbolo imprescindibile di virilità in un mondo corrotto dai grandi.
"Piove sopra i piedi dei bambini / che ci sono ma non li vedi"[9], mentre dovremmo ricordare che il mondo lo abbiamo preso in prestito dai nostri figli.
[1] Certi bambini, Diego De Silva, Einaudi, I Coralli
[2] di Marco Filiberti
[3] di Im Kwon-Taek
[4] di Jean Pierre Limosin
[5] di David Cronenbreg
[6] di Zang Ymou
[7] di Catherine Breillart
[8] di Todd Solondz
[9] Pioggia di novembre in Il ballo di S. Vito di Vinicio Capossela
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