Peppe, Picasso e il corpo di Napoli
Peppe Lanzetta, col suo ultimo libro (Giugno Picasso, Feltrinelli), ha vinto il premio Domenico Rea. Riconoscimento tardivo per un personaggio meravigliosamente scomodo, clamorosamente poco utilizzato dal cinema nostrano. Tentarne un ritratto è un'ovvia necessità per tentare di capire Napoli, città-metafora per eccellenza

Vivere e scrivere a Napoli non è cosa facile. Si rischia, soprattutto ora, di scrivere sciocchezze. E la stessa vita è sconvolta dalla violenza e dal marcio che affligge la città. L'ho già detto e continuerò a dirlo: a Napoli esistono i diavoli e gli angeli. Le altre figure sono di contorno, personaggi strani e bizzarri, esseri in continua fuga o loschi figuri che amano rotolarsi nel fango. Poi, peggiori degli altri, gli ignavi e quelli che fingono di non sapere, di non vedere. Quelli che difendono la città a ogni costo, quasi come se vederne le crepe sia atto osceno e vergognoso - sono quelli che pensano che i panni sporchi si lavano in famiglia.
Peppe Lanzetta queste cose le conosce bene. Dalla sua casa non si vede il mare. Si vedono le macchine e una strada che non puoi attraversare di notte perché troppo pericolosa. Lui, che è un uomo di carne, sangue, muscoli, ha deciso di restare: doveva raccontare le ferite della sua città e della sua gente e c'è riuscito. Inascoltato, ovviamente, e spesso messo da parte come personaggio scomodo. Scomodo soprattutto per i politici, per la gente che conta. Viscerale, vero, appassionato, ha messo tutto se stesso in quello che fa: lo dimostra il fatto che anche il cinema gli sta stretto. Ve lo ricordate in Blues metropolitano? O ne L'amore molesto? La sua faccia sta lì, provocatoria, sfottente, a ripetere sempre la stessa cosa: sono questo. Non lo ingabbiate, non riuscite a inchiodarlo a un personaggio. Sta lì, a imporvi la sua presenza. Ci vorrebbe un Abel Ferrara, capace di giocare col suo corpo, capace di far uscire le storie che si porta dentro. Ma qui da noi la cosa è impossibile. Il nostro cinema autoriale non lo ama, preferisce facce insignificanti, facilmente plasmabili. Allora: via peppelanzetta dal cinema!

E lui ci rientra, di soppiatto, mettendo mano a un progetto insano, terribilmente amabile, oscenamente perfetto. Gira un piccolo film con l'aiuto di un amico cameraman che fa i matrimoni - avete presente? Gira un documentario sotterraneo, che s'insinua nella 167 di Secondigliano e mette a fuoco personaggi e situazioni che solo lui può capire, che solo lui può riprendere, scovandoli in luoghi che nessuno osa attraversare senza scorta. Ci va, invece, da solo, assieme all'amico. Scende nell'inferno che dilaga sotto i palazzoni che, da queste parti, chiamano "vele", le "vele di Secondigliano". Lì mette in scena vite miserabili, incredibili, sogni, speranze assurde. Empatizza e simpatizza con i suoi personaggi, fa quello che altri non potranno mai fare - gli intellettuali che abitano a Posillipo, nelle zone bene, che guardano Napoli dal mare - e Napoli, vista dal mare, è veramente bellissima.
Ma tutto questo succedeva qualche anno fa, quando la televisione si occupava un po' meno di questa città, quando non erano uscite tutte le copertine dei grandi giornali nazionali a immortalare morti ammazzati e cumuli di spazzatura, quando Napoli sembrava sul punto di rinascere e smettere definitivamente i panni che impone la camorra e il malgoverno. All'epoca c'era Bassolino e il tentativo goffo di rifare la facciata ignorando il cancro che divorava e divora le fondamenta.
Eppure Peppe era lì, a sfornare i suoi racconti che, a partire da Una vita postdatata, pure dicevano di quanto fosse difficile la situazione, pure metteva in gioco disperazioni tremende d'un popolo che non potevi descrivere con poche battute, rappresentare con rapide pennellate.
E, a teatro, era la stessa cosa: Peppe metteva in scena una realtà complessa, mai banale, terribilmente emarginata. Metteva in scena la povertà morale che si coniuga, bestialmente, alla povertà culturale.
Personaggio scomodo, ovviamente. Soprattutto in un momento in cui si mira a far notare quanto sia bella Napoli dopo la plastica facciale così ben riuscita. La camorra diventava metafora generica e, per chiarirne la posizione, si traduceva la storia appaiandola alla tragedia greca (Luna rossa di Capuano, per intenderci). In questo modo tutto risultava funzionale e il cancro veniva rimosso, inglobato quale evento culturale da mostrare senza vergogna.
A Peppe rimanevano i racconti, il teatro, un po' di Maurizio Costanzo. Cosa stava a rappresentare? L'orribile faccia sfigurata di una città per niente pacificata. Insomma: cose da non dire, cose da non fare. E, forse, non è un caso che i suoi racconti - evidentemente, chiaramente, terribilmente cinematografici - non siano riusciti, in tutti questi anni a trasformarsi in film. Non mettevano in scena nessuna tragedia greca, solo povertà e disperazione. Cose che ai ricchi non piacciono.

