VENEZIA 60 - "The Saddest Music in The World" di Guy Maddin (nuovi territori)

Nella cornice di un bizzarro torneo di tristezza, si dipinge un'opera delicatamente onirica e assai peculiare

Un poco di meraviglioso, per non soffocare, è offerto al Festival da questo film, tratto da un romanzo di Kazuo Ishiguro (Quel che resta del giorno), di Guy Maddin, autore relativamente sconosciuto di film inediti in Italia come The Heart of the World e Dracula: Pages of a Virgin's Diary. L'aria e' quella dei mondi onirici di David Lynch, delle delicate fantasie nere di Tim Burton. Il tono nero è la tristezza: non ci può essere che lei nel 1933 in piena grande depressione, mentre il mondo e' impegnato a leccarsi le ferite di una guerra preparandosi per l'altra. In più siamo nella gelida Winnipeg, nel Canada, dove si mettono in scena i dolori e gli odi della famiglia Kent: il padre Fyodor e i due figli, il cinico impresario al verde Chester (Marc McKinney) e il dolente e cupo Roderick (Ross Mc Millan). Se tutti sono tristi, se la tristezza e' la merce di scambio più reperibile sul mercato, perché non fare una gara di tristezza? L'idea centrale è quindi di un torneo in cui i rappresentanti delle varie nazioni della terra si sfidano per stabilire a chi debba andare la palma di tristezza più intensa. L'idea è della spietata magnate della birra Lady Port Hutley (Isabella Rossellini), che sfoga negli affari il dolore per la sua menomazione. A causa di Chester e del padre, e' senza gambe. La musica e' solo il modo fondamentale di esprimere la tristezza, di ricercare una possibile catarsi, e il torneo che valuta l'intensità della tristezza e' solo una delle bizzarrie che popolano il film e che gli consentono di mantenere un tono trasognato e affettuoso. Il padre Kent, roso dal senso di colpa per le sue responsabilità nell'incidente che ha fatto perdere le gambe a Lady Port Hutley, dedica la sua vita a costruire protesi di arti inferiori, alla ricerca della perfezione: due affusolate gambe di vetro riempite di birra. Narcissa, la compagna di Chester, (Maria de Medeiros) parla con il proprio verme solitario che ha doti di chiaroveggenza, e vaga per Winnipeg come una sonnambula. Il teneborso e ipocondriaco Roderick partecipa sotto pseudonimo per la Serbia, e con il violoncello cerca di sfogare il senso di colpa del paese per essere stato la scintilla che ha fatto esplodere la grande guerra e il proprio dolore per la perdita della moglie e la morte del figlio.

 

Ironicamente amara è anche la rappresentazione del portacolori americano, che è Chester Kent (l'assonanza con Charle Foster Kane non sembra per nulla casuale). Si tratta di un impresario, quindi non canta la propria tristezza, ma compra l'esibizione di quella degli altri, una sorta di meltin' pot del dolore. Una tristezza che quindi non emerge dal proprio, ma e' una sorta di guscio vuoto pronto ad accogliere il dolore altrui a renderlo efficace per un obiettivo. Domanda inevasa e' se questa tristezza venga lenita o solamente sfruttata.

Il ritmo con cui tutti questi elementi si amalgamano e' ben calibrato, meno ossessivo e frenetico di quello di un film che può lontanamente ricordarlo, Moulin Rouge. In The Saddest Music in the World il meraviglioso irrompe non per accumulo ipertrofico di bizzarrie e elementi irrazionali, ma per un vero e proprio rapporto passionale con i personaggi. Tutti gli elementi si fondono nelle immagini digitali in bianco e nero, in cui si cerca di riprodurre la cifra visiva delle pellicole degli anni trenta, periodo in cui si svolgono le vicende. Operazione postmoderna? Si puo' definire così, ma l'etichetta non può che limitare la capacità del film di coinvolgere, di omaggiare il passato senza esserne succube e di proporsi come cult in pectore. Gli elementi ci sono tutti, compresa la sua visione periferica. Anche qui al festival, come evento speciale nella sezione Nuovi Territori, che dovrebbe comprendere le cose più innovative. Questa boccata di piacevole onirismo e poesia, con un film scevro da simbolismi esibiti e maledettismi provocatori, e' stata davvero una visione preziosa e rara all'interno del panorama del festival.

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