"Kalachakra - La ruota del tempo", di Werner Herzog
Herzog insegue il sogno di una orizzontalità ad ostacoli, schiudendo il sogno di una moltitudine-in-atto disposta lungo le griglie prospettiche di un set dilatato, disperso nei mille rivoli d'acqua e di terra che punteggiano il pellegrinaggio.

C'è tutto Herzog in questo piccolo, sublime Kalachakra-La ruota del tempo (presentato in anteprima su Telepiù) appena visto, appena sussurrato, eppure, per certi versi, già presente nella nostra memoria, già attivo in uno stato di febbrile movimento. Non è un film, non è un documentario, viene addirittura presentato/archiviato/delimitato come "reportage", come si trattasse di un servizio giornalistico. Forse lo è, ma non è questo quello che ci interessa. Siamo convinti che mai come oggi il cinema abbia abdicato all'idea dall'essere contestulizzato in una sola forma espressiva/percettiva. Il chè significa che spesso bisogna proprio uscire fuori dal cinema per trovarlo, reinventarsi una posizione, un collocamento, una visione. Dire Herzog oggi, significa porsi il problema non indifferente del cinema invisibile, vale a dire di tutto quel cinema travestito da qualcos'altro che vaga insonne nei territori liminari della non-visibilità. Bisogna uscire fuori di sé, smarrire il tracciato, venire ai ferri corti con l'idea di cinema sedimentata in noi da anni e anni, per poi buttarla nella mischia, gettarla in pasto al gioco intermittente della vita. Esattamente come fa Herzog, che non dà per scontata nemmeno la presenza dell'acqua, dell'aria, della terra. Almeno da Aguirre in poi, per non dire da prima. Si può dar cinema della mutazione (Tsukamoto e Cronemberg lo fanno benissimo), ma si può/deve anche poter immaginare che la mutazione sia già avvenuta (ri-pensiamo proprio all'ultimo Cronemberg), già incarnata in lampi di furente nostalgia della forma perduta. Herzog non si limita a filmare la transizione della/nella materia, ma prova direttamente a farsi egli stesso soggetto mutante, puro occhio del visibile che si fa artefice del movimento, sporcando l'obiettivo, strappandosi letteralmente via gli occhi e annullandosi nel fragore assordante del cambiamento. Kalachakra possiede il continuo ritmo interno di Fitzarraldo, le aritmie musicali di Cuore di vetro, gli impossibili sensucht ascensionali di Grido di pietra. Ma non solo. Riesce ad elevarsi ad uno stadio materico incredibilmente fisico, unendolo ad un cammino in cui si riflette paradossalmente sulle capacità trascendenti del buddismo.

Herzog insegue il sogno di una orizzontalità ad ostacoli, schiudendo il sogno di una moltitudine-in-atto (quella composta da migliaia di monaci e ordinari pellegrini ripersi mentre si incamminano verso il santuario della spiritualità buddista) disposta lungo le griglie prospettiche di un set dilatato, disperso nei mille rivoli d'acqua e di terra che punteggiano il pellegrinaggio, e la sua muscolare ritualità. Ma non si tratta soltanto di riprendere un certo assetto motorio. Ci sono le valli del Nepal, quelle della Mongolia, le polverose steppe della Mongolia, tutti possibili itinerari contemplabili, tutte mappe sensoriali percorribili, come se il cinema venisse improvvisante racchiuso nella possibilità di esplodere come corpo in qualche latitudine imprecisata, affidandolo esclusivamente al rumore del vento, al fruscio della natura, all'odore della vegetazione. C'è un inenarrabile senso di attesa nella mancanza di controllo herzoghiana (è un'opera centrata sull'analisi della cerimonia sacra del Kalachakra del titolo, ma il registe tedesco non può fare a meno di perdersi in giro per il mondo, spazializzando ogni orizzonte in ricerca dell'immagine introvabile), un senso di smarrimento percettico simile a quello nato dalle densità sabbiose di un Depardon. Eppure è proprio il corpo ad assalirci sin dalla prima sequenza, non il corpo, ma appunto un corpo. Di fronte alla ripresa in un impossibile tempo reale del cammino di un popolo mancato (dimostrazione che la politicità che avviene per sottrazione, a volte è molto più forte di quella contraria) unito da un unico obiettivo, è come se Herzog, dalle spire invisibili di postazioni segrete, rimettesse in moto il suo viaggio attraverso le diverse forme di umanità, pronte ad incontrarsi, unirsi, sfaldarsi, per poi ricongiungersi in preda a spinte centripete che culminano proprio nella visibilità piena ed ambigua di un meraviglioso mandala. Si tratta di un arzigogolato dipinto fato di sabbia, lavorato per ore ed ore da monaci intenti a racchiudere nella labirintica messa in scena del proprio zenith spirituale il segreto di un'essenza nascosta. Ma sappiamo bene che il cinema di Herzog non può avere fine propri perchè non ha avuto inizio. Se l'iter a-programmatico delle sue opere corrisponde alla sublime gratuità del cinema che più amiamo (si tratta peraltro del progetto rosselliniano di giocare con l'imprevisto, improvvisando l'esistente), quest'ultimo anche in Kalachakra trova il suo culmine nell'esibizione di un non-luogo (il mandala, le due molteplici direzioni disposte a raggiera illimitata), quale arabesco virtuale che mostra in un solo tempo (quello della percezione visiva) una delle immagini/tempo più trasparenti del cinema di Herzog: il disegno di un corpo prodotto da minuscoli granelli di sabbia. Il visibile corre lungo l'invisibile.
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