Sotto il vestito niente. Dal corpo al cappotto, strati su strati. Profili, contorni inconcludenti di un voyeur

Immaginiamoci voyeurs, dentro il corpo cinema. E poi, attraverso le immagini, costruiamo il nostro sentiero in cellulosa. Vestiamo il sesso dello sguardo con le nostre vanità, senza un inizio definito, senza una fine. E partiamo dal corpo utero, strato dopo strato, fino al profilo dell'abito, del cappotto.

di Erminio Cavalli

 

Preambolo. Torneremo tutti ad abitare in un paese che già abitiamo. Magari sogneremo di vivere in un vecchio casolare, un tranquillo posto di campagna. Così, come alla ricerca di una Wanda, seguiremo le folli notti del dottor Petri, in compagnia dei lupi, lottando con la lupa.

Il cinema contemporaneo fine millennio, traguardo impietoso di una sorte acerba, non poteva non richiuderci in noi stessi. Quando la nostra donna, qualora esisterà, starà fuori dal nostro appartamento, ci piacerà tornare indietro nel tempo, soli, davanti allo schermo (impietoso anch'esso con noi), a rubare le uniche immagini vecchie ma indeformabili, decorose. E ne vedremo delle belle. Arriveremo ad aver paura di noi stessi, e questo ci turberà con infiniti sapori. Rinunceremo al nostro esistenziale impulso masturbatorio - uno schizzo, una tirata d'acqua di sciacquone e poi un risucchio - e resteremo impavidi e curiosi con la nostra migliore compagna: una penombra malinconica e puttana. Il nostro romanticismo sarà bisessuale, non desiderio di potenza, ma di sfidare una volta per sempre quell'alterità che ci manca, cercando finalmente una donna che si incastri con l'uomo: "uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo". Dio, che pietosa bugia! Meglio comunque provarci, con le migliori intenzioni. Dovremmo accontentarci di ammetterci voyeurs, con preziosa avidità, consumandoci pure attraverso pochi squarci di cinema, e definire solo dei contorni. Provare a raccontarci così. A raccontarle.

 

Courbet o della contemplazione. L'effetto visivo di un olio su tela come l'Origine du monde ci lascia senza pensiero. Di fronte, schiacciati dentro la realtà stessa di un'immagine-carne, ci arrendiamo. Impotenza dello sguardo di penetrare oltre, nonostante la cruda apparenza. Quasi per vincerci, presi da tabù o sempre più diffusa noia, lasciamo che la macchina da presa assista sconsolata, senz'anima, ad una dialisi indolore. Non esiste lo sconcio quando la tela è così pulita, precisa nell'intento e nei dettagli. Non inutile, ma scontata. Il sesso si fa l'autoritratto senza vantarsi poi tanto. Si dipinge addosso della sua stessa materia. Il porno nel cinema osa di meno, senza nessuna esclusione: non si lascia contemplare, si lascia deglutire in fretta e poi scappa via. Il suo sottogenere ne esaspera il banale (nazi-porno-necro). Nelle migliori intuizioni, quando il letterario non si fa alibi, qualcosa di sano e maturo riusciamo a percepire: l'eccesso furibondo di Salò però non ci convince, e preferiamo il primo Luna, le carnose allegorie di morte di Jess Franco o quantomeno l'ironia circense di Fellini, vulva locomotiva, straripante di carne. Poi esiste l'idiozia, dei corpi nudi messi in contesti alla Virzì o alla Verdone: il pelo triangolare ingrassato da uno squallido acquario. Gradisca?!...

