VENEZIA 61 - "Come inguaiammo il cinema italiano" di Daniele Ciprì e Franco Maresco (Fuori Concorso)
Quella di "Come inguaiammo il cinema italiano" è davvero un'operazione di critica e storia cinematografica documentata e intelligente che ci ri/avvicina nostalgicamente ed emotivamente ai due comici. Ciprì e Maresco non hanno soltanto lavorato i materiali a disposizioni ma hanno creato quasi un contatto fisico con i due comici.

Ci sono delle pagine di storia del cinema che, criticamente, vengono rispolverate, riscoperte. Ciò può avvenire in due modi: la tendenza per buona parte modaiola che sta recuperando molto cinema di genere italiano degli anni Settanta (dal poliziottesco alla commedia erotica) attraverso ancheuna massiccia distribuzione in Dvd; un approccio invece spontaneo, appassionato che recupera pagine di un cinema popolare dove si avverte un legame tra il cineasta (o i cineasti) e ciò che viene raccontato. Come inguaiammo il cinema italiano appartiene a questa seconda categoria ed è quantomeno singolare constatare la frattura che c'è tra i tre lungometraggi diretti dai due cineasti palermitani (Lo zio di Brooklyn, Totò che visse due volte e Il ritorno di Cagliostro) e l'attività documentaristica dove invece c'è un'adesione immediata tra il loro sguardo e il personaggio seguito, come nello straordinario Enzo, domani a Palermo. È chiaro che per Come inguaiammo il cinema italiano si può parlare di documentario fino a un certo punto; la pellicola infatti contiene alcuni elementi propri del cinema della coppia di cineasti siciliani come la fissità di alcune figure quasi provenienti da Cinico Tv che spezzano momentaneamente la continuità del racconto, oppure la presenza di una voce fuori-campo soggettiva che va ad aggiungersi alla presenza di alcuni narratori/attori rappresentati dal critico cinematografico Gregorio Napoli e da una figura di giovane critico inquietante (tale Francesco Puma) il cui linguaggio affannato ed esibizionista, tipico delle nuove leve di giornalisti che parlano di cinema in Tv, viene sempre interrotto. Attraverso queste figure si entra nel mondo di Franco e Ciccio seguendone dapprima gli esordi separati - il primo attore sottopagato degli avanspettacoli e il secondo che si è fatto notare con "la posteggia" termine con il quale si denomina il teatro di strada), le umili estrazioni sociali (quella di Franco ancora più bassa di quella di Ciccio), il looro incontro al Bar degli Artisti di Palermo e l'esordio della coppia avvenuto a Castelvetrano in provincia di Trapani dove riscossero un enorme successo con il numero "Core 'ngrato" che rappresenterà poi un loro cavalo di battaglia. La carriera viene ripercorsa cronologicamente anche attraverso le tappe che li hanno avvicinati al cinema grazie a Modugno che li aveva notati e li porta con sé nel film Appuntamento a Ischia di Mario Mattoli ma poi li lega a sé con un contratto restrittivo di 5 anni. Così si entra nel cuore della loro ricca produzione filmografica (i successi, per esempio, di I due della legioni e I due mafiosi e i ben 17 film girati nel 1964), i legami con alcuni registi (Lucio Fulci soprattutto), l'incontro con Buster Keaton (nel fallimentare Due marines per un generale di Luigi Scattini del 1966) i loro successi commerciali e teatrali (all'inizio degli anni Sessanta, furono tra i protagonisti di Rinaldo in campo di Garinei e Giovannini) alle loro prime crisi, culminata nella mancata collaborazione con Monicelli in L'armata Brancaleone quando i due comici si presentarono dal regista accompagnati dai loro rispettivi avvocati. Come inguaiammo il cinema italiano segue così la loro parabola artistica ascendente e discendente, soprattutto negli anni Settanta anche se i due, separati, ebbero modo di mettersi in luce: Ciccio si avvicinò al cinema più impegnato collaborando con Fellini, Vancini e Petri mentre Franco sbancò i botteghini con Ultimo tango a Zagarol (1973) di Nando Cicero. La parabola artistica viene commentata da altri critici come Sanguineti, Kezich e Fofi che ritiene Ultimo tango a Zagarol superiore a Ultimo tango a Parigi e con lo stesso Bertolucci che confessa timidamente di non aver mai visto la parodia di Cicero per paura di scoprire che quel film possa essere superiore al suo. Oltre ad altre affettuose testimonianze come quelle, per esempio, di Lucio Fulci o Nino D'Angelo, si entra però anche all'interno del territorio più privato con i figli dei due comici, le sorelle di Franco e la moglie di Ciccio che li guardano dalla loro angolazione affettiva. Come inguaiammo il cinema italiano si sofferma inoltre sulle loro continue rotture e riconciliazioni, le trasmissioni televisive degli anni Ottanta per Mediaset dove si sono il più delle volte sputtanati, per entrare poi tragicamente a raccontare l'inchiesta sulla mafia dove Franco venne coinvolto e dal quale non si è mai più ripreso.
Sequenze di film, estratti televisivi e teatrali, materiali inediti; quella di Come inguaiammo il cinema italiano è davvero un lavoro esemplare, cinematograficamente indispensabile da sviluppare in maniera più continuativa. Un'operazione di critica e storia cinematografica documentata e intelligente che ci ri/avvicina nostalgicamente ed emotivamente ai due comici. Ciprì e Maresco non hanno soltanto lavorato i materiali a disposizioni ma hanno creato quasi un contatto fisico con i due comici. Nella loro diversità i due registi palermitani sono accomunati a Franco e Ciccio nella loro dualità, nell'esplorare il mondo dello spettacolo in maniera pericolosamente avventurosa, nel legame epidermico con la Sicilia visibile in ogni fotogramma. E qui si avverte una vicinanza dove tutti i frammenti della loro vita professionale e privata è come se siano delle proiezioni di una memoria personale di Ciprì e Maresco.
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