PESARO 42 - Argentina contemporanea e autoriale.
Proseguono le proiezioni alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. La nostra attenzione in queste giornate si è focalizzata sul cinema argentino contemporaneo con alcune opere di indubbio interesse, sull' autore Leonardo Favio e su un interessante film francese in concorso.
Dopo quattro anni lontano dal cinema, "Juan Moreira" di Leonardo Favio girato nel 1972, segna il ritorno del cineasta argentino dietro la mdp. Storia ambientata nel diciannovesimo secolo narrante le gesta del gaucho Moreira, che spogliato di ogni avere, uccide il commerciante che lo ha rovinato e di seguito un esponente del partito nazionalista. Da qui una serie di omicidi che lo porteranno ad un'inevitabile tragica fine. Il regista dispone di alti mezzi ed i risultati sono evidenziati da una messa in scena curatissima, arricchita da una fotografia eccellente. Juan Moreira può considerarsi uno dei film più importanti del cinema argentino: accurato ritratto di un periodo storico che può benissimo essere proiettato all'Argentina contemporanea, dove potere, corruzione e assassini politici sono all'ordine del giorno, portando al collasso sociale ed economico la nazione sudamericana.
"Pyme - Sitiados" di Alejandro Malowicki, è una pellicola che miscela fiction e documentario, dove protagonisti sono gli operai ed il proprietario di una piccola fabbrica sull'orlo del fallimento nell'Argentina degli anni novanta e del libero mercato. Malowicki gira il film utilizzando esclusivamente una location: la fabbrica. In tal modo lo spettatore riesce a seguire gli eventi "in tempo reale" e ad entrare in un intenso rapporto simbiotico con i protagonisti. Si parteggia e si soffre con loro. Autentico cinema sociale.
"Amando a Maradona" di Javier M. Vazquez è un documentario che mostra la leggenda di Maradona, vista soprattutto dai suoi tifosi. Interviste e immagini di repertorio raccontano la nascita e le gesta di un mito del calcio - e non solo - amato da milioni di persone. Un eroe, come lo definiscono in molti, che mille volte è morto ed altrettante mille è risorto (addirittura è stata fondata una sorta di setta i cui adepti sono adoratori del "pibe de oro").
"La fé del volcàn" di Ana Poliak è la storia di Ani, giovane apprendista parrucchiera che ha perso il lavoro e Danilo, arrotino che pedala per la città con il suo "laboratorio itinerante". Lei taciturna, lui tormentato dal ricordo dei desaparecidos. Il film della Poliak mostra con grande efficacia la storia di due solitudini, dove passato e presente, repressione politica ed emarginazione sociale si uniscono, dando vita ad un'unica grande sofferenza. Magnifiche le riprese di una Buenos Aires periferica e disastrata, dove il tempo sembra davvero essere trascorso invano e i morti non hanno ancora trovato giustizia.

"Yo no sé què me han hecho tus ojos" di Lorena Munoz e Sergio Wolf è un altro documentario che ricostruisce la vita di Ada Falcòn, grande diva del tango che decise di ritirarsi nel 1942 e di diventare una suora francescana rinunciando alla sua fortuna e non facendosi mai più vedere in pubblico. Il lavoro di Munoz mescola interviste contemporanee con immagini di repertorio, costruendo una vera e propria storia, con personaggi, misteri e conflitti sentimentali. Un documentario a suo modo ricco di fascino, dove i due registi nel finale regalano un vero colpo di scena, riuscendo a scovare ed intervistare la protagonista indiscussa: una vecchia Ada Falcon costretta sulla sedia a rotelle e colpita dall'arteriosclerosi. Gli ultimi minuti regalano immagini commoventi, velate da una sottile, malinconica nostalgia.
"Los guantos magicos" di Martin Rejman descrive le vicende sentimentali e professionali di quattro personaggi che cercano di sbarcare il lunario come possono, guidando un taxi sgangherato, interpretando film porno e facendo hostess per voli charter. Il lungometraggio del regista non si sa bene da che parte voglia andare a parare: di commedia non si tratta, ma non siamo nemmeno dalle parti del dramma o della denuncia sociale. Un film "libero" come lo ha definito lo stesso regista, senza canonici precisi ma con una sceneggiatura che "prende forma" con il procedere della narrazione. L'impressione che se ne trae è invece quella di un pasticcio visivo e narrativo, senza capo né coda, noioso e narcisistico.
"Itinéraires" infine, è uno dei film in concorso. Diretto dal francese Christophe Otzenberger, racconta la vita di Thierry Chartier, ex galeotto che si è fatto cinque anni di galera perché complice involontario di un omicidio. Nuovamente libero si trova coinvolto, suo malgrado, in un altro omicidio. È innocente, ma costretto a fuggire dal passato e dal presente. Film forte, dove viene mostrata con grande efficacia l'impossibilità di un uomo di liberarsi dalle maglie di un passato difficile e di avere un'esistenza libera. La fuga, il mimetizzarsi, sono semplici panacee che non risolvono il problema di Thierry: l'impossibilità di discolparsi, la negazione di una meritata riabilitazione e riammissione nella società. Per Thierry non c'è salvezza, né pace. E la fuga continua.
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