Arrival, di Denis Villeneuve

Non avevamo ancora rimesso a punto le nostre percezioni visive, che avevano reagito come di fronte a lampi accecanti alla visione, lo scorso anno, di Sicario, che Villeneuve ha immediatamente rilanciato la sua voglia di sorprendere con un film quasi opposto, per luce, ambientazione, stile, personaggi, plot.  Da uno script dello sceneggiatore Eric Heisserer, tratto dal racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang, nasce questo Arrival, fantascienza un po’ cupa, e un po’ “sporca” (come la definisce il regista) che sembra costringerci continuamente all’operazione opposta di Sicario: se lì la fotografia di Roger Deakins ci spingeva sempre più dentro un universo abbagliante ed esplosivo, come un qualcosa che i nostri occhi potessero vedere ma non “accettare”, come se fosse un lungo tunnel dell’orrore, in Arrival la luce sembra via via scomparire, la nebbia e le nuvole nere sembrano quasi un tutt’uno con questi 12 incredibili oggetti di 450 metri di altezza che arrivano sulla Terra, silenziosi (all’esterno) , affascinanti (per qualcuno), inquietanti (per altri).

arrival amy adams jeremy rennerChi sono questi misteriosi visitatori? Perché sono giunti da noi? Cosa vogliono?

Tutte domande che gli abitanti e i governanti delle diverse nazioni della Terra si fanno, ma che non sono in grado di porre agli alieni. E qui entra in gioco la studiosa di linguaggio Louise (Amy Adams) che, in compagnia del fisico Gary Donnelly (Jeremy Renner) verrà messa a capo del gruppo di lavoro che, con tempi ristrettissimi, cercherà di studiare e di capire il linguaggio dei “nuovi venuti”.

Per entrare in contatto con questi Eptapodi (esseri da sette zampe o piedi) i due studiosi dovranno entrare dentro questo gigantesco “confetto nero”, inizialmente attraverso una scala mobile, ma poi, alleggeriti improvvisamente della “gravità” terrestre, potranno arrivare di fronte a questo enorme “muro” trasparente, come un vetro di un grande acquario, dietro il quale si celano e poi si mostrano i due alieni.

arrival forest whitaker amy adams jeremy rennerVilleneuve è abbastanza colto cinematograficamente per sapere che film come Incontri ravvicinati del terzo tipo e Contact costituiscono un immaginario comune e forte per lo spettatore, pertanto riferimenti visivi e sonori ai due film non sono neanche malcelati.  Soprattutto il film di Zemeckis sembra costituire una sorta di remake al contrario, laddove lì era la figlia (Jodie Foster) che grazie al “contatto” con il mondo alieno riusciva a ritrovare suo padre morto, mentre in Arrival la protagonista, che ha perso per una grave malattia la figlia, si ritroverà, proprio grazie agli alieni, a rivivere come irresistibili flashback, alcuni momenti belli e meno belli della sua vita con la bambina.

Intorno a uno scenario da “guerra mondiale”, dove i grandi Stati fanno a gara per mostrare al mondo chi è più deciso a contrastare questi nuovi venuti, il film si costruisce il suo cuore battente proprio all’interno del personaggio di Louise, che dovrà riuscire e entrare in contatto con gli alieni, a costo di dover mettere in discussione il suo modo “antropologico” di pensare e sentire…

arrival jeremy rennerSiamo di fronte alla “teoria della relatività” della Linguistica moderna. “La teoria di Sapir-Whorf afferma che se si inizia ad imparare una lingua, si inizierà a sognare e anche a pensare in quella lingua. A circa metà del film, apprendiamo che loro riescono a scrivere una frase simultaneamente con entrambe le mani. Conoscono la fine della frase mentre stanno scrivendo il suo inizio. Mentre Louise cerca di scrivere nella loro lingua alla sua maniera, le sinapsi del suo cervello iniziano a collegarsi con il linguaggio e con il suo modo di pensare. Più impara il loro linguaggio, più i suoi pensieri diventano confusi. Inizia ad avere non proprio interruzioni psicotiche, quanto vividi flashback del suo passato. Perché questo linguaggio le porta alla mente ricordi della figlia che ha perso?” (Dennis Villeneuve).

Il linguaggio ci cambia. E ci può mettere in contatto non solo con gli “altri” ma, anche, con parti di noi nascoste o dimenticate. E nell’angolo sperduto del nostro io ci troviamo a confrontarci con la presenza invisibile, all’inizio della vita, poi sempre più incombente della morte.

Ecco, questo “contatto con la morte”, quello di Louise con la figlia perduta, si trasforma in un “contatto con la vita”, perché riuscirà attraverso questa sua mutazione a rivivere esperienze del passato come del futuro, saltando i nostri piani spazio temporali, in una dimensione nuova dove non ci sta quasi distinzione tra l’onirico e il reale.

arrival jeremy renner amy adamsAlla fine Arrival, come i migliori (o i più ambiziosi) film di fantascienza “per adulti”, pone gli interrogativi filosofici di sempre, Villeneuve li riassume così:Cosa succederebbe se sapeste in che modo state per morire e quando morirete? Quale sarebbe il vostro rapporto con la vita, l’amore, la famiglia gli amici e la vostra società? Essere maggiormente in relazione con la morte, in modo intimo con la natura della vita e le sue sfumature, ci farebbe diventare più umili. L’umanità adesso ha bisogno di questa umiltà.

Un piccolo film, quasi intimo, ricco di effetti speciali, è una totale contraddizione, eppure questo film sembra infischiarsene, rischiando di scontentare gli appassionati della classica SCI-FI da un alto e gli amanti del film d’autore dall’altro. Perché non cede al lirismo, né all’esplosione catartica degli effetti speciali. Resta lì, nel guado dei generi, film per certi versi inaccettabile, troppo colto per essere un film Hollywoodiano e troppo Pop per essere un film d’arte.

E’ un film dannatamente umile che chiede a noi spettatori di esercitarci sullo stesso piano morale. Chissà se sono i sogni che ci caratterizzano in quanto umani…

Ma forse, oggi, il pubblico si aspetta altre cose…

Titolo originale: id.

Regia: Denis Villeneuve

Interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma

Distribuzione: Warner Bros. Italia

Durata: Usa 2016

Origine: 116′

Un commento

  • The ARRIVAL é il giusto titolo per esprimere la tortura di un povero spettatore
    per ARRIVARE alla fine del film. Chi ce l’ha fatta ne é uscito profondamente
    turbato aprendosi verso nuove regole di vita. Sopratutto, ha deciso di non
    mangiare più calamari e seppie.