Un velo appena. Funzionale, spesso insincero, gode però una sua legittimità: non rischia. E qui tutto il cinema forse. Quello benpensante neppure. Piuttosto quello che ha paura di sporcarsi. E imbratta l'inquadratura di lacrime e sangue. Hitchcock passa su di un molo e vede all'inizio di Frenzy una donna nuda uccisa di giornata; arrivato a non farcela più di chiusini o montaggi anal-ogici, ora se la prende con la sua impotenza. E ci fa guardare la donna tutta, ma sempre con un soffice pudore. Che classe! Argento sarabanda, con enfasi e lirismo, dentro poetiche di sguardo più barocche e artificiose. E riesce ad essere anch'egli autore, a scrivere scarlatto sul corpo di una donna. Le sue son piume di cristallo, che ansimano appuntite sul seno, sul ventre e poi...tagliano il tabù, senza mostrare. Bava padre inchioda due corpi in orgasmo e li buca insieme con una lancia, mentre modella le sue creature di argilla e polenta con le sue stesse mani, mentre si gode le sue scenette sulla vita e ci ridacchia addosso. Kubrick non erotizza: semmai gioca e percuote le meningi, come nessuno sa più fare. Soavi mostra i glutei contratti di una donna sul corpo di un mostro: della morte! Dall'amore al sangue (quel banana di D'Amato Joe non ci sfiora) si passa poi alle lacrime; quel cinema che lotta coi sentimenti onesti, e mostra appena capezzoli induriti ("ma che fai..mi vuoi provocare?"- ah povero Nanni de profundis!).

 

L'angoscia e l'equilibrio. Ritorniamo al nostro Petri. Povero Elio, così risentito di andare troppo presto in paradiso. Ma quando va al diavolo ci riesce meglio. Non siamo a Vigevano, anche se l'aria malsana e bucolica è la stessa. In pieno clima di sperimentazione, mostra un uomo ingabbiato dai suoi stessi tormenti. L'incomunicabilità, in questo tranquillo posto di campagna, regna sovrana. Ma a dispetto degli amanti di Magritte, lotta contro la propria donna, sua stessa coscienza, in pieno clima pop and beat generation. I secchi di vernice volano via e al corpo umiliato della sua amante, vi sostituisce un fantasma  non d'amore ma di follia, nostro caro vecchio Risi). Noi e Caterina.

Al rumore del cyborg si contrappone presto l'urlo disperato, il puro melò chapliniano, e ci sublima. Ci commuove. Il viso di una violettera ci incanta. Porcellana senza rossori, immacolata.

E l'equilibrio, nell'angoscia, torna nel grottesco, dove Polansky ci sguazza e ci vive meglio, o nel kitch, dove Marins il brasileiro vive peggio, molto peggio. Altro equilibrio epidermico nei Diavoli di Russel. Equilibrio perfetto, negli Innocenti dalle mani sporche di Chabrol. Che almeno il colore della menzogna sia palese, sia esplicito, come in questo caso. Il regista francese non ha remore per giocare con la morte. E più invecchia, più somiglia a Buñuel, con quel gran pezzo di tutore al posto di una gamba. Crash! Caro Cronemberg sei arrivato troppo tardi, ma al capolinea ti sei rifatto egregiamente.

 

Rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare. Abbiamo bisogno alle volte di una bella fiaba (In compagnia dei lupi; Nosferatu di Herzog) per apprezzare più l'odore del pizzo e del ricamo. I corpi si cominciano a coprire. E lentamente dal nudo si passa al cappotto. Germi odora di santità se pensiamo a tutto questo. A quell'aria buona per le strade non ancora asfaltate e di lupare. Don Camillo e i giovani di ieri. La donna vestita a festa per la processione di Pasqua. E l'uomo imbellettato con pochi stracci, belli ed eleganti. Germi di un'epoca al maschile, ma semplice. Olmi si ingrigisce e si appesantisce troppo a parer nostro; resta sempre un'epoca di anni ruggenti. Il corpo sembra esistere di meno, ma è solo ipocrisia. Eppure Ferreri sa gridare bene, sputa il marcio e lo rimangia. Resta di allora una lunga cronaca familiare: e con Zurlini torneremo malinconici alla prima notte di quiete: bellissimo! Ma si rideva, anche sotto la gonna: questo volto, dirà qualcuno, non mi è nuovo. Ma poi riusciremo a credere che più c'era censura e più c'era tanta fantasia. Un po' si. E tanto no. Alibi rifritti: il corpo nudo di una donna coperto è al dunque sempre coperto.

