CINEMASIA - Corea: la via della vendetta
Il thriller coreano, ormai riconosciuto a vero e proprio genere come lo spaghetti western, non smette di regalarci gradite sorprese in un mercato globale che stenta a rinnovarsi e a offrire nuovi spunti agli spettatori. Parliamo dell'action The man from nowhere di Jeong-beom Lee, del drammatico The Outlaw di Kim Cheolhan, e del sanguinolento Bedevilled di Jang Cheol-soo
Che la vendetta sia uno dei temi ricorrenti della cinematografia coreana non è certo una novità. Sin dalla trilogia ormai storica di Park Chan-wook che nel recente e acclamato I saw the devil di Jee-woon Kim, la giustizia dell'occhio per occhio è sempre trattata con una certa abilità dai cineasti di quei luoghi.
Il thriller coreano in particolar modo, ormai riconosciuto a vero e proprio genere come lo spaghetti western, non smette di regalarci gradite sorprese in un mercato globale che stenta a rinnovarsi e a offrire nuovi spunti agli spettatori. Ecco perciò il momento di analizzare tre film che difficilmente vedranno mai un'uscita nel Belpaese, ma che hanno al loro arco diverse frecce. L'onore di aprire le danze spetta all'ultima pellicola di Jeong-beom Lee, The Man from nowhere, che vede protagonista la "star" di Mother, il carismatico Won Bin. Che qui, con tanto di capello lungo e look da "bello e dannato", è quasi irriconoscibile per buona parte della vicenda, riuscendo a imprimere un'aura dark al suo personaggio incredibilmente azzeccata. Lo stampo tipicamente action della storia, incentrata ovviamente sul tema della vendetta, si fa sfoggio di avvincenti sequenze acrobatiche e scontri a fuoco memori delle migliori danze di pallottole di Hong Kong. All'interno di quest'avventura incentrata, apparentemente, sulla componente più spettacolare del racconto, si inserisce una trama non priva di intensi sviluppi drammatici, tanto che il personaggio di Won Bin, conosciuto all'inizio come "l'uomo del banco dei pegni", oltre ad avere un passato misterioso che verrà ben presto svelato, si trova immischiato suo malgrado con organizzazioni malavitose che praticano il traffico d'organi, mentre allo stesso tempo dovrà cercare di salvare una sua piccola amica rapita proprio dagli uomini di quell'organizzazione. Non ci sarebbe nulla di strano ad attendersi un
imminente remake hollywoodiano, vista la "commerciabilità" della storia e la grande cura tecnica con cui il regista ha curato sia la componente più prettamente introspettiva (è facile affezionarsi ai protagonisti, complici anche le buone interpretazioni) che quella d'azione, per un film in grado di soddisfare molti palati.
Cambia lo scopo ma non la sostanza la seconda pellicola che andiamo a presentare, The Outlaw di Kim Cheolhan. Nonostante il non indifferente peso drammatico che si assapora sin dai primi istanti, con la rappresentazione e le conseguenze di stupri e brutali omicidi, nel suo andamento si sfocia in un finale altamente "ludico", che punta tutto sull'esagerazione senza per questo snaturare i suoi intenti, anzi rendendo il suo ultimo terzo, maggiore indiziato della precedente definizione, il più riuscito dell'intero minutaggio. A tal ragione si può anche soprassedere sulle conseguenze fortuite che continuano ad attanagliare gli sfortunati protagonisti, segno inequivocabile della perversione dello sceneggiatore. Quando il detective della omicidi Oh Jeong Su (un bravo e sobrio Kam Woo Seong) conosce So Young, vittima e unica sopravvissuta delle angherie di una banda di assassini e stupratori, comprende che sarà la donna della sua vita. Ma quando la ragazza è incinta, incapace di dimenticare il passato, fugge abbandonando il compagno per poi ricomparire diversi anni dopo, con figlia a carico. Il destino però non è fortunato, e Oh Jeong Su perde nuovamente ciò che aveva atteso per così tanto, lasciandogli soltanto la vendetta come unico motivo per continuare a vivere. Anche in questo caso non si può che notare una sempre maggiore spettacolarizzazione delle sequenze d'azione (qui comunque limitate rispetto al titolo precedente, lo stesso finale punta più sulla tensione), segno che il Cinema coreano è in grado di offrire ai suoi narratori budget sempre all'altezza.
Finora abbiamo raccontato di uomini alle prese con una missione solitaria, ma come ci ha insegnato lo stesso Chan-wook con l'ultimo capitolo della sua trilogia, le donne coreane non sono certo da meno e non è proprio il caso di chiamarle "sesso debole". A tal riguardo è d'uopo introdurre Bedevilled, esordio alla regia di Jang Cheol-soo, già in passato assistente di Kim Ki-duk. Cheol-soo si distacca dallo stile del suo maestro, pur non mancando di riferimenti e citazioni come nella sequenza d'epilogo. Distaccandosi quasi completamente, esclusi la parte iniziale e finale, dal contesto urbano, il film è ambientato su un'isola sulla quale le leggi sembrano immutate da secoli, e dove la donna viene trattata al pari, o peggio, di un animale. E' proprio qui che Hae-Won, ferrea impiegata di banca iper-stressata, si reca in vacanza per qualche giorno in modo da recuperare le energie interiori. Salvo scoprire che in quel luogo, dove lei ha trascorso l'infanzia, la sua migliore amica di un tempo, Bok-Nam viene continuamente dileggiata dal marito e dal cognato, che arrivano più volte a insidiare la stessa Hae-won, protetti anche dalle anziane del paese. Ma in seguito a
una tragedia, la furia di Bok-Nam diverrà tale quasi che un dio della vendetta si fosse scatenato sull'isola. Thriller dove il sangue scorre a fiumi, ma dove la violenza, a tratti quasi splatter, non è semplicemente gratuita, quanto manifestazione di rabbia e dolore repressi per le ingiustizie subite. La scena in cui Bok-Nam (un'intensa e inquietante Yeong-hie Seo) simula una fellatio sulla lama di un coltello, è di quelle che difficilmente si dimenticano. Anche qui l'impronta macabra può apparire alquanto esagerata, ma Cheol-soo non dimenticata comunque un'istinto malinconico che vibra potente in alcune scene, e che permette alla componente più emoglobinicamente perversa di non dominare eccessivamente: si può parlare di una storia nettamente tagliata a metà, anche nel minutaggio. Se la prima ora è una sorta di attesa latente, l'ultimo terzo è al pieno servizio della componente più perversamente ludica.
Tre opere diverse, forse dissimili ma non distanti, sia per il tema trattato, che per il modo di attuare la vendetta, che in maniere assai diverse, trova sempre il suo compimento. E, cosa più importante, lo fa attraverso veicoli cinematografici degni di nota che continuano a confermare come il thriller coreano sia destinato a mantenersi su livelli di alta qualità.
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