Sentieri Selvaggi: schede, trailer e recensioni dei film in uscita al cinema, recensioni dvd in uscita, trame film horror - tutto sui Festival di Venezia e Cannes - scuole e corsi di cinema, sceneggiatura, recitazione, critica cinematografica, fotografia, montaggio, regia e scrittura - università del cinema, documentari e scuole di cinema a Roma. Dal 1992, sempre per la rivista Cineforum, il gruppo di Sentieri selvaggi cura la rubrica Home video, denominata “Squarci di cinema”, che diviene uno spazio originale di studio e rivalutazione critica di registi e temi quasi mai affrontati dalle riviste di cinema. Dal ‘92 al  ‘97 “Squarci di cinema” non solo recensirà tutte le novità in videocassetta, ma lavorerà criticamente il cinema attraverso svariati temi. girare un documentario
     

SOL LEVANTE - Katsuhiro Otomo

In occasione dell’uscita in DVD di “Steamboy” ripercorriamo la carriera di uno dei principali autori di manga e anime, esplorando le connessioni tematiche fra il suo ultimo capolavoro e il mai dimenticato “Akira”.


Noto anche a una fetta di cultori non particolarmente fanatici del fumetto o dell’animazione giapponese, Katsuhiro Otomo è senza dubbio uno degli autori più importanti espressi dall’Arcipelago nel settore a noi più caro (e non solo). Classe 1954, Otomo è comunque un personaggio difficile da incasellare e anche la sua produzione sembra sottoporsi volontariamente a oscillazioni tematiche, fatte apposta per sviare qualsiasi lavoro di sintesi critica. Cosa lega il futuro post-atomico di Akira all’Inghilterra vittoriana di Steamboy? Ma soprattutto quali connessioni esistono fra le ispirazioni da Moebius visibili nella sua celebre raccolta di storie a fumetti “Memorie” (pubblicate dalla Star Comics) e il realismo particolareggiato di opere fondative come “Domu – Sogni di bambini” (attualmente nelle edicole per I classici del fumetto di Repubblica)?

E, soprattutto, come ha fatto un autore così poco prolifico (fra Akira e Steamboy sono trascorsi 16 anni) a diventare uno degli alfieri dell’industria animata giapponese e uno dei principali (se non “il principale” artefice) della diffusione di anime e manga in Occidente?

Domande legittime, che sembrano elevare Otomo nell’empireo degli autori magnificamente contraddittori, anche se poi, a scorrere la sua biografia, emergono degli elementi che aiutano a mettere ordine, come la sua formazione da architetto, che può spiegare la propensione al realismo e la capacità di sintetizzare i drammi dell’umanità attraverso la creazione di metropoli sconfinate, nonché la sua maniacale attenzione per il contesto nel quale le sue storie si ambientano. E poi la sua passione cinefila, che fin da ragazzo lo porta a percorrere molte miglia per godere su grande schermo delle ultime opere dei maggiori maestri mondiali, utile a giustificare la sua grande propensione a storie di forte impatto visivo e visionario.

In ogni caso, grattata la superficie, fra il 1988 di Akira e il 2004 di Steamboy il percorso artistico di Otomo dimostra di possedere degli elementi di continuità molto forte, che una lettura meno ancorata alla superficie è in grado di rivelare: per gli appassionati della prima ora Akira ha rappresentato la vicenda dei record, essendo stato il primo manga a godere di una distribuzione ufficiale in Occidente e il primo lungometraggio animato non americano a potersi permettere un’uscita in sala: un film che ha ridimensionato fortemente i pregiudizi legati agli anime, favorendo la nascita dell’idea di un cartoon d’autore che nulla aveva da invidiare ai lungometraggi dal vero. In effetti, archiviata per un attimo la cura maniacale dei dettagli e la splendida qualità di animazioni e colori, anche rivisto oggi Akira affascina per come riesce ad evitare molte caratteristiche del cartoon giapponese “medio” pur essendo inevitabilmente figlio della cultura orientale. E’ il realismo caro all’autore a fare la differenza, rendendo credibile una storia che, partendo dall’esplorazione del rapporto fra l’uomo e la tecnologia, tratteggia una storia dalle tinte fosche, scevra da ogni deformazione cartoonesca o super-deformed, vicina più a certa fantascienza americana contemporanea (Blade Runner soprattutto), ma investendo temi come quello dell’Olocausto nucleare, della mutazione genetica e dei poteri ESP cari a tanti anime di un decennio precedente (basti pensare ai Newtype di Gundam). E allo stesso tempo il suo discorso si propaga secondo direttrici a metà strada fra Cronenberg e Tsukamoto, mostrando le devastazioni della carne provocate dall’uso indiscriminato di teorie scientifiche applicate per elevare l’uomo a una condizione superiore (come prevede il fantomatico “Progetto Akira”). In questo modo l’universo dell’autore si ammanta di una caratura carnografica, corposa, che si riscontra anche nei suoi racconti a fumetti contemporanei e le sue metropoli si riempiono di creature fuori dal tempo e dallo spazio, umani invecchiati pur possedendo una corporatura da bimbi, capaci di mutare la propria carne in direzioni mostruose. I poteri ESP del protagonista Tetsuo passano così inevitabilmente per una trasformazione del suo corpo in una sorta di blob che finisce per svilupparsi come un cancro nella città stessa, divenendone l’incarnazione della cattiva coscienza.