 

Incomunicabilità. In Forman, solo una donna volò sul nido del cuculo. Donna-regime in un amplesso mondo di uomini senza più anima. Verrà appena sopraffatta, per poco, ma poi vincerà. Per quelle pareti bianche, di lobotomie e grida feroci, sorde, un walzer li azzittisce tutti. L'evasione è sconfitta al dunque. E l'uomo rimane prigioniero di se stesso, inevitabilmente. Allora resta su di un'isola, a contemplare la donna dei suoi sogni. In principio, come in Adamo ed Eva, c'era Morel, immagine di un'immagine. Emidio Greco ne sa percepire tutta la disperazione. Un'incomunicabilità che ben riesce nei labirinti barocchi e desolati di Resnais in Marienbad. Il tempo diventa un pretesto, o meglio si annulla. Alla disperazione invece del suo passare inesorabile, troviamo Blow Up, Antonioni anche nelle prove meno belle. Per ingabbiare tutto questo, lo scatto implacabile di una Nikon, come una mannaia sull'ora. Prove sottili di alterazione: l'occhio (non un terzo) feticcio che non sa più comunicare: il Boom di De Sica. Il bulbo oculare strappato dalla sede vuota, in plastica, a copertura della nostra visione. Per gioco ma anche per beffa ci guarda l'uomo mito Sordi, splendente maschera sbarbata appena uscita dalla fabbrica nostrana della commedia all'italiana. C'è qualcos'altro che splende in questa misera angoscia dell'incomprensione? Forse quei volti appannati dal celluloide invecchiato: cinema muto come altra metafora dell'impotenza linguistica. Solo apparente. Ci parla di più. Ma qui è solo un profilo che sfiora un altro profilo, dentro l'inquadratura oggetti-soggetti che si sfiorano e si parlano. Restando all'interno dell'universo film, ci congediamo qui con il profilo di Benigni che si curva su un pozzo e affonda lo sguardo nel pianeta disperso e misterioso: donna.

 

Il marmo e la carne. Ordet ci parla sussurrando. E in quelle vesti di gesso bianche, si muovono dentro altri personaggi. Uomo-donna e il loro tripudio pudico, riguardoso. Camminano piano, succhi di flemma e di respiri. Volti bergmaniani che hanno l'apparenza del melò ma si tingono di tempera densa. Sul marmo allora altra vernice, per rendere più molle e più porosa l'evidenza del nostro sguardo. Carne sul marmo e pelle sulla carne. Così come prova Almodovar con toni accecanti di gioco e feticismo. Pezzi di carne tremula, come stoffa, incollata su pellicola. Pelliccia di peli di una donna scimmia.

La dissolvenza, l'astrazione. Dal corpo uomo-donna dunque al suo vestirsi, dal colore allo spessore. L'immagine arriva al punto massimo di definizione, ma poi si slenta, torna alle radici. La messa a fuoco sta per appannare lo schermo. L'asparago di Monet come qualcosa di incerto e indefinito.

Si stira l'immagine sui bordi. Al centro di tutto resta solo il languore dello sguardo, l'illusione di aver catturato poco prima il vero. Ma anche questa è pura menzogna.

 

La casa dalle finestre che ridono. Perché si scrivono melodie? Non esistono in natura, le inventiamo noi. L'uomo non riesce a percepire nient'altro al di fuori di loro? In un groviglio di note sparse, nell'inconsistenza di suoni gettati via, sentirsi un po' dodecafonici è l'unica speranza che ci resta. Ognuno dentro questa matassa proverà a scriversi un labirinto. E così la sperimentazione non è più un alibi sterile, ma voglia di afferrare tutto.

