"La Repubblica di San Gennaro" di Massimo Costa
Costa ha voluto allargare il pretesto iniziale a vera e propria macchia narrativa, restringendo via via i confini della scena e abbandonandosi ad un campionario artefatto di regionalismi d'accatto.

Nell'opera di Massimo Costa si avverte l'introduzione in campo di una matrice quasi futuristica (ci troviamo in un imprecisato futuro in cui i meridionali sono costretti a vivere in alcune riserve create appositamente), con un set che sin dall'inizio pare simulare una chiusura incondizionata, impermeabile, rigida. Da un lato i protagonisti, stretti nella pressa di un controllo rigido e assurdo, dall'altro i detentori di un ordine che fraziona la messinscena in parti, assimilandone presto i tratti più spigolosi. L'idea è di quelle che possono funzionare al massimo per un cortometraggio (concentrazione, potenza ed intensità non appartengono certo al cinema di Massimo Costa), ma il regista ha voluto allargare il pretesto iniziale a vera e propria macchia narrativa, restringendo via via i confini della scena e abbandonandosi ad un campionario artefatto di regionalismi d'accatto (il confronto tra i protagonisti non avviene mai su basi fisiche, corporee, ma sempre di rimessa, all'insegna di un linguaggio espresso solo tramite una verbalità asfittica), e soprattutto di movimenti interni al set che paiono estremamente forzati, controllati, totalmente mancanti di respiro (la galleria di corpi anche celebri, tra i quali quello di Molfese, creano dinamiche caricaturali, forzate oltre ogni limite, vicine insomma all'idea di un cinema folklorico, residuo impazzito di schemi logori e usurati). E' la vecchia storia di un cinema "povero", che per sopperire alla mancanza di mezzi teatralizza l'impianto spettacolare con una imbarazzante povertà di immaginazione (l'idea iniziale pare in questo senso un'ennesima variazione nemmeno troppo originale su un'attualità che funge da apripista in casi come questo), e si arena sugli scogli di un cinema di parola (vicino peraltro in questo al tono della sceneggiata, ma senza la genuinità di genere che si respira in opere come Carosello d'amore e, più vicine a noi, quelle di Alfonso Brescia) incapace di amare veramente i personaggi descritti, e di donare loro quella passione che nell'opera è vera latitante.
Regia: Massimo Costa
Soggetto: Gianfelice Imparato, tratto da "Casa di frontiera" di Gianfelice Imparato
Sceneggiatura: Massimo Costa
Fotografia: Luca Menegatti
Montaggio: Pier Luigi Leonardi
Musiche: Leo Cesari
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Fulvia Amendolia
Interpreti: Gianfelice Imparato (Gennaro), Anna Ammirati (Addolorata), Lucrezia Lante Della Rovere (Olga), Vincenzo Peluso (Ciro), Aldo Giuffrè (Professore), Maria Piscopo (Maria), Alessandra Borgia (Nadja), Renato Cecchetto (secondo funzionario della riserva), Francesco De Rosa (Nicola), Girolamo Di Stolfo (Totore), Laura Fo (madre di Umbertino), Gianluigi Fogacci (Corrado), Francesca Imparato (figlia di Maria), Ernesto Lama (Peppe O'Luongo), Carlo Molfese (Cavalier Luigi), Federico Rinaldi (Umbertino), Anita Ruggieri (Ragazza maglieria)
Produzione: Intermedia 86, Star Plex
Distribuzione: Star Plex
Durata: 100'
Origine: Italia, 2001
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