'nostalgie, mon amour'
“Avrei potuto fare”, “avrei potuto essere”...nostalgia per quello che non siamo (più), o per quello che eravamo. Persino l'odio, il risentimento di fronte alla nostalgia di un corpo che scompare (la morte) trova la forza interiore per manifestare il perdono.
Non è importante desiderare un meraviglioso futuro. E' importante costruirsi, giorno per giorno, un buon passato.
Jerry Lewis
Abbandoniamo le vecchie diatribe, i giochi inutili destra/sinistra. Davvero, non ce ne frega più niente, sono solo riferimenti di un tempo, che oggi non significano più nulla. Però... Proviamo a ricordare, ugualmente. Da un lato c'era la sinistra, portatrice di valori del progresso (i 'progressisti') dall'altra la destra, portatrice di valori del mantenimento sociale (i 'conservatori'). Da una parte chi orgogliosamente e ottimisticamente guardava al futuro ('il sol dell'avvenir') dall'altra chi si rivolgeva al passato come negazione del presente, come riferimento di un'era che non c'è più, ma che si vuole restaurare (i riferimenti al 'fascio' e a tutta l'antichità romana del ventennio).
In questa dialettica degli opposti, qui per forza di cose con troppa approssimazione schematizzata, necessariamente la nostalgia è di destra. Persino il Devoto-Oli lo ammette: 'nostalgico': “chi desidera il ritorno a un regime politico tramontato”; addirittura lo Zingarelli è più esplicito: “chi auspica il ritorno di forme politiche passate, spec. del fascismo”.
Se poi leggiamo i 'dizionari dei sinonimi' troviamo, nel Gabrielli: 'nostalgia': “desiderio del ritorno, dolore o male della lontananza (e, curiosamente, non viene indicato NESSUN SINONIMO). In un altro dizionario, il Cesana, troviamo la 'nostalgia' come sottovoce del 'rimpianto'. Sentite cosa scrive: “Nostalgia è il senso di tristezza, di malinconia, che danno le cose amate e perdute, e ancora desiderate”
Bene. Non desideriamo il ritorno del fascismo e, oggi, probabilmente, non lo desidera più nessuno, neppure chi ancora si dice fascista. Anche perché la memoria si perde e le società mutano così in fretta che neppure sappiamo più immaginarlo, il fascismo. Così come il comunismo. Allora togliamoci di mezzo la politica. E proviamo a posare con dolcezza lo sguardo su quella frase citata, su alcune 'parole': tristezza, malinconia, cose amate e perdute, ancora desiderate. Malinconia, amore, desiderio. Li vogliamo perdere? Vogliamo cancellare dalle nostre vite dei sentimenti così 'forti'? E allora, il cinema, quello vero, quello che ci spappola dentro le viscere, che ci blocca il respiro, che ci fa piangere, soffrire, desiderare, in una parola, vivere. Insomma, provocatoriamente: TUTTO IL CINEMA CHE AMIAMO E' NOSTALGICO!
Perché ci parla di noi, dei nostri amori, dei nostri desideri, di quello che siamo (stati), del nostro, più o meno magnifico e terribile, passato.
Decenni di cultura 'materialista' (e più o meno paramarxista) hanno relegato la nostalgia in un limbo per 'vecchi' desiderosi di tornare al passato. Ma già questi termini indicano uno stato di obsolescenza del linguaggio, perché 'vecchi', 'desiderio' e 'passato' sono parole vive, presenti. E poi la nostalgia è per forza legata all'invecchiare, all'accumulare 'passato'.
