Eastwood e le bandiere dei nostri fratelli, "Flags of our fathers"

L'autore Eastwood, l'unico, autentico regista radical della scena americana, dissotterra le tre anime degli Stati Uniti, in eterno ed irrisolto conflitto. Con una statura morale ed una capacità evocativa che meriterebbero di essere insegnate nelle scuole.

Il male è dentro l'uomo, non gli sta intorno. L'attenzione dei media è catalizzata da un episodio rivoltante in cui alcuni ragazzi se la prendono con un coetaneo indifeso; i commenti dei parlatori di mestiere, delle associazioni di benpensanti, cercano di divincolarsi attraverso analisi esplicative del fenomeno; il dito indice viene puntato a sproposito, confondendo cause ed effetti. Invece il male è dentro l'uomo, e non serve cercarlo altrove.

Un male che Eastwood sa rappresentare. Con voce sommessa, con sguardo riservato, ma con echi tonanti e infuocate traiettorie di luce. Identificandosi ora con il soldato infermiere, ora con quello indiano, ora con l'opportunista, l'autore Eastwood, l'unico, autentico regista radical della scena americana, dissotterra le tre anime degli Stati Uniti, in eterno ed irrisolto conflitto. Fa sanguinare nuovamente ferite mai rimarginate, che segnano una nazione troppo giovane per non ricordare le fatiche dei pionieri ed il loro solidarismo pre-socialista, gli orrori dello sterminio dei nativi, i guasti e le storture di un'etica affaristica, sempre appoggiata alla sponda di un calvinismo adattato alle necessità del profitto. Il male della guerra, della violenza dell'uomo contro l'altro uomo, unico essere vivente a non lasciarsi vivere in pace: che si tratti di Iwo Jima, di Anzio o dello sbarco in Normandia, è la morte - una morte precoce e presagita allo stesso tempo - a dare un senso tangibile alla follia ed alla assurdità della guerra; la quale - in ogni epoca ed in ogni geografia - è sempre stata solo una questione di denaro. Million dollar, baby.

Eastwood lo sa. Perciò insiste nel mettere lo spettatore di fronte alla volgarità della propaganda dei war bonds. A farlo sentire a disagio, al cospetto di una menzogna da Pulitzer. A costringerlo a maledire ogni conflitto, giusto o sbagliato, ogni guerrafondaio, ogni non-azione, ogni scrollata di spalle che favorisca una mattanza. Privi come sono di retorica, la parola e lo sguardo di Eastwood possiedono ormai una statura morale, per contenuti e capacità evocativa, degna di essere sfruttata a scopi didattici nelle scuole. Aver descritto, in Flags of our fathers, l'"eroe" come colui che si sacrifica per l'uomo che ha accanto, piuttosto che il martire immolato sull'altare di una "causa", infatti, ne fa istantaneamente il maestro ideale per generazioni a corto di memoria, che vivono in un momento storico in cui tutto - l'aggressione costante verso ciò che è "pubblico" in favore di ciò che è "privato", l'esasperazione della competizione e della produttività, la digitalizzazione dei rapporti sociali causati da internet - lotta per mantenere divisi gli esseri umani, per impedire loro di aiutarsi, di curarsi a vicenda, fino a sconfiggere il male che hanno dentro.

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