FESTIVAL DI ROMA 2009 - La caduta dell'impero romano

Spenti gli accecanti riflettori, dopo i trionfalistici toni finali, ci si sente come degli alieni. Forse si stava da un'altra parte e non ce ne siamo accorti. Più che un festival, quello di Roma è parso soprattutto la parodia di un festival. Anche le star sembrano come quei camei di attori famosi nei film demenziali. Ma, parafrasando Rondi, quello che si vede a Roma non si vede da nessuna parte. Come dargli torto? 

Gian Luigi Rondi: "Sono 60 anni che vedo festival e non ho mai visto la gente fare la fila ed aspettare il suo turno per votare il suo film". E poi ha aggiunto: "In quale altro festival accade che la gente può fare domande a Meryl Streep, a Richard Gere, a Gabriele Muccino e Giuseppe Tornatore?". Piera Detassis: "E' un festival che sfugge alle categorie, che si dovrebbe chiamare festa ed è totalmente fuori gli schemi tradizionali, può piacere o infastidire ma sta crescendo e la suadiversità è proprio la sua identità". E inoltre: "Ci hanno definiti i figli poveri di Venezia ma questo festival è altro ed è proprio questa la sua forza. La presenza dei ragazzi, il raccontare il mondo giovanile, unire il glamour alla ricerca: questo è il nostro festival, che piaccia o no". Questi sono i toni trionfalistici alla fine della 4a edizione riportati e ripresi da www.cinematografo.it. Ed è da qui che viene, rispetto all'evento, un forte senso di estraneità. Come se Sentieri Selvaggi all'Auditorium non ci fosse mai stata. Eppure c'erano foto del giorno, video, articoli, recensioni, scritti con volontaria pigrizia e ritardo di qualche giorno rispetto ad altri festival proprio perché questo evento faceva passare la voglia/necessità di essere tempestivamente sulle notizie e perchè, in/consciamente, non lo si ritiene all'altezza di altri festival nazionali e internazionali. Un lettore ci ha rimproverato  - nel forum - di attendere una presa di posizione da parte nostra. Ha avuto la sensazione che coprendo in questa maniera il Festival di Roma, volessimo evitare di avere un punto di vista. In realtà le cose stanno diversamente.
Giunta alla 4a edizione, la manifestazione non ha mai dato un'impressione di crescita e di coerenza. E' parsa la versione cinematografica del Festival di Sanremo, con cantanti (pochi) bravi e (molti) mediocri e guest star superpagate per una passarella nella quale si accalcavano i fans. Si è voluto unire il glamour (per citare il direttore artistico) con l'evento culturale, sulla linea creata dall'ideatore Veltroni che, con il passare degli anni, conferma l'impressione di aver creato un mostro indistruttibile. Dal 2006 ci siamo portati dietro da questo evento pochi film, pochi segnali di una ricerca. Il fatto è che questo evento è voluto partire subito alla grande, al livello di Cannes e Venezia, senza avere nessuna storia e tradizione. Non ha cercato una crescita graduale (vedi per esempio  il Torino Film Festival) ma ha voluto fare da contenitore di tutte le attività cinematografiche della città. Il segreto è nella sua diversità si dice. Ma più che di diversità, qui bisognerebbe parlare di inconsistenza.
spettatriceInnanzitutto il luogo. Quelle sale dentro l'Auditorium continuano a dare l'impressione di trovarsi in un altro posto piuttosto che ad un festival. E forse i film che possono funzionare in questi posti possono essere Le concert di Mihaileanu e Io, Don Giovanni di Saura. In sala Petrassi addirittura, in galleria, c'era chi era costretto a vedere il film dalle poltrone laterali. Se Renzo Piano avesse dovuto pensare quel luogo per un Festival del Cinema, l'avrebbe fatto certamente in un'altra maniera. Quelle sono sale per ascoltare la musica. E vederci un film non è la stessa cosa. Starci per oltre 6 ore di seguito diventa impossibile. E chi non è di Roma è può scappare col proprio motorino, la 'prova di resistenza' diventa estrema.
La sala stampa. Insufficiente per capienza, sempre stracolma, con computer occupati da alcune testate privilegiate e giornalisti che ci passavano l'intera giornata o che se ne andavano per ore lasciando lì borse e oggetti personali come per sottolineare: "Questo posto è occupato". Ma i computer a tempo di Cannes e Venezia?