Dalla pancia di un esploratore ibernato, Carpenter fa uscire un fiore di mostro. Bocca sanguisuga: la cosa da un altro pianeta. Fiorescenze che ingrassano, ridacchiano. Bocche dentro bocche, labbra dipinte su pareti, graffiti, messaggi pubblicitari sparsi ovunque. Il sesso offeso, sparso in ogni cosa, come la sola cosa che ci possa appartenere. Ma preferiamo ignorare il senso di queste immagini. Senza il desiderio vigliacco di fuggire. Ne siamo tutti dentro. E non riusciamo a comunicare con il mondo se non con il nostro profilo. Di carne. Di sensi. Di pellicola.

La vestizione e la maschera. Giunti in fondo all'astrazione, non resta al corpo sessuale che coprirsi di veste i suoi vestiti. L'abbigliamento non basta più. L'abbagliamento ha già stancato, annoiato. All'ovale imperfetto e ancora residuo di persona, viene a sovrapporsi la maschera, come l'ultimo modo per continuare ad esistere. Jason vive. Incanta la testa e ci guarda. Non si avverte più lo sguardo, il lineamento. La pelle diventa gesso bianco, di latte. Le nari, la bocca, il sesso non hanno più fori. E se ce l'hanno si trasformano in orbite vuote. L'uomo donna ritorna alle radici, si strappa di dosso la carne, la pelle. Resta solo un po' di cartilagine. Uno scheletro immobile, manichino. Che porta con sé i suoi ricordi, le sue strane idiozie: malinconie. E scopriamo che l'essere decomposto, ridotto a materia, riesce ancora a comunicarci qualcosa. Spellati splendida Salomè assieme al tuo carnefice Erode. Erodi-Bene te stessa. Forse solo così riuscirai finalmente a comunicarci qualcosa. Ti vedremo così assieme a Eisenstein in Que Viva Mexico, a ballare assieme ad altri fantocci, scheletri commestibili, nel più bel giorno della tua dipartita. Dolci di clavicole, ossa di marzapane (rituali di folklore estremo alla Ruggero Deodato), belle da mangiare, buone da vedere (pensiamo a Jodo nella Montagna Sacra che morde il Cristo e lo mastica, per digerirlo meglio) che non sono altro che cinema, nostro maschio, nostra signora.

 

La cura. Provate a bussare di notte, al vostro vicino di casa. E attraversate quel lungo bianco corridoio. Vi sta aspettando qualcuno lì in fondo. Le pareti si stringono, i muri diventano mollicci, con la stessa consistenza del lattice. Orme di mani dall'esterno cercheranno di afferrarvi. Poi vi cattureranno. Vi prenderanno il corpo. Massaggi, spasmi, contrazioni sulla vostra pelle. La Deneuve, corpo ancora immacolato, stuprata dalle pareti: Repulsion. Qui è l'oggetto, la materia fuori di noi, che sembra volerci comunicare qualcosa. Esistenzialismo puro, entità inanimate che mostrano il loro sesso, il loro vestire. Un cartellone pubblicitario, dall'alto di una costruzione, ci raffigura il corpo di una donna. La fissiamo e la vediamo sorriderci, farci l'occhiolino. Il mastodonte mistero gigante, che ci culla tra i suoi seni. Altro stupro al femminile. Sono le tentazioni del dottor Antonio, squallido omino della censura più maldestra. Lasciamoci curare anche da ciò che ci appare così di cartone, anche dall'illusione stessa di lasciarsi sopraffare. E mentre noi dormiamo, quelle marionette lasciate in cantina si parlano, gli oggetti si parlano, e noi, tra noi, ci riusciamo sempre meno. Bevete più la - tte! No, la cura non esiste. Una suggestione leggera e necessaria: su una barca, Troisi ci ammalia, perenne sognatore: registra consapevole la voce delle stelle. E lascia a noi percepirne il corpo. La luce, l'ombra, il buio. Ed anche il silenzio.

