"Cuore sacro", di Ferzan Ozpetek
La perfetta miscela di corpi e spazi creata da Ozpetek non riesce quasi mai a trasferire dallo schermo alla pelle dello spettatore quel brivido mistico, quella compartecipazione ai destini dei personaggi che sfilano lungo i contorni del corpo della Bobulova.

Come è possibile rappresentare il sacro? O meglio: quali sono gli elementi cinematografici essenziali per costruire un'immagine "sacra"? Probabilmente sono queste le domande utili ad illuminare le sequenze di Cuore sacro, l'ultimo lavoro di Ferzan Ozpetek. Perché questa storia di passione e redenzione che racconta il viaggio interiore di una manager rampante e la scoperta di una dimensione esistenziale che si nutre di spazi e arredi dell'anima, è un'opera che produce nello spettatore sensazioni contrastanti, attraendo e respingendo lo sguardo. Un effetto paradossale che possiamo tentare di comprendere solo rispondendo ai nostri due interrogativi iniziali, piccoli quesiti filmici suggeriti dal titolo stesso dell'opera di Ozpetek.
Sicuramente, per riuscire a racchiudere il senso del sacro fra gli stretti confini di una immagine cinematografica, crediamo siano necessarie almeno tre componenti: i corpi, gli spazi e una "giusta" forma. Tutti ingredienti diversi, ma intimamente collegati, indispensabili per l'equilibrio del risultato finale, che certo non mancano ad un film come Cuore sacro. Iniziamo la nostra breve analisi dai mattoni visivi che compongono il mosaico dipinto da Ozpetek con la collaborazione del direttore della fotografia Gianfilippo Corticelli. Un arabesco intessuto di primi e primissimi piani, un collage di pochi volti e tante nuche "bressoniane" che sembrano spuntare dalle foto di un vecchio album di famiglia. Mentre la macchina da presa indugia sui visi, sulle rughe, sulle venature più sottili dei corpi degli attori come per avvolgerli in una lunghissima serie di abbracci aerei e leggeri. L'obiettivo sembra pedinare "zavattinianamente", passo dopo passo, la figura di Barbora Bobulova fin da quel lungo piano sequenza iniziale che attraversa i corridoi e le stanze di una abitazione moderna e lussuosa per presentare all'occhio il corpo della protagonista. Dunque i corpi, anzi il corpo: quello prima borghese e capitalistico di una brava Bobulova; poi quella stessa pelle che sembra subire nuove metamorfosi, toccando superfici diverse (le scritte sulle pareti della stanza materna), vibrando al calore di forme di vita radicalmente altre (la ragazzina ladra gentile, o i poveri che affollano la vecchia casa di famiglia). Con il nome del suo personaggio (Irene) che riprende esplicitamente quello della protagonista di Europa '51, la Bobulova traccia la mappa fisica di un corpo in mutazione che occupa quasi tutte le inquadrature del film. Poi, last but not least, gli spazi e i luoghi. Da una Roma notturna e fiabesca ad una stanza che testimonia una passione ai limiti della follia, passando per l'asettica estetica di una moderna sala riunioni, Cuore sacro lega indissolubilmente i corpi ai luoghi racchiudendoli in un involucro formale preciso ed ambizioso.
Fin qui l'analisi della struttura del film. Anche se poi ci rendiamo conto di non aver ancora risposto alla nostra domanda iniziale. Una riposta difficile da dare perché poi, a ben guardare, la perfetta miscela di corpi e spazi creata da Ozpetek non riesce quasi mai a trasferire dallo schermo alla pelle dello spettatore quel brivido mistico, quella compartecipazione ai destini dei personaggi che sfilano lungo i contorni del corpo della Bobulova. Sarà per l'uso scaltro e "pubblicitario" dei contrappunti musicali, sarà per la ridondanza estetica di alcune scelte stilistiche, certo è che, pur nella sua eleganza formale, Cuore sacro non riesce a restituire l'esperienza mistica della protagonista. Non ha la forma "giusta": anzi, sembra che proprio l'eccessiva corporeità di alcune inquadrature contribuisca a far naufragare quella sincerità, o purezza di sguardo, costitutiva di ogni rappresentazione che voglia dirsi "sacra". L'impressione è che, nonostante le tante allusioni ad un film come Teorema (...eppure Pasolini sapeva perfettamente come creare non solo immagini del "sacro", ma immagini "sacre"...), questi corpi non si lascino penetrare quasi mai, come imbrigliati in eccessi di stile e facili estetizzazioni. Là dove una "mistica dello sguardo" avrebbe richiesto un linguaggio essenziale e scarnificato, Ozpetek "raddoppia" e moltiplica allusioni visive e suggestioni sonore creando uno strano effetto che avvicina e allontana dallo schermo: prima emoziona, poi crea un'incolmabile distanza.
Regia: Ferzan Ozpetek
Interpreti: Barbora Bobulova, Massimo Poggio, Lisa Gastoni, Erika Blanc, Camille Dugay Comencini.
Distribuzione: Medusa
Durata: 117'
Origine: Italia, 2004
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