A Quiet Passion, di Terence Davies

La poetica silenziosamente ribelle di Terence Davies trova, nel poliedrico e controverso personaggio si Emily Dickinson, un ottimo spunto per mettere a frutto il suo passato di fine conoscitore dell’animo femminile. Sedici anni dopo di La casa della gioia, Davies torna con A Quiet Passion a riflettere, con l’aiuto di un altro personaggio femminile, su quale sia il costo, in termini di isolamento sociale e solitudine esistenziale, per riaffermare l’intransigenza della verità e il rigore morale in nome del rispetto delle regole che sono state scelte per la propria vita.

Davies è forse uno dei registi per il quale diventa anche semplice, per lo spettatore, osservare quanto delle sua opera costituisca “fatto personale” e quanto piacere della costruzione in funzione della scena. Il suo cinema ci ha abituati, progressivamente, ad una sempre maggiore purezza che si manifesta innanzitutto con la successiva eliminazione dell’elemento strettamente autobiografico il che è avvenuto con il citato film del 2000 che ha segnato una cesura con il passato e che da li in poi è divenuta una costante per il cui il suo lavoro narrativo. Davies sembra avere smesso di occuparsi direttamente della propria memoria e per aggirare il problema racconta di altre biografie, ma guardando sempre alla propria come preciso punto di riferimento.
La sua poetica quindi non ha smesso di considerare il passato come necessaria componente dell’oggi e i suoi personaggi femminili hanno anche il compito di traghettare la sua autobiografia nella loro storia oltre che quella silenziosa ribellione verso le regole ipocrite di una società che, oggi come ieri, esclude ogni forma di diversità a meno che non sia eccentrica manifestazione di innocua e quindi comoda e divertente originalità.
La poetessa americana con la sua carica anticlericale, ma non antireligiosa, antidogmatica ma non atea, con la sue nette posizioni contro ogni dominante ipocrisia nella alta e media borghesia americana di fine secolo che si nutriva di un insopportabile puritanesimo, sembra essere il personaggio davisiano per eccellenza. Emily Dickinson, infatti, unisce alla sua innata inflessibilità una altrettanto connaturata vocazione artistica che ne elevava lo spirito guarendone le ferite durante le lunghe sessioni notturne di terapeutica scrittura. La poesia era la manifestazione fisiologica della vita e in questo senso A Quiet Passion è un film che riconosce alla poesia quella efficacia salvifica perfezionando così il percorso di Sunset song. Nel film precedente la protagonista rinuncia, pagandone i costi con l’isolamento nelle highland scozzesi, alla propria promettente vita per mantenere un patto non scritto e non detto con il proprio passato e con la tradizione, qui Emily non rinuncia alla propria vita pubblica poiché quello è il percorso che aveva deciso di seguire e l’inquieta passione per la poesia la conforta e la sostiene. L’infelicità della Dickinson non scaturisce dalla rinuncia ma da un genuino anticonformismo. Emily trova pienamente sodale su questa strada la sfrontata Vrilyng Buffam il cui aperto anticonformismo si richiude su un matrimonio che ne soffoca le aspirazioni. La Dickinson sarà coerente fino in fondo. La sua purezza sembra non prevedere alcuna contaminazione.
In quest’ottica con A Quiet Passion Terence Davies costruisce un personaggio assai simile a Lily Bart di La casa della gioia e la quasi coeva ambientazione temporale e sociale ne acuisce le affinità. Su un piano differente le affinità con l’opposto e più intimo e segreto percorso di Chris Guthrie di Sunset Song.