Le metamorfosi. In un paesaggio molto magrittiano, un albero e una lunga scala di legno poggiata su. Visioni metafilmiche che ci riportano all'Amarcord felliniano. In un'ambientazione acustica greve e pacata, silenzio e vento, l'homo di Neanderthal torna in paradiso (ascesa al rovescio di De Pretore eduardiano) e grida, con un incipit alla Nietzsche: "Voglio una dooooo-naaaaaa! Voglio una doooooo-naaaaaaaa!!". Convinto da una vecchia suora che forse in terra si vive meglio (dannata paura dell'umano di lasciare il mondo) lo zio Teo scende lentamente sui pioli; ha il volto emaciato, consumato, folle, bambino capriccioso che ha conquistato fiero il suo giocattolo, trattenendo risate di gioia per orgoglio. E allora la terra si ritrasforma in donna, madre sempre gravida e giunonica, con le "fattezze placide e pacioccone di una venditrice di uova". La donna camaleonte. La donna che dilata le sue forme, si gonfia: ridacchia, strombazza. Continua la metamorfosi. Così come quella di Paul Verhoeven in Total recall, cyber-punk deframmentata, anche dai tre seni. E' insomma, l'amplificazione del desiderio, quando alla simmetria-parità si aggiunge il terzo incomodo. Moltiplicazione uterina che nel miglior cinema europeo si esplica nel buco nella carne da una lama di coltello casalingo; ma qui torniamo al mondo cane europeo, al quotidiano più sordido e romantico. Avati sveste un prete, che continua la sua ridacchiata: e sotto quei panni c'è una donna. Nel finale della Casa dalle finestre che ridono, l'ombra di un braccio si posa su di un albero. Sempre lo stesso. Ma stavolta non sappiamo chi. Forse l'indomito voyeurismo di chi vi scrive. Neil Jordan traveste la nonna di Cappuccetto in lupo e non il contrario. E lo sparo del cacciatore, in compagnia dei lupi, manda in pezzi quel coccio di alabastro con l'occhialino tondo, il tondo rosato delle guance piene di talco e rossetto della Lansbury. Altro che signora in giallo!

Le metamorfosi continuano. E ci piacciono così. Anche la donna di Ferreri ridotta a scimmia, che ci ingrigisce e stavolta ci lascia increduli e rabbiosi. Così vicina così lontana da Mamma Roma, nel suo dolore, nella sua impotenza. Henry Verdoux e il nostro Totò baby in preda al delirio, scorrazzano dentro il mondo donna, come in un pollaio Browning e la donna-gallina) e ci fanno sorridere, ci fanno paura. Chaplin manda al patibolo, per sempre il suo Charlot, sin troppo onesto e buono con le donne, e De Curtis gioca al rialzo con lazzi al sardonico: "tutta di seta ti voglio vestire!". Lei, regina della notte, ha finito di piangere, di lamentarsi. Non avrà più bisogno della maschera-uomo per legittimare le sue crudeltà, non più Norman Bathes con una finta parrucca e col cervello della madre. Ora è lei, ora, dopo tanto, si riscopre Medea e ci bacia, come una pantera.

Dichiara guerra al mondo, all'uomo, al suo potere. Ed è preziosa, disumana, più sublime che mai a vederla con una canna di fucile in mano, nella più elegante sinfonia del cinema contemporaneo: Chabrol e il buio nella mente, ultimo atto. Peccato che la rivincita sia solo un'illusione: un'allusione. Un pretesto per continuare questa grande sciarada di emozioni. Di finzioni.

L'alterazione però delle Sue forme ci prende in ostaggio. E continua ad ammaliarci. Da un corpo all'altro, da un abito all'altro, Ella si veste, si trucca, e poi sorridendo, si rispoglia lentamente. E poi ricomincia. Come al cinema. Come un film.