L'impressione è che la nostalgia sia parte integrante del processo stesso di realizzazione del cinema (come della fotografia). 'Fermare il tempo', bloccare attimi impossibili a riviversi. Questa la magia del cinema. Che ci permette da oltre un secolo di vedere e rivedere continuamente la vita vissuta, il passato. Insomma, in questo senso, cosa c'è di più nostalgico del cinema? Le immagini bloccano il tempo che ci vede lentamente morire, e riproducono sensazioni e vite, rapporti e dolori, anime e corpi, in un continuo sguardo al 'non essere più'. Quella scena girata è già passato, al montaggio è lontanissima, e la rivediamo in cassetta decine di volte, come e quando vogliamo 'riprodurre in noi' quell'emozione. Vediamo Johnny Guitar e Vienna discutere nella notte nel saloon, e fiamme di sentimenti scorrono tra loro (dentro di noi). Amiamo vedere e rivedere quella scena, perché vogliamo riprovare la sensazione già provata. E' ricerca della malinconia? Così si riduce la nostalgia a una sua possibile strada, quella melanconica e triste, per altro anch'essa ricca di suggestioni e forze narrative ed esistenziali. Ma chi ha detto che la nostalgia non può essere allegra? Vediamo John Belushi sullo schermo e avremmo voglia di riprodurre il suo temperamento, la sua forza distruttrice e, al contempo, piena di vita e di amore, e non proviamo malinconia, ma come una strana energia, proveniente da chissà dove. Per forza il passato ci deve lasciare il groppo alla gola, per essere vera nostalgia? Pensiamo a John Milius, e a quel capolavoro che era Alba rossa. Ora a parte gli stupidi che se la son presa definendolo film fascista e reazionario, non è un magnifico affresco sulla (nostalgia della) giovinezza (perduta) proprio come lo era l'altro film straordinario di Milius, Un mercoledì da leoni? Ecco, abbiamo citato solo film 'vecchi', che terribili nostalgici! E allora eccoci a oggi, due film che non piacciono a tutti, anzi a pochissimi, eppure così densi di materialità del vivere da far esplodere i corpi che 'guardano' il film.
Magnolia e Gioco d'amore. Il film di Paul Thomas Anderson è un pugno nello stomaco, come quando la persona amata se ne va e tu non puoi più fermarla. E ogni personaggio del film sembra voler fermare il tempo, recuperare il tempo, cambiare quel che è stato con un 'altro' impossibile. Donne che hanno tradito i loro uomini che ora scoprono una terribile nostalgia d'amore proprio quando l'uomo è sul letto di morte. Uomini dimenticati dalla vita che cercano un riscatto non (solo) nel presente, ma anche e soprattutto nel ricordo di un passato che li ha segnati inesorabilmente. “Avrei potuto fare”, “avrei potuto essere”...nostalgia per quello che non siamo (più), o per quello che eravamo. Persino l'odio, il risentimento di fronte alla nostalgia di un corpo che scompare (la morte) trova la forza interiore per manifestare il perdono. Guardiamo la nostra vita, e ci scorrono davanti le immagini, come un lungo flashback, e vorremmo fermare il tempo, vorremmo rincorrerlo e tornare là dove abbiamo fatto quel tragico errore, oppure dove abbiamo amato così intensamente che solo il ricordo della forza di quell'amore ci rende ancora vivi. Gioco d'amore è il film della nostalgia, del tempo 'sospeso' del passato, dell'attimo così dilatato da divenire 'altro tempo', 'altro amore', cioè cinema.
Kevin Costner lancia la palla, e ogni lancio è un frammento di vita, attimi che ritornano, a riorganizzare la sua (nostra) vita. Cosa saremmo senza un passato che ci costringe a ricordare cosa eravamo? Mimmo Calopresti, nella prefazione al suo Preferisco il rumore del mare, cita Cesare Pavese: “Al mondo non si è mai del tutto soli. Alla peggio si ha la compagnia di un ragazzo, di un adolescente e via di un uomo fatto - Quello che siamo stati noi”. Già, quello che siamo stati noi. Guardiamo i più giovani, i nostri figli, nipoti, o i ragazzi di oggi, e se siamo sani di mente e di corpo proviamo una tenerezza infinita per loro, per noi, che eravamo così, anelli deboli e persi della catena infinita del mondo. Kevin Costner lancia la palla nel diamante di baseball della partita della vita, e il turbinio dei sentimenti gli spezza il cuore, lo blocca, eppure, contemporaneamente, lo esalta. Più ricorda, più 'sente' il passato più lancia (vive) meglio. Se non sappiamo amare questi film, se non sappiamo amare noi, il nostro passato, anche l'oggi che già è andato, cosa ci riserverà mai il prezioso 'futuro' (che altri non è che, anch'esso, la vita)?
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