"Ogni tanto, interrompo e vado a pettinarlo, ci guardiamo e ci viene da ridere". Un ricordo di Giorgio Gaber


 


Ho avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Gaber, un paio d'anni fa. Ho curato la regia di cinque video di sue bellissime canzoni, per l¹uscita del CD La Mia Generazione Ha Perso.
In questi giorni, in cui tanti ricordano il cantautore milanese, ho ripensato ancor di più alle giornate trascorse con Gaber, alla sua generosità e, soprattutto, alla sua capacità di ascoltare gli altri. Posso solo dire che è stato un privilegio, per me "giovane" regista, eternamente alle prime armi, essere accanto ad un gigante come lui.
Faccio un po' di fatica, però, a raccontare del mio incontro con Giorgio Gaber. Provo infatti un certo ritegno a parlare di questa esperienza che, fra le altre cose, mi ha trasmesso un più profondo apprezzamento del pudore. E non vorrei contraddire proprio ciò che Gaber stesso in fondo mi ha suggerito, col suo modo d¹essere.


Nella primavera del 2001, avevo alle spalle una serie infinita di documentari televisivi, due-tre corti e anni di venerazione per l'intera discografia di Gaber. Un culto che condivido con pochi eletti amici, fin dai tempi dell¹adolescenza (Angelo e Patrizia Ercole che me lo hanno fatto conoscere tanti anni fa, Giusi D¹Oro che si è portata i dischi pure in Inghilterra, dove ora vive, e poi Massimo Latini che ne è una specie di esegeta). Questo culto si manifesta singolarmente nei viaggi in auto (provate ad ascoltare l'Illogica allegria guidando su un tratto di strada che costeggia il mare, possibilmente al mattino presto, e capirete cosa intendo). Per un fatto generazionale, abbiamo potuto scoprire Gaber solo nel cuore degli anni ¹80, e per noi è senza dubbio diversa la percezione del suo percorso artistico rispetto a chi può ricordare il Gaber giocoso di una TV in bianco e nero dove ha lasciato il segno (e che ha smesso di frequentare nel 1970). Per noi, il rapporto con Gaber parte dalla prepotente e viscerale immagine, a teatro, di un uomo solo al centro del palco che, reso audace dai suoi stessi tormenti, azzanna la realtà. E ricordo come La libertà, Far finta di essere sani, L¹ingranaggio siano diventate un prezioso vademecum per le nostre giovani coscienze vagamente ansiose di decifrare il labirinto di quella che era la modernità (o semplicemente il nostro quotidiano, privo di punti di riferimento?), ai tempi della Milano da bere e degli Yuppies rampanti. Fino ad allora scambiavamo la nostra insofferenza per spirito critico, in realtà non sapevamo dove collocarci, ma Gaber (con la complicità di Luporini) ci ha permesso di scoprire che se l¹interiorità deve essere il primo luogo in cui compiere scelte civili, bisogna almeno cercare di esserci: «la libertà non è star sopra un albero/…libertà è partecipazione.» Nel tempo, siamo stati sempre pronti a riconoscere talmente nostre quelle canzoni, (che ci hanno seguito ovunque, perfino in Inghilterra) da finire per pensare che fossero nate con noi.


Nella primavera 2001 – dicevo – tornavo a Roma in auto dalle riprese dell'ennesimo documentario con Massimo Latini (il direttore della fotografia con cui lavoro in prevalenza), una deviazione ci aveva costretto a lasciare l¹autostrada e attraversavamo lentamente paesotti e cittadine dell'Umbria e, tanto per cambiare, ascoltavamo Gaber in Benvenuto in luogo dove («Benvenuto in luogo lungo e stretto… un luogo pieno di dialetti strani/e di sentimenti quasi sconosciuti…»): girava voce che fosse imminente l'uscita di una nuova incisione di Gaber, e discutevamo del fatto che fossero passati venti anni dal suo ultimo album in studio. Intanto, la voce del cantante costruiva una singolare colonna sonora, appoggiandosi sul paesaggio intorno e insinuandosi tra i nostri pensieri e i nostri discorsi. Un momento come tanti altri già vissuti, in cui i bilanci esistenziali sono favoriti dalle strade altamente trafficate e dalle canzoni di Gaber. Eppure, in quel momento, mai avrei immaginato che da lì a poco mi sarei ritrovato a tu per tu con Giorgio Gaber, a decidere come inquadrarlo o che tipo di luce utilizzare. Squilla il telefonino: ci propongono di realizzare i video che devono accompagnare l¹uscita del nuovo CD che si intitola La Mia Generazione Ha Perso. Io e Massimo ci guardiamo increduli, Gaber dallo stereo dell'auto continua a cantare…

