Annientamento, di Alex Garland

La via di chi teme di arrivare alla meta traccerà, facilmente, un labirinto.” Il labirinto come “patria dell’esitazione” descritto da Walter Benjamin e non più come sfida da completare, intrapresa per aspirare al ruolo di eroe, assomiglia maledettamente al Bagliore di Annientamento. Il Bagliore è una zona in espansione creata dall’impatto sulla Terra di un oggetto cosmico capace di aprire, con i suoi confini instabili e i contorni deformati come una mano vista attraverso il vetro di un bicchiere pieno, un varco verso l’esperienza del limite.
annientamento Allo stesso modo del labirinto, il Bagliore è un luogo misterioso, una possibile geografia del dubbio dai punti d’orientamento sempre mobili, dove in una sintesi di desiderio, rassegnazione e paura nei confronti dell’immagine della perdita, gli sguardi delle cinque protagoniste aprono l’immagine di un ripensamento del mondo e del tempo. Un ripensamento che sfida la centralità dell’umano come misura del tutto, innescando una nuova logica della mutabilità della materia che prende forma a partire dall’ombra della morte, condizione limite necessaria per aprire nuove soglie. E’ proprio il destino di autodistruzione scritto nel nostro DNA a spingere le protagoniste di Annientamento, ognuna con il suo personale carico di vulnerabilità, desideri, sensi di colpa e fallimenti, all’interno dell’Area X.
Nel caos genetico di questo spazio disorientato, l’obiettivo verso cui tendere, come alla fine impara la biologa di Natalie Portman, Lena, non è più la conservazione ma il cambiamento. Il fatto che la missione di Annientamento venga affidata ad una squadra tutta al femminile è un’affermazione di non poco conto. In un momento storico dove le conquiste scientifiche e tecnologiche hanno aperto alla mutazione del concetto dell’umano, la differenza di genere è il punto da cui partire e non più la questione da risolvere. “Credevo di essere un uomo e ora annientamentonon ne sono più sicuro“, il Kane di Oscar Isaac non può uscire dall’Area X se non perdendo il suo statuto di uomo come soggetto in controllo del processo. Lena, invece, riesce a tornare perché, proprio in quanto donna, è capace di lasciarsi abitare dal Bagliore, di farsi, insomma, corpo instabile che non ha alcun controllo sul processo, semplicemente si lascia attraversare dalle sue infinite possibilità. Un discorso, quello sulla necessità di ripensare l’essere umano in termini di flusso in divenire di incredibile urgenza, che Alex Garland va esplorando a partire dalle sceneggiature per Danny Boyle di 28 giorni dopo e Sunshine, passando per la riflessione di Ex Machina su una nuova connessione tra corpo umano e macchina capace di far superare a quest’ultima il suo statuto di metafora, fino allo spazio labirintico di Annientamento, liberamente adattato dal primo capitolo della trilogia fantascientifica dell’Area X, immaginata dallo scrittore statunitense Jeff VanderMeer.
E’ ancora una volta, dopo Ex Machina, una fantascienza dimessa e sospesa quella di Alex Garland, immersa negli echi delle zone tarkovskijane, che condivide con le visioni di Denis Villeneuve l’urgenza di interrogarsi sull’orizzonte di morte, allo stesso modo di Arrival, come presupposto del futuro. E’ vero, il tentativo di Annientamento di farsi esperienza intensiva capace di immaginare nuove percezioni e sensazioni funziona più nella scrittura che non nell’impianto visivo e, soprattutto, cede troppo spesso il passo ad una cerebralità di sottofondo annientamentoche, a differenza del cinema di Villeneuve, non sempre riesce a cogliere la profondità delle connessioni emotive descritte dalle sue protagoniste. Ma rimane, comunque, un cinema che, in un paesaggio troppo spesso dominato dalla logica spettacolare della semplificazione che sbanca al botteghino parlando di liberazione senza invece perseguire affatto quella logica della dissonanza capace di far vacillare il sistema dominante, ha il coraggio, pagato con una battaglia produttiva che ha costretto il film di Garland ad un uscita in sala solo nel Nord America e in Cina, a salvare il resto del mondo ci pensa ancora una volta Netflix, di rimanere magnificamente aperto, di farsi patria dell’esitazione, dove finalmente ci è davvero concesso perderci.