 

 

Epitaffio. Qualcuno forse ritroverà un giorno i nostri corpi. E nel nostro DNA riuscirà a leggervi come dentro una moviola. E per ogni nome un libro, per ogni data una storia. Siamo lettere, parole, racconti viandanti in un fascio di luce. Noi stessi diventati cellulosa. Anime: l'unica appartenenza all'umano maschio-donna. E stavolta senza nessuna differenza.

 

 

Congedo. "Uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo". Senza nessuna differenza.

 

Scrivi un commento
Captcha

Segnala un commento
Captcha

Sono presenti 0 commenti
 
 

Cerca nel sito

Cerca nel sito



News

Mads Mikkelsen in viaggio per l'Europa
Numerosi impegni per l'attore danese di Jagten  
Il canto del tramonto per Terence Davies
Sunset Song, con Peter Mullan e Agyness Deyn  
CANNES 65 - David Cronenberg e Robert Pattinson ancora insieme
Dopo Cosmopolis, un film su Hollywood  
CANNES 65 - Bertolucci esaltato dalla stampa straniera
Di seguito alcuni estratti della carta stampata internazionale
CANNES 65 - Hollande è già un film
Biopic sul neo Presidente francese, pronto nel 2013 
CANNES 65 - Kiarostami girerà in Puglia?
Il prossimo film del regista iraniano sarebbe ambientato nel Sud Italia
Tutti i nostri desideri ancora in sala
Terza settimana di programmazione
CANNES 65 - Barbera e il suo Film-Lab
Il neo Direttore di Venezia ha esposto il prossimo progetto a favore del cinema italiano
CANNES 65 - Il ritorno di Larry Clark
Due lungometraggi in programma: The Smell Of Us e Marfa Girl
CANNES 65 - Gilles Jacob riceve il Premio Pontecorvo
Riconoscimento all'uomo che da 30 anni dirige il festival
CANNES 65 - Fischi per Reygadas, trionfo per Bertolucci
Accoglienze contrastanti per due autori agli antipodi
CANNES 65 - Film su Fassbinder
Già deciso il regista, manca il protagonista che interpreterà l'autore tedesco
CANNES 65 - Esordio allla regia di Rupert Everett
L'attore inglese ha già scelto il soggetto e il co-protagonista
CANNES 65 - I bookies puntano su Haneke
Anche i bookmakers scommettono sul regista austriaco di Amour
Mélanie Laurent, Isabella Rossellini, Sarah Gadon per Denis Villeneuve
Accanto a Jake Gyllenhaal in The Enemy, tratto dal romanzo di Saramago
CANNES 65 - No, di Pablo Larrain è della Sony
Il film, presentato alla Quinzaine, acquistato dal distributore americano
Debra Granik dirige una nuova serie per HBO
American High Life, dramma familiare semiautobiografico
CANNES 65 - L'ANICA e l'accesso al credito
Domani, Tavola Rotonda “Accesso al credito – Strumenti di sostegno alle imprese audiovisive europee"
CANNES 65 - Post Tenebras Lux anche in Italia
Il film di Reygadas distribuito da Archibald Film
CANNES 65 - Audiard in sala è già un successo
Nel primo week-end in Francia, De rouille et d'os ha già battuto il record d'incassi
CANNES 65 - Dominik insidia Haneke
La stampa internazionale promuove KIlling Them Softly
Blade Runner 2 al via
 Ridley Scott conferma il sequel del suo capolavoro fantascientifico
Greg Mottola adatta il Pulitzer Jeffrey Eugenides
Un film dal suo ultimo romanzo La trama del matrimonio
Tahar Rahim e Marion Cotillard per Asghar Farhadi
Il regista di Una separazione, Orso d'oro a Berlino 2012
CANNES 65 - Commozione per la Bonnaire
Charles Tesson emozionato per J'enrage de mon absence