Appuntamento al Parco, di Joel Hopkins

Hampstead, uno dei quartieri più lussuosi di Londra, a nord del centro storico della capitale inglese. Parte del London Borough of Camden, l’area è rinomata per essere il sobborgo di intellettuali, artisti, musicisti e scrittori e per ospitare il vasto parco omonimo, Hampstead Heath. Qui sono ubicate alcune delle ville più costose del mondo, il mercato immobiliare è in continuo fermento e vi soggiornano più milionari che in qualsiasi altra zona del Regno Unito. Ad ulteriore riprova dell’alto tenore di vita, la configurazione urbanistica del suo suburbio si fonda su alcuni dei punti chiavi delle teorie architettoniche di Sir Raymond Unwin: comfort abitativo, distanza calibrata dalla capitale, alta qualità tecnico-progettuale e forme evocative della città antica. Proprio nel parco di Hampstead, tra il 1987 e il 2007, in una baracca immersa nel verde di otto metri quadrati e senza acqua corrente, gas o elettricità, ha vissuto l’irlandese Harry “the Hermit” Hallowes. Emigrato in Australia e successivamente in Nuova Zelanda, dove si era mantenuto lavorando per allevamenti e fattorie, Hallowes fa ritorno in Gran Bretagna all’inizio degli anni 80 e stenta a trovare un lavoro. Nel 1987 viene sfrattato dall’appartamento che il Comune gli aveva assegnato ed occupa così il giardino di Athlone House, una villa del diciannovesimo secolo che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva ospitato un centro d’addestramento della Royal Air Force e successivamente era diventata una struttura ospedaliera pubblica. Un giaciglio un giorno, una tettoia di plastica quello dopo: poco alla volta, Hallowes aveva messo su casa. Nessuno gli ha detto nulla sino a quando la villa non è stata venduta a un miliardario del Kuwait. Nel 2007 Harry è protagonista di una battaglia legale diventata storica: impugnando le normative sull’usucapione (per la legge britannica bastano dieci anni per essere riconosciuto proprietario), aveva sconfitto un gruppo di imprenditori immobiliari che voleva rimuovere lui e la sua baracca dal fazzoletto di terra che si era costruito come casa. Alla sua morte, nel febbraio 2016 all’età di 88 anni, Hallowes ha lasciato i suoi averi (le stime indicano un valore di circa 3,5 milioni di sterline) a due charity che si prendono cura di chi, come lui, non ha dimora fissa. Ad Hampstead lo conoscevano tutti: sistemava i giardini della zona e contava tra i suoi amici scrittori, artisti e musicisti. Il regista Terry Gilliam, ad esempio, andava spesso a trovarlo per fare due chiacchiere.

imageSfogliando un giornale in cui veniva raccontata la vicenda del “senzatetto britannico più ricco del mondo”, il quarantasettenne regista londinese Joel Hopkins (Jorge, 1998, cortometraggio in bianco e nero con cui ha vinto un premio in denaro di mille dollari e ha ottenuto diversi riconoscimenti; Jump Tomorrow, 2001, adattamento per il cinema del precedente lavoro che gli è valso un BAFTA, l’Oscar del cinema inglese, come miglior regista esordiente; Oggi è già Domani, 2008; Colpo d’Amore, 2013, presentato al Toronto International Film Festival) trae lo spunto per questo suo quinto lungometraggio. Ma la vicenda di “Harry the Hermit” fornisce più che altro un interessante pretesto sociale, giuridico ed antropologico per mettere in scena una classica storia d’amore in salsa over 60 tra i due protagonisti della pellicola, nell’evidente intento di replicare il successo al botteghino della commedia romantica indipendente di nove anni fa, quel Last Chance Harvey (Oggi è già domani) interamente poggiato sulle calibrate performance di Dustin Hoffman e Emma Thompson (entrambi nominati ai Golden Globe 2009 come miglior attore e miglior attrice in un film commedia o musicale) e sceneggiato dal regista londinese appositamente per sfruttare l’affiatamento sul set dei due attori. E non è un caso che anche in Appuntamento al Parco la scintilla amorosa scocchi tra un’americana e un britannico (in Oggi è già Domani si invertono le provenienze geografiche dei protagonisti) e che tanta parte delle dinamiche più briose con cui il regista infarcisce la trama si fondi proprio sull’osservazione umoristica, ma sempre indulgente e, diciamolo, piuttosto stereotipata, di tic, vissuti e way of life di personaggi di origine, cultura ed estrazione sociale diverse: nel nostro caso, l’elegante, borghese e filantropica americana e il burbero, solitario ed ombroso irlandese.

