VENEZIA 60 - "Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran", di Francois Dupeyron (fuori concorso)
Delicata storia di un sorriso. Dupeyron apre e chiude il campo con leggera immediatezza. Nella periferia parigina dei primi anni '70, puttane ad ogni ora fanno da raccordo tra un anziano mussulmano e un giovane ebreo. Con il viaggio in terre lontane sarа come ritrovarsi per non perdersi nel "mare immenso" delle civiltа.

Un giovane ragazzo ebreo al suo tredicesimo compleanno spacca il salvadanaio e va a puttane. La mamma e' scappata dopo la sua nascita, il padre non sorride mai, e' depresso, vittima del destino. Al di là della strada Ibrahim (Omar Sharif) e' un musulmano che gestisce un negozio alimentare. Non e' arabo, e' del Corno d'oro, ma lavora naturalmente dalle otto a mezzanotte. Dupeyron (regista di C'est quoi la vie, del 1999) compone un quadro di delicato esistenzialismo in qui il sorriso va sbattuto in faccia non come meccanismo di difesa ma come conquista sofistica. Il film non commuove attraverso scontate trappole pietiste ma regala il senso della realizzazione di se' senza pretenziosi accanimenti filosofico-concettuali. Le puttane sono le donne della vita, le mamme della strada, custodi del calore familiare. Fanno da raccordo tra l'anziano mussulmano e il giovane. Ibrahim lentamente si insinua come figura paterna, come mentore. Bisogna dare per non bruciare: cio' che si da e' tuo per sempre, cio' che tieni e' perduto per sempre. Quando il papà di Moise (Pierre Boulanger) porrà fine ai suoi giorni, il viaggio nelle terre del bottegaio sfonda le apparenze: la Rue Bleue di Parigi non e' cosi' blu, la vita non e' poi cosi' necessariamente triste. Ibrahim sa che se vuoi conoscere non devi leggere un libro ma parlare con qualcuno, tuffarti nel "mare immenso" delle civiltà. Le interazioni tra gli interpreti e l'ambiente sono frammentate in tanti microcosmi connessi tra loro attraverso un felice uso della musica, dal pop-rock anglosassone alle atmosfere mistiche dei Dervisci Danzanti. E' in questo che Il film sembra essere il seguito ideale de La chambre des officiers (2001) in cui ancora poco spazio e' concesso al sorriso, alla voglia di vivere. Altra nota positiva: l'interpretazione di Omar Sharif. Curvo su se stesso, sprigiona carisma senza mai perdere tenerezza, impone la sua presenza nascondendo le spalle.
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