CINEMA. Festa Internazionale di Roma 2007 – “Barcelona (Un Mapa)”, di Ventura Pons (Concorso)
Di chiara impostazione teatrale, il film del regista del precedente Ocaṅa, trae ispirazione da un testo di Lluïsa Cunillé. Nulla avanza e nulla manca nel cinema di Ventura Pons, ma a lungo andare stanca e irretisce: i corpi sono sopraffatti non tanto dalla pesantezza dell’esistenza, ma più che altro dall’aridità di aperture che sembrano rimanere in circolo perennemente e girare a vuoto, non nel vuoto
Sei personaggi, archetipi contemporanei della solitudine urbana, si ritrovano in un vecchio appartamento del centro di Barcellona. Si tratta di una coppia di anziani, il fratello di lei e tre subaffittuari: una donna che da lezioni di francese, una giovane guardia di sicurezza, ex calciatore, ed una cuoca argentina, incinta. L’anziano, ex portiere dell’opera che ha un debole per il travestimento e la moglie, che sognava da bambina di essere uomo, incontrano ognuno di loro per chiedere di lasciare l’appartamento, perché sentono di essere vicino alla morte e desiderano trascorrere in solitudine gli ultimi giorni della propria vita. Così, poco a poco, l’anonimo appartamento si trasforma in un piccolo microcosmo di storie e svelamenti drammatici (omosessualità, adulterio, incesto) che racchiudono la realtà sociale di una grande città moderna. Di chiara impostazione e strutturazione teatrale, il film del regista di Ocaṅa, trae ispirazione da un testo di Lluïsa Cunillé, inquietante e a volte particolarmente ermetica, ma, sicuramente tra le più interessanti autrici contemporanee europee. Paradigma di una società che una volta era vincente ma che adesso è in decomposizione. Sembra che nulla sia simbolico ma tutto “significativo”: non sembra esserci realismo e opacità, ma solo un mondo che finisce nella menzogna. Il regista evita una facile apertura in “esterni” e tenta l’apertura nel medesimo interno dei personaggi che appaiono e scompaiono dentro un quadretto sempre a due. I flash “sporchi” e improvvisi, frammentano i duetti, come richiamo del subcosciente, in linea allo stato emotivo vissuto al momento. Ritratto intermittente che provoca la memoria e pare voler separare i due mondi contrapposti: quello reale girato in maniera pulita e serena e quello più onirico dei flash che si spinge aldilà dei limiti apparenti di ciascun personaggio. Nulla avanza e nulla manca nel cinema di Ventura Pons, ma a lungo andare stanca e irretisce: i corpi sono sopraffatti non tanto dalla pesantezza dell’esistenza, ma più che altro dalla aridità di aperture che sembrano rimanere in circolo perennemente, senza trovare rivelazioni e scoperte, per uno sguardo basso e distrattamente indagatore che a volte gira a vuoto, non nel vuoto.
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