I film. Guardando il concorso, sembra che Roma abbia fatto la spesa a Toronto e poi abbia riproposto i film come il cibo surgelato che viene scongelato per l'occasione. Da lì arrivano infatti Triage di Danis TanovicChaque jour est une fete di Dima El-Horr, Up in the Air di Jason Reitman e Vision di Margarethe von Trotta. Inoltre Dear Lemon Lima di Suzi Yoonessi è già stato presentato al Los Angeles Film Festival, Plan B di Marco Berger al Buenos Aires Film Festival e The Last Station di Michael Hoffman al Telluride Film Festival. Qualche titolo ci potrebbe anche stare, ma un concorso di un grande festival non dovrebbe presentare delle anteprime mondiali? 
Anteprime stampa. In certi casi, più che a un festival, sembra di stare alle giornate professionali del cinema. Viola di mare di Donatella Maiorca è stato presentato al pubblico lo stesso giorno dell'uscita in sala, il 16 ottobre. Ma il meglio arriva il 23 ottobre. Dal festival alla sala: Oggi sposi di Luca Lucini, Io, Don Giovanni di Carlos Saura, Julie & Julia di Nora Ephron, L'incredibile viaggio della tartaruga di Nick Stringer, e volendo essere pignoli, anche Parnassus. L'uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam. Sono vere e proprie anteprime stampa. E per di più a pagamento. Ricordiamo che l'accredito stampa costa 40 euro e quello per i culturali 60 euro. 
Film già doppiati per la sala. Come già detto in una news, Astro Boy di David Bowers si è visto già doppiato con le voci di Silvio Muccino e Carolina Crescentini. L'incredibile viaggio della tartaruga con quella di Paola Cortellesi. Già pronti quindi per la sala. Ma almeno nei festival non si dovrebbero proiettare i film in lingua originale con sottotitoli? Senza dimenticare poi la proiezione stampa di Les regrets di Cédric Kahn dove in alcuni momenti i sottotitoli italiani erano fuori sincrono. Ma quello può capitare anche in altri grandi festival.
Eppure forse siamo noi gli alieni in questo luogo. "Repubblica" gli ha dedicato di media 3 pagine al giorno, gran parte di tv e stampa sono stati sempre sulla notizia ancora di più che a Cannes e Venezia. Al di là dei giudizi personali, non sembra però che questo evento stia crescendo e stia acquistando una sua identità. Tutt'altro. Non si capisce ancora, dopo quattro anni, cos'è. Si ha l'idea di un baraccone tenuto su con il respiratore artificiale. E non è neanche seducente e ipnotico come l'Imaginarium del Parnassus di Gilliam.
Più che un festival, l'evento romano sembra la parodia di un festival. Anche le star sembrano come quei camei di attori famosi nei film demenziali. Ma, parafrasando Rondi, quello che si vede a Roma non si vede da nessuna parte. Come dargli torto?

 

 

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Sono presenti 11 commenti
  1. c'è un topic aperto sul nostro forum dove crediamo sia più comodo continuare questa discussione: http://www.sentieriselvaggi.it/forum/topic.asp?TOPIC_ID=24

    Inviato da redazione il 04/11/2009
  2. con la critica femminista militante non ci campa nessuno. con le riviste di regime ci campa la detassis e il relativo c(i)e(rc)hi(o).

    Inviato da wild_things il 04/11/2009
  3. Forse si sta esagerando, da una parte e dall'altra. Ho letto le corrispondenze di Sentieri e le ho trovate equilibrate (molto belle le foto, tra l'altro). Questo articolo è una riflessione un po' amara di chi è abituato evidentemente ad altri standard internazionali di Festival, e questo dovrebbe farci riflettere sulla (ancora) provincialità del Festival di Roma. Ma da qui a buttare via tutto ce ne corre, abbiamo visto anche dei bei film, spettacolari o sperimentali, quindi qualcosa da salvare ci sta. Ma sappiamo tutti, e lo dico a Valeria, che di solito i commenti si fanno più per criticare che per elogiare (o discutere). Spero che questa bella rivista sappia distinguersi anche in questo

    Inviato da Ennio Fanta. il 04/11/2009
 

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