A hologram for the king, di Tom Tykwer – la recensione in anteprima

In una sala dallo schermo medio del ricco centro commerciale Westfield di Londra, e per il prezzo di 12.50£, abbiamo visto l’ultimo film del tedesco Tom Tykwer, che con questo nuovo lavoro pare aver cambiato direzione nella sua poetica. Se fino a Cloud Atlas Tykwer pareva più interessato a dinamiche politiche, in cui l’uomo si pone contro (o si difende da) il potere, ora vuole confrontarsi con dinamiche più intime, come l’amicizia e l’amore, mai messe a fuoco così bene prima. L’interesse del regista è ora quindi più verso la costruzione di rapporti che verso il contrasto.

Girato tra il Marocco e l’Egitto per simulare l’Arabia Saudita, A hologram for the king si prende il tempo per parlare soprattutto di collaborazioni, di amicizie e di amori, in un periodo di crisi economica mondiale e di nuove contrattazioni economiche. Alan Clay (argilla, materiale malleabile e permeabile) viene mandato in malo modo da Boston a Jedda sulla base di un vecchio e inverosimile contatto con il nuovo Re. La situazione economica di Alan non permette dubbi di sorta dato che egli è alle prese con il divorzio dalla esigentissima moglie, le spese del college per la figlia e la propria situazione di “quasi” disoccupazione (creata per errori di valutazione da egli stesso). Alan quindi parte ritrovandosi in un posto sconosciuto tra sconosciuti, dove può ridiscutere se stesso partendo almeno da un punto iniziale, cioè la propria stanchezza. E non si tratta solo del jet-lag devastante, o della sacca di grasso da asportare dalla schiena, ma pare proprio essere una metafora della stanchezza che l’Occidente si porta dietro.
Nel film Tykwer sottolinea per due volte la caduta di Alan da una sedia che gli si rompe sotto il sedere. Come se ormai la stabilità di ciò che sta sotto o dietro di noi sia assolutamente precaria mentre dovremmo guardare meglio ciò che sta davanti a noi.

La confezione da film medio incentrato sulla buona interpretazione di Tom Hanks non vuole andare molto in profondità (come intuiamo da questa semplice metafora) ma nondimeno mostra vari spunti interessanti, sulla scorta del romanzo omonimo di Dave Eggers. Dalla tecnologia americana da vendere agli arabi (sorta di mac guffin narrativo ma anche simbolo di una tecnologia più ludica che necessaria, che non va molto oltre l’effetto cinematografico hollywoodiano) alla tenda in mezzo al deserto, dove gli impiegati occidentali si ritrovano a lavorare senza wifi né aria condizionata finendo per essere stravolti, come a sentire sulla propria pelle il significato di venire da quella parte del mondo. Si ha quindi un interessante contrasto tra un occidente stanco di essere se stesso e un Medio Oriente che vuole correre verso la propria occidentalizzazione più sfrenata, tra assenza di sindacati e cantieri desolanti in mezzo al deserto.

Con una prima parte più ritmata e una seconda più riflessiva il film si dipana attraverso comiche e leggere vicissitudini fino alla ovvia risoluzione con una sconfitta lavorativa per Alan da parte dell’avversario cinese, capace di dare una tecnologia identica ma più avanzata e alla metà del prezzo. L’estremo oriente occidentalizzato che vende al medio oriente che vuole occidentalizzarsi, scalzando dalla lotta il vecchio occidente classico, il quale pare moltissimo non essere nemmeno più interessato a lottare. Alla sconfitta lavorativa si affianca la vittoria sul piano personale, la conoscenza della dimensione dell’Altro data dalla figura di Zahra, il medico donna che deve fare di tutto per essere meno donna possibile in un paese dove essere donna è già di per sé uno scandalo.
Gli incassi in patria hanno deluso (anche se alla proiezione le molte persone islamiche presenti si divertivano molto nel riconoscere sullo schermo i propri riti, manie, abitudini e problemi quotidiani) ma non si tratta di un film sbagliato, quanto forse di un timido tentativo di nuovo inizio di cinema da parte del regista. Che potrebbe rafforzarsi se perseguito nei prossimi lavori.