15° Festival del Cinema Africano - La felicità non è di questo mondo. Occasioni dal Festival di Milano

Raccontare l'inferno dei villaggi curdi o la disperata speranza di donne in attesa dei propri mariti emigrati per lavoro è l'impegno di Ghobadi e della Kassari che disegnano uno scenario cupo dove la felicità sembra rinviata sine die

Abbiamo conosciuto Bahaman Ghobadi grazie a Il tempo dei cavalli ubriachi che con aspra ingenuità raccontava della vita di un bambino e della sua difficile esistenza tra un fratello malato e la pratica di una difficile sopravvivenza. Ritroviamo Ghobadi a distanza di cinque anni e un altro film di mezzo, con Le tartarughe possono volare opera che serve a tracciare un'altra dolorosa mappa dei luoghi cari al regista curdo, ma soprattutto a farci spalancare lo sguardo su quell'apocalisse esistenziale che tutti ci riguarda. Kak satellite è un adolescente che in un villaggio curdo ai confini con la Turchia installa antenne paraboliche. Gli altri ragazzi si arrangiano disinnescando mine antiuomo che poi rivendono. Impossibile, se non vietato, parlare di futuro in un luogo in cui è perfino difficile acquisire le informazioni necessarie sull'arrivo dei soldati Usa in Iraq e neppure le paraboliche di Satellite sembrano servire a nulla.  In questo scenario narrativo si allarga quello visivo che, purificato da qualsiasi scoria retorica e orpello accattivante, mira al risultato di raccontare l'esistenza di queste giovanissime vite vittime della storia di questi decenni. La narrazione procede attraverso uno stile a tratti perfino elementare efficacissimo per raccontare la disperazione del piccolo mutilato o la paura della ragazzina scampata alla morte. Ghobadi si fa amare ancora una volta e il suo sguardo, carico di una amara e umanissima consapevolezza, ci consegna, di nuovo, un film emozionante e carico di quella tensione necessaria per raccontare l'inferno al giorno d'oggi.

Una ennesima storia al femminile dal film tunisino Nadia et Sarra.in verità la cinematografia tunisina da anni costituisce la punta più avanzata del racconto del riscatto femminile ormai, si arguisce anche da film come questo, ottimamente avviato. Nadia - Hiam Abbas che il pubblico italiano ha conosciuto in Satin rouge e qui rischia proprio a causa della assimilabilità tra i due personaggi, una pericolosa identificazione - vive con difficoltà la premenopausa e cade in una inarrestabile depressione. Il pregio del film, girato in video, sta nell'originalità della storia e qui bisogna dare atto all'autrice Moufida Tlatli di avere narrato con pacatezza i sentimenti e il ripiegamento emotivo della sua protagonista. Il difetto in una eccessiva prevedibilità dell'escalation della depressione e dell'assenza di alcuno snodo narrativo che servisse a dare un colpo di sterzo all'impianto narrativo che a tratti potrebbe apparire come un vademecum per donne in età matura. Evidenti problemi produttivi traspariscono dal film a cominciare dal supporto utilizzato e quanto al cast si poteva pretendere di più dai personaggi di contorno.

Vive di spazi immensi e silenziosi che, per dirla con De Andrè, rinchiudono i suoi abitanti "in una prigione senza confini" il film della giovane marocchina Jasmine Kassari L'enfant enormi. Storia di giovani mogli che dopo il matrimonio vengono lasciate dai mariti che vanno a lavorare in chissà quale luogo d'Europa. Così le vedove bianche che restano proseguono la loro vita nell'attesa e nella speranza.

La Kassari gira con sicurezza e non ha il timore di spingere sul pedale dell'acceleratore emotivo per raccontare non tanto la solitudine, quanto la disperazione senza esiti delle due giovani protagoniste sottoposte al volere delle famiglie acquisite. Un film, disperato, molto di più di quanto la sua pulita confezione faccia apparire, eppure solare, in una messa in scena  a trattai anche ironica e divertita, tutti elementi che trasgrediscono rispetto ad un contenuto di aspro impatto. L'unica speranza è affidata al rinvio del giorno della nascita del concepito che si vuole "addormentato" in attesa che la sua nascita possa coincidere con il ritorno del padre. Una speranza che già costituiva il tema dominante di un altro film senza via d'uscita quell'Aspettando la felicità di Abderrahmane Sissako lo scorso anno qui a Milano. In questa impossibile dilazione della felicità sta quella disperazione che la Kassari ci ha saputo raccontare.

 

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