Adua e le compagne, di Antonio Pietrangeli

Se un filo conduttore forte esiste nella carriera di Antonio Pietrangeli – prematuramente interrotta da un malaugurato incidente durante la lavorazione di Come, quando, perché – è quello della ricerca di una progressiva identificazione femminile, attraverso la costruzione di personaggi dal sensibile spessore psicologico che possano definire ogni possibile profilo, ogni possibile carattere. Nel suo cinema ritroviamo le donne ingenue, le donne svampite, le donne frustrate, ma sempre contrapposte ad un universo maschile infantile e pericoloso. Il cinema di Pietrangeli ci ha fatto guardare, forse addirittura in anticipo sui tempi, ad una sorta di innaturale subalternità dei rapporti tra i sessi che non è solo quella di un dominio di natura economica, ma psicologico e i suoi racconti ci hanno detto della faticosa ribellione femminile, di questo volo che sembrava impossibile da affrontare e di questo sbattere d’ali che prima o poi avrebbe restituito il risultato. Adua e le compagne (1960) è forse il film nel quale questa sopita ribellione sembra tornare alla luce del sole. Sarà per la presenza sanguigna di Simone Signoret (Adua) o per la solare bellezza di Emmanuelle Riva (Marilina) o forse per l’ingenuità giovanile di Sandra Milo (Lolita) o ancora per il cinismo consapevole di Gina Rovere (Milly – Caterina), sarà per la sua necessaria coralità, ma il film ribolle di questa rivendicazione femminile per quattro donne che provano a ricomporre la loro vita dopo la chiusura delle case di piacere ad opera della legge Merlin. Il loro progetto è quello di una trattoria, ma il loro finanziatore Ercoli, nella eterna faccia di Claudio Gora immolatosi per i ruoli antipatici del nostro cinema di quegli anni, si trasforma nel loro pappone e vuole che il ristorante diventi una casa d’appuntamenti. La scenata plateale di Adua, consapevole e disillusa, sortisce l’effetto di fare fuggire il losco personaggio, ma chiude l’esperienza così ricca di avvenimenti e di speranze per le quattro donne.
Carico di un pessimismo innato anche Adua e le compagne, così come Io la conoscevo bene o La visita, nulla concede alla volontà caparbia di un lieto fine. È per questa ragione che forse il cinema di Pietrangeli trova una difficile collocazione. Ma la sua, quella naturale, sembra adattarsi ad un necessario e meditativo silenzio. Il regista romano, dottore in medicina e poi critico cinematografico, sembra coltivare il desiderio istintivo di allontanarsi da ogni possibile ipotesi ottimistica e nonostante i suoi sceneggiatori fossero gli stessi che in quegli anni fecero la storia del nostro cinema (Maccari, De Santis, Scola ecc…) il suo restava un cinema segnato da una profonda ferita e le sue protagoniste sempre donne in credito con la vita (ad eccezione delle poche commedie a tutto tondo Souvenir d’Italie, tra queste, vera rarità nella sua filmografia), ma pronte ad adattarsi, pronte a credere, fragili e ingenue. Così Adriana di Io la conoscevo bene, così Pina di La visita, così Adua e le sue compagne. Ma è dentro questi personaggi, così apparentemente deboli che va ricercata la loro forza, quella di resistere agli eventi, agli schiaffi della vita (Caterina, qui personaggio commovente), aggrapparsi all’uomo e consegnargli la vita, donare se stesse, senza quasi nulla chiedere, se non un poco di quell’attenzione e quella stima che viene di continuo e ingiustificatamente negata. Ma qui Adua trova la forza di tirare la fuori la ribellione che cova, quella che viene sospinta giù e mai riesce a venire fuori. Il cinema di Pietrangeli sembra guardare a quell’invisibile filo che porta il suo cinema così lontano da ogni cinismo alla Monicelli o alla trasversale rabbiosa rivalsa di certo cinema di Risi; non si trasforma mai in neorealismo rosa e prova a percorrere una strada tutta sua, nel rispetto della tradizione e nel contemporaneo tradimento di un’Italia protesa verso il boom economico. Ma il cinema di Pietrangeli si fa silenzioso atto d’accusa di tutto questo e prova a guardare alle anime ferite delle donne, a tutto quello che nessun miracolo economico potrà mai ripagare o rifondare, prova a risarcirne i danni provocati, mettendole, così deboli, al centro di un’attenzione amorevole.
Adua e le compagne sembra anche toccare il profilo sociale e suggerire una interpretazione critica verso una collettività che vuole bollare per sempre le ex prostitute. Ma ci pare che questo profilo sia del tutto incidentale e come tale non decisivo. Ciò che appare invece evidente è questa capacità di specchiare l’animo femminile in questa storia così articolata e così, al tempo stesso carica di sentimenti accennati, non detti, ma avvolti dentro una patina di silenzio coperta da altre parole, altri discorsi (La trattoria va bene… l’acquisto dell’automobile …. ecc…). Il tratteggiare il rapporto di Adua con Piero (un Mastroianni bugiardo e profittatore), il delineare con poche inquadrature il rapporto difficile di Marilina con il figlio, l’amore naufragato di Emilio con Caterina, l’illusione in cui vive il fanciullesco personaggio di Sandra Milo accalappiata da un ciarlatano che si da arie da impresario teatrale (Gianrico Tedeschi), è materiale sufficiente per fare partire altre storie, altri racconti. Pietrangeli sembra lavorare su questa trama invisibile, nella credibilità di una realtà contingente, forse ancora oggi non troppo distante da quella che viviamo, aggrappandosi a sua volta a questi personaggi per coltivare un pessimismo innato e risolvere ogni speranza, nell’ultima inquadratura disperata che vede Adua sulla strada, in una notte di pioggia battente, rifiutata dal cliente che preferisce la sua collega più giovane. È la dimostrazione dell’anti miracolo ciò che forse caratterizza il cinema di un regista così disilluso come fu Antonio Pietrangeli.

Regia: Antonio Pietrangeli
Interpreti: Simone Signoret, Marcello Mastroianni, Emmanuelle Riva, Sandra Milo, Gina Rovere, Claudio Gora, Gianrico Tedeschi
Origine: Italia, 1960
Genere: drammatico
Durata: 106’

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