Indimenticabile il primo incontro sul set, a Milano: tutti gli andiamo incontro, amici, tecnici, musicisti… Gaber ha i capelli lunghi di un poeta e lo sguardo intenerito dallo stupore di trovarsi tutti insieme e dalla gioia di chi viene a salutarlo. Io invidio la familiarità di chi lo abbraccia.
Ed eccomi di fronte a lui, non riconosco in lui né l'espressione beffarda né l¹impronta guascona che gli avevo visto a teatro, ma scopro che è drammaticamente gentile e mi spiazza con una dolcezza da amico ritrovato. Appena gli porgo la mano e sto per dirgli che è un onore per me lavorare con lui, mi trattiene con tutte e due le mani anticipandomi che non può saltare per problemi all'anca. Mi chiede di avere pazienza, mentre io già mi sto nutrendo di ogni attimo che trascorro con lui. Siamo d¹accordo, non si tratta di realizzare dei videoclip di "servizio", e mi ascolta con partecipazione quando gli illustro le soluzioni adottate per le riprese. Gaber partecipa alla impostazione della scena con pochi essenziali interventi, ma è geniale nella consapevolezza di tutti gli strumenti espressivi che abbiamo a disposizione (basti pensare a Quando sarò capace d¹amare realizzata come fosse il flusso di una voce interiore).


Un grande stimolo su come impostare i movimenti di macchina rispetto alla scrittura delle canzoni, viene da Massimo Bernardini, amico di vecchia data ancor prima che critico e testimone appassionato del mondo di Gaber: con lui, di volta in volta, imbastiamo discussioni anche accese ma indispensabili per capire.


Gaber raggiunge i musicisti, gli sguardi di intesa per prendere le coordinate e parte la ritmica di Destra-Sinistra: lasciamo andare le camere, parte la ripresa con grande libertà come se fossimo capitati lì per caso e, se notate, nei totali Gaber è spettinato, per quanto fosse disinteressato ad avere un "prodotto" ingessato dalla formalità del video istituzionale. A dispetto della fatica e delle sue giustificazioni, Gaber si trasforma con una energia fino a quel momento insospettabile. Lo spettacolo è tutto nel suo viso, in quella mobilità ormai mitica, nell¹ammicco che è il racconto di una intera storia. Mette allegria una canzone come Destra-Sinistra, anche quando dice che a fare le spese di tutte queste etichette messe sulle ideologie alla fine siamo noi. Ogni tanto, interrompo la ripresa e vado a pettinarlo, ci guardiamo e ci viene da ridere.


Le riprese continuano per due giornate e si prosegue con l'esecuzione di Si può, Verso il terzo millennio, Quando sarò capace d¹amare e La razza in estinzione. Gaber canta in diretta e questo rende l¹atmosfera ancora più intensa. Devo confessare di aver avvertito davvero forte il contatto con quelle canzoni, capaci di scardinare i paradossi della nostra esistenza, alla luce di una febbrile carica di vitalità e impegno, tanto da potermi sentire complice con Giorgio. D'altronde è quello che stava accadendo a tutti, lì intorno a lui. In fondo, la regia di quei cinque video è stata un modo di seguire al microscopio il tessuto delle canzoni, penetrarvi fino a restarne invischiati e coinvolti, quindi per me è stato tutt¹altro che un fatto tecnico. Mi basta ricordare, ancora con un brivido, la ripresa del primo piano che sottolineava una frase drammatica come «La mia generazione ha perso» all¹interno della canzone La razza in estinzione: nella pausa che precede il canto, lo sguardo di Gaber ti trafigge. In questi giorni – nei telegiornali e nei vari programmi televisivi che ricordavano la storia di Gaber – quando, al termine di una lunga carrellata che parte dal bianco/nero della TV anni ¹60 (con i famosi duetti con Mina), ho visto apparire le "nostre" immagini di Destra-Sinistra, col volto di Gaber che sprizza una simpatia contagiosa, mi sono stretto nelle spalle, incredulo di aver davvero partecipato ad una parte di quella storia. Ciao Giorgio. Grazie.


Tonino Farina