Emily Walters (Diane Keaton) è una vedova americana che vive in un attico, lussuoso quanto trascurato, nel sobborgo londinese di Hampstead. Sommersa dai debiti che il marito fedifrago le ha lasciato, la donna perde progressivamente stimoli ed interessi e conduce una vita monotona scandita dalle riunioni con le amiche ed inquiline dello stabile e da un poco convinto impegno in opere di beneficenza e petizioni per i diritti civili. Di fronte al suo appartamento si estende il parco di proprietà di un ospedale fatiscente che l’amica Fiona (Lesley Manville), un’inquilina sposata ad un avido imprenditore immobiliare, vuol fare abbattere per costruire una serie di appartamenti di lusso. Proprio in un lembo di quel parco si trova la baracca di Donald Horner (Brendan Gleeson), un irlandese che vive da anni in solitudine e provvede autonomamente alle proprie necessità vitali, dal cibo all’energia elettrica. Un giorno, osservando il parco con un binocolo dalla mansarda, Emily inquadra Donald mentre prende un bagno nel ruscello che attraversa il parco. Da quel momento le loro vite non saranno più le stesse.

Hampstead-LST251305Atmosfere, ambientazione, fotografia, approccio narrativo: molto del film di Hopkins mostra evidenti debiti vero la più sofisticata commedia sentimentale in stile british degli ultimi venti anni, a cominciare dagli script di Richard Curtis (su tutti, Nothing Hill del 1999) fino alle pellicole di maggior successo di John Madden (Marigold Hotel, 2012). Tuttavia, nel tentativo di amalgamare i diversi registri narrativi sullo sfondo di una vicenda romantica – e sì che gli spunti non mancano: dalla dimensione prettamente capitalistica del mercato immobiliare più spietato e sfrenato alla storia di per sé drammatica di una vedova raggirata dal marito defunto, dalla sempre attuale questione ecologica dei “polmoni verdi” e dell’architettura sostenibile alla complessità del rapporto tra madre e figlio – la sceneggiatura di Robert Festinger (In the Bedroom, 2001; Trust, 2010) si sfalda poco alla volta e appare priva di un reale spessore drammaturgico, rivelandosi piuttosto lineare, schematica e poco credibile. Ogni potenziale tassello che avrebbe potuto arricchire e problematizzare la vicenda viene appena accennato e immediatamente relegato ai margini della narrazione, non diversamente dalle sfumature più esilaranti e grottesche (quasi interamente affidate al bravo Jason Watkins e all’improbabile commercialista che interpreta), il cui utilizzo più massiccio, in assenza di altro, avrebbe probabilmente giovato e si sarebbe rivelato più funzionale anche per un prodotto di semplice intrattenimento. Infatti, se il pic-nic nel parco dei due protagonisti, su una panchina accanto alla statua di Karl Marx con tanto di iscrizione dorata “Workers of All Lands Unite” sembra costituire un rimando al saggio di Friedrich Engels “La Questione delle Abitazioni” (1887), Hopkins decide presto di liquidare riferimenti scabrosi e velleità politiche e sociali, accordando tutto lo spazio della visione alla verve dei due interpreti e alla loro avventura romantica, fatta di passeggiate in centro, battute di pesca sul ciglio del ruscello, cene frugali e battibecchi piccati con conseguenti rappacificazioni. E in questo lo aiuta la delicata e melodiosa colonna sonora di Stephen Warbeck (premio Oscar 1998 per Shakespeare in Love), sempre pronta a salire di intensità e a tamponare, non sempre in maniera efficace, i passaggi a vuoto dello script. La sensazione complessiva è che, al di là della confezione di un prodotto tutto sommato godibile e poco altro, anzi, a tratti piuttosto retorico, stucchevole e debole, il film sia un omaggio a due grandi interpreti che non avevano ancora avuto occasione di recitare assieme e, in particolare, un ritratto della splendida settantunenne Diane Keaton. Dopo tutto, nel film di Hopkins l’attrice californiana mette in scena se stessa e l’icona femminile che ha contribuito a creare con tante pellicole, tra raffinatezza, umorismo ed eccentricità. La vediamo, infatti, percorrere le lussuose strade di Hampstead e i bucolici viali del parco come fosse una turista statunitense in terra britannica, sfoggiando esattamente quegli abiti – dalle camicie bianche o color panna abbottonate sul collo ai morbidi pantaloni a falde larghe fino agli eleganti copricapo – che l’hanno resa celebre. Non resta che convenire con quanto del film racconta il produttore Robert Bernstein, pur nella constatazione che di drammatico e di lotte sociali non permane che una filigrana destinata a sparire con un soffio: “Appuntamento al Parco segue le vicende nel caotico mondo di oggi di due persone tra loro molto differenti che si innamorano in circostanze tanto curiose quanto improbabili. Lui vive come vagabondo in un parco mentre lei è una signora della borghesia che abita in una casa vicino. Il fatto che possano stare insieme è impossibile. Eppure l’amore li porta a unirsi e a combattere, tra dramma e commedia, contro il mondo, contro gli immobiliaristi, il sistema giudiziario e la società di finti perbenisti che li circonda”.

Titolo Originale: Hampstead

Regia: Joel Hopkins

Origine: Gran Bretagna, 2017

Interpreti: Diane Keaton, Brendan Gleeson, James Norton, Lesley Manville, Simon Callow, Alistair Petrie, Jason Watkins, Rosalind Ayres, Brian Protheroe

Distribuzione: BIM Distribuzione

Durata: 102′

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