Nel rispetto dei fatti il film di Davies diventa gradualmente claustrofobico poiché questa è stata scelta di Emily Dickinson che dall’isolamento sociale è passata anche a quello familiare, pur sempre nel rispetto di quella benefica protezione che l’ambiente della famiglia le poteva assicurare. Allergica alle regole, per nulla impaurita dalla solitudine rispetto ad una maggioranza della quale non condivideva né sistema di vita, né comportamenti, la giovane Emily ha dovuto dapprima combattere con il sistema religioso di una rigorosa scuola di suore e successivamente con un ambiente che non poteva perdonare la trasgressione, compresa quella artistica che la portava, da donna, a poetare nel silenzio della notte. Così diventa comprensibile la scelta della graduale clausura e nel contempo plausibile il progressivo scolorirsi dei toni cromatici in favore di una fioca luminosità della scena e il visibile diminuire della brillantezza visiva che sembra spegnersi come i tratti puliti del volto di Cynthia Nixon che interpreta con luminosa grazia e intima e credibile complicità, il personaggio della solitaria poetessa americana. Davies ha realizzato un film in cui resta netta la sua impronta e che esalta le sue capacità innate di regista da interni. Gli interni come scandaglio delle anime alla ricerca di quella parte indicibile e non rappresentabile e nell’impossibilità di farne immagine Davies si affida ad un catalogo ragionato della possibile bellezza a cominciare dalla luminosità dei volti quello di Emily, ma anche quello dell’amata sorella Vinnie. Ogni inquadratura diventa attenta e ognuna di esse sembra volere racchiudere il mondo della Dickinson. Quel mondo che muta e colto da Davies con rapida metamorfosi dei tratti del volto della sua protagonista e degli altri personaggi.
A Quiet Passion quindi prende le distanze da ogni freddezza narrativa che un certo biopic potrebbe avere, la dove si pretenderebbe di mettere in scena solo la vita artistica del protagonista. Il lavoro sulla poesia, d’altra parte, diventa sempre rischioso poiché rischiosa è la forma d’arte. E se Martone per il suo Leopardi ha scelto la forma della prosa alta e se Jane Campion per raccontare il suo Keats ha scelto un moderno lirismo, Davies sceglie la strada della modernità già suggerita dai versi sincopati di Emily Dickinson adattandosi a quella struttura. Il film e le poesie diventano assonanti e non sempre immediatamente visibili, ma le immagini illuminano quei versi come una finestra spalancata su una imminente modernità. L’apparente classicità di A quiet passion soprattutto nella struttura narrativa – pizzi e merletti, carrozze d’epoca e velette – si fa attuale nella schiettezza con cui mostra la corda di un tempo che ormai è in dirittura d’arrivo, alle sue battute finali, in quelle consumate regole sociali che la Dickinson voleva rompere e che oggi tornano a fare la voce grossa. Davies traduce tutto nella leggera trama del suo film, nelle stoffe consumate degli abiti e nella impossibile credibilità dei personaggi maschili, su tutti un infelice Austin, così scuro in volto da non assorbire alcune luce, rappresentante di una mascolinità sempre odiata da Davies che continua a punteggiare i suoi film con queste insopportabili figure maschili come il padre di Chris in Sunset Song o tutti gli altri (visibili o invisibili) che hanno costellato i suoi film.
A Quiet Passion non è quindi solo un film che stringe sui primi piani di Emily Dickinson e che sembra volere catturare nella ironica recitazione di Cynthia Nixon quella freddezza necessaria per recidere ogni legame con le regole, con la tradizione, con il passato e con gli affetti, ma sceglie anche di rivolgersi al presente assolvendo pienamente al suo ruolo artistico, lanciando il salvagente della poesia come lenimento al male, impregnando il film di questa ricchezza della parola, costruendo dialoghi acuti che hanno il sapore moderno della classicità shakespeariana e riuscendo a restituirci un ritratto preciso dell’artista americana, privandola del mito e perfettamente definendola come personaggio solamente umano.

 

Titolo originale: id.

Regia: Terence Davies

Interpreti: Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Emma Bell, Duncan Duff

Distribuzione: Satine Film

Durata: 125′

Origine: Gran Bretagna/Belgio 2016

 

 

 

 

 

 

 

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