L’impressione è tale che, pur essendo consci di assistere a un cartoon, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un film “live action” e si soprassiede volentieri dinanzi a certe incompiutezze della trama, dovute al fatto che al momento della realizzazione, Otomo non aveva ancora completato il fumetto originario (ci sarebbe riuscito soltanto due anni dopo l’uscita del film nelle sale).

La stessa impressione di realismo colpisce lo spettatore di Steamboy, film che può anche vantare numeri da record (dieci anni di lavorazione e un budget di 22 milioni di dollari che ne fanno l’anime più costoso della storia), ma che sembra mosso da una inedita consapevolezza circa l’impatto ormai detenuto dagli anime nell’immaginario globale. Per questo il film assume una compiutezza maggiore rispetto ad Akira e ammicca a un tipo di spettacolo più occidentale (verrebbe da definirlo spielberghiano), anche se i temi cari all’autore ci sono tutti. Innanzitutto il rapporto fra l’uomo e la tecnologia, che in Akira si estrinsecava in una visione apocalittica, segnando l’inizio e la fine del racconto. Stavolta invece, come a voler tornare alle radici di questo rapporto, il contesto è rappresentato dalla culla della Rivoluzione Industriale, una Inghilterra rivisitata secondo un gusto steampunk (da cui il titolo), dove l’inventore della macchina a vapore Stephenson può assumere i connotati di agente governativo, ma soprattutto dove si combatte una battaglia dal sapore risolutivo fra due differenti concezioni della scienza, incarnate da due generazioni di inventori.

Sono Edward Steam e suo padre, rispettivamente fautori di una scienza come potere in grado di regalare il dominio e come invece dono da elargire all’umanità tutta per il raggiungimento della felicità. Per superare questa dicotomia, Otomo non guarda alle classi dirigenti che formano il potere costituito, nei cui confronti è da sempre molto critico (anche in Akira i dirigenti di Neo Tokyo erano incapaci di impedire il ripetersi della catastrofe); viceversa il suo sguardo si focalizza sulle nuove generazioni e per questo l’eroe diventa il piccolo Ray Steam, ultimogenito della dinastia, che riesce a compiere la salvifica sintesi: egli infatti possiede la capacità inventiva del padre e la moralità del nonno e riesce così a porsi come l’ago della bilancia capace di salvare il mondo. Una prospettiva che non deve stupire, dal momento che anche in Akira tutta la vicenda è vissuta e determinata da ragazzi: l’esplorazione dei rapporti affettivi che legano i giovani fra loro e con gli adulti è infatti il tema probabilmente fondativo di Otomo. Perché sono le nuove generazioni a dover sopportare il peso degli errori dei padri e ad assumersi l’onere di raddrizzare i torti, mettendo quasi sempre in gioco i sentimenti personali, sia l’amicizia che legava Tetsuo a Kaneda prima del precipitare degli eventi oppure l’affetto di Ray per il padre e il nonno.

Il che inevitabilmente stabilisce anche la caratura politica del discorso di Otomo, il quale, viaggiando nel tempo, altro non fa che evidenziare le contraddizioni e i limiti del momento storico attuale, condannando la pulsione bellica degli uomini e sperando in un mondo migliore.

I DVD

Non considerando opere supervisionate o sceneggiate da Otomo, come Spriggan (sul quale probabilmente torneremo in seguito) e Metropolis (disponibile in una eccellente edizione doppio disco della Columbia), la nostra attenzione si pone necessariamente sui due lungometraggi sin qui analizzati. Akira, dopo una prima, pessima, versione Multivision (monca del prologo con l’Olocausto nucleare) è stato rieditato dalla Explosion Video in una edizione digitale doppio disco di eccellente qualità, ma ormai fuori catalogo. Qualche mese fa, comunque, la Millennium Storm ha rieditato questo titolo aggiornandolo in una Ultimate Edition da tre dischi(i primi 2 con il film in versione normale e DTS, il terzo con gli extra), racchiusa in una confezione elegante e arricchita da un booklet informativo. Sfortunatamente bisogna considerare come i sottotitoli in italiano siano ricavati dall’impreciso doppiaggio nostrano, ma per il resto la qualità video è di prim’ordine e gli extra, fra i quali svetta l’intervista a Otomo, sono copiosi e tutti sottotitolati.

L’uscita in DVD di Steamboy è invece prevista in questi giorni e le edizioni disponibili saranno due: quella standard a doppio disco e una limited edition (500 copie numerate, che pare siano già esaurite) comprensiva di un libro di 164 pagine con i disegni originali dei personaggi, delle macchine e degli estratti dello storyboard, 10 cartoline da collezione raffiguranti scene tratte dal film (con 3 disegni originali di Katsuhiro Otomo) e un comic book di 27 pagine. Distribuisce la Sony Pictures Home Entertainment.

Articolo del 23/09/2005 di Davide Di Giorgio
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