Ho incontrato Anna in un ipermercato dalle parti di casa sua, non distante neppure da casa mia. Mi ha detto: Allora? Che ne pensi di Giugno Picasso?
Devo aver fatto una faccia strana. Ho capito subito di cosa parlava - anche se, io, di quella cosa là, non sapevo nulla.
Anna è corsa in mio aiuto e ha aggiunto: Il libro di Peppe.
Peppe Lanzetta è suo marito, mio amico.
L'ho voluto conoscere dopo aver letto la sua prima raccolta di racconti, pubblicata da una piccolissima casa editrice. Volevo che diventasse mio amico perché, in lui, senti qualcosa che facilmente puoi chiamare "arte". Non so bene cosa sia ma quello che scrive si porta dentro tanto di quel sangue che, tutto il resto, tutta l'altra letteratura che circola in Italia, fai difficoltà a digerire. Le sue storie le senti dentro, ti sono vicine, capisci subito che sono vere (cioè senti che, tramite loro, raggiungi un'intimità profonda con chi le ha scritte. E, chi le ha scritte, le ha scritte col sangue, sulla sua pelle).
Per un periodo ho frequentato Peppe assiduamente. Poi, una volta, una volta che eravamo forse sommersi da problemi diversi nello stesso momento, lui mi telefonò e sentì il casino tremendo che facevano, in quel momento, i miei due piccolissimi figli. Chiuse il telefono rapidamente dicendomi: Ci sentiamo tra cinque anni!
E così è stato. Mi ha richiamato veramente dopo quattro o cinque anni ed è stato come se ci fossimo visti il giorno prima. Ci incontriamo di rado ma so che siamo rimasti amici in modo profondo.

Mi ha spedito questo suo ultimo romanzo che ho voluto leggere con calma.
Non c'era più Napoli, anche se ne sentivo l'odore. L'ambiente era quello di un'isola del Mediterraneo, lontana un po' da tutto. Un'isola che vedo da dove vado al mare io: Capo Vaticano fronteggia Stromboli magnificamente.
Compaiono esseri fatati: Pablo, Omar, don Alfonso, Régine... Solo che ognuno, in un modo o nell'altro, si porta dentro un male, qualcosa che, prima o dopo, lo distruggerà, fosse anche un sentimento violento e osceno come l'amore.
E, d'amore, è pervaso tutto il romanzo, che scorre rapido, quasi come se Peppe avesse necessità di mostrare a tutti che la sua scrittura può cambiare, può arrotondarsi, perdere le spigolature, diventare composta, brillante, pulita. Così è stato: Giugno Picasso ha fatto venir fuori uno scrittore che non puoi relegare a un unico genere, a un'unica formula narrativa. Quasi non lo riconosci più quale autore di Figli di un Bronx minore o di Un Messico napoletano. E anche i luoghi lì descritti sembrano volerti raccontare qualcosa del suo rapporto con Napoli, con una città che stanca. Soprattutto se le hai donato tutto te stesso.
Mi viene da chiedermi: cosa succederà adesso? cosa farà peppelanzetta lui e la sua città, e gli esseri maledetti, e la spazzatura, e le cose che vanno storte, e le banche, e la vita da mordere, da prendere al volo, sempre di corsa?
Forse dovrei telefonargli. E chiederglielo. Così, poi, vi racconto cosa mi ha detto.
La sua presenza mi è troppo cara. Per questo ho ripreso Tropico di Napoli, l'unico suo libro che avevo lasciato - per forza maggiore - a metà (l'avevo lasciato su di un comodino, assieme ad altri libri, costretto a uscire di scena troppo rapidamente da quella vita).
Ho ripreso a leggerlo e, mentre lo leggevo, continuavo a ripetermi la stessa frase che trovate nel film di Kassovitz L'odio. E' quella del suicida che, buttatosi dall'ultimo piano di un palazzo, dice a se stesso fin qui tutto bene, fin qui tutto bene...
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