Il più brutto del mondo? Alla scoperta del cinema italiano da salvare...
Le ultime visioni dei film italiani alla Mostra del Cinema di Venezia hanno evidenziato tutti i soliti limiti e problemi del nostro cinema, incapace di proporre uno sguardo nuovo e originale come aveva, tra mille polemiche, provocatoriamente denunciato il buon Quentin Tarantino. Ma nel groviglio del cinema italiano ci sono comunque film e cineasti che vale la pena seguire. Alcuni nomi?: Fausto Brizzi e Marco Martani, Pietro Reggiani, Vittorio Moroni, Corso Salani, Angelo Orlando, Alessandro Angelini, Libero De Rienzo, Mimmo Calopresti… Non è che ci sarebbe bisogno di un V-Day anche per il cinema italiano?...
Che territorio minato e impervio parlare del cinema italiano, dove la parola “crisi” è la più ricorrente da almeno trent’anni a questa parte. Ogni tanto si vede un barlume, una piccola ondata di film di successo, più spesso di pubblico che di critica, e qualcuno subito si esalta per una presunta “rinascita”. Si alternano i governi, di destra, di sinistra, ancora di destra, ancora di sinistra, e tutti intervengono tagliando il FUS, rinvigorendo il FUS, sostenendo i produttori più capaci commercialmente, oppure le opere prime, gli “autori” non sono mai soddisfatti delle scelte dei politici e formano un movimento “centoautori” che da quest’anno ha cercato di rilanciare le loro richieste per un cinema italiano migliore.
Ed ecco che da un lato escono fuori libretti informativi che danno i numeri del cinema italiano (come “Cinema, profondo rosso”, edito dal quotidiano Libero), che seppur infarcito da “meravigliose sciocchezze ideologiche”, segnala altresì un quadro piuttosto raccapricciante del nostro cinema “assistito” e dell’egemonia politica di una “casta” che lo controlla da decenni; dall’altro le dichiarazioni, ormai celebri, di Quentin Tarantino, “I nuovi film italiani sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia”.
In questo scenario piuttosto deprimente, qualche ottimista ha sperato che almeno la Mostra del Cinema di Venezia riuscisse in quest’intento, che ormai è un noiosissimo refrain, di “rilanciare il cinema italiano agli occhi del mondo”. Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti, pubblico, critici italiani e stranieri. E il buon Tarantino, che doveva essere al Lido come “padrino” della rassegna del cinema italiano che fu, ovvero il Western all’italiana, si è ben guardato di infierire e ha utilizzato un incidente avuto durante un viaggio a Manila per disertare il Festival ed evitare fastidiosi ritorni sull’argomento. Come biasimarlo?
In realtà la questione del cinema italiano è davvero un groviglio inestricabile, come un po’ tutte le faccende in cui la politica è troppo invadente e il gioco politica/televisioni/apparati assolutamente immobilizzante. Non è questo il luogo per proposte e analisi dettagliate della crisi del sistema cinema italiano (o del sistema Italia?...), ma tutte le opere viste a Venezia e appena usciti o in arrivo sugli schermi sembrano confermare, con una evidenza anche piuttosto imbarazzante per noi italiani, tutte le “malattie” che ormai il mondo intero conosce del nostro cinema. Sceneggiature che a Hollywood i produttori cestinerebbero dopo le prime due pagine (con il buon Porporati, il regista de Il dolce e l’amaro, che candidamente afferma “La sceneggiatura del film è stata scritta molto velocemente, senza ragionarci troppo su”…), plot verbosi, invadenza della voce fuori campo a raccontare quello che noi spettatori stupidi non riusciamo a capire con le immagini “complesse” dei nostri cineasti…, quarantenni in crisi di identità, personaggi che non compiono alcun percorso verso un cambiamento, ABC di qualsiasi manuale di sceneggiatura (ma quanti in Italia conoscono Robert McKee per esempio?), insomma un campionario di cinema “autoriale” presuntuoso ed arrogante, anche nelle dichiarazioni stizzite alla stampa, di una generazione di registi che forse arriva troppo tardi alle opere prime, quando ormai la voglia di giocare e sperimentare se n’è andata via, oppure non ci dovrebbe proprio arrivare….
Nessuna qualità agli eroi, L’ora di punta, Il dolce e l’amaro, La ragazza del lago, pur con le dovute differenze, sembrano tutti ricalcare questo misterioso cliché del nostro cinema, che a Venezia è apparso davvero “il più brutto del mondo”.
Ma per fortuna non è tutto qui il cinema italiano. Ci sono, o in così grande evidenza che nessuno li nota, oppure nell’ombra nascosti da un sistema produttivo/distributivo chiuso da un bipolio e da leggi che aiutano solo chi è “sostenuto politicamente”, dei cineasti che vale la pena di seguire, abbracciare e sostenere, dei film che possiamo andare a vedere orgogliosi e non vergognandoci di essere italiani. Chi sono? Ecco un rapido elenco, e ci perdonino quelli che non citiamo (Francesco Fei, Gianluca Tavarelli, Mauro Santini, Guido Chiesa, ecc…)
Cinema in grande evidenza, che i pubblico già ama ma che la critica non capisce: Fausto Brizzi e Marco Martani. Già da anni sceneggiatori dei famosi film di Natale per Neri Parenti sono l’aria nuova del cinema commerciale italiano: zero presunzione, zero vocazione autoriale, grande capacità di lavoro sui corpi degli attori e, soprattutto degli spettatori, lavorando su territori come il cinema giovanile (Notte prima degli esami) e su quello thriller noir (il nuovo Cemento armato, diretto da Martani), insomma arrischiandosi nei territori dei generi ma non con la presunzione di voler fare i grande film autoriale che deve dare il messaggio al mondo sulla situazione del nostro Paese, ma giocando sull’immaginario collettivo, sulle pulsioni e sui desideri, divertendo e divertendosi, facendo esplodere sullo schermo le dinamiche narrative e visive del cinema migliore del mondo, ovvero quello americano e di Hong Kong, Cina, Taiwan, ecc…
Cinema invisibile, o quasi, che deve inventarsi forme assurde per farsi vedere, come collette on line per prevendere i biglietti per avere una diavolo di sala disponibile a proiettarli (ma perchè non la smettono di dare i soldi alle produzioni e non garantiscono la distribuzione di questi film?), con cineasti come Pietro Reggiani (L’estate di mio fratello), Vittorio Moroni (Le ferie di Licu, Tu devi essere il lupo), oppure dei geni di un cinema viandante e assoluto e bello, che quando uno lo scopre per la prima volta s’innamora, come quello di Corso Salani, il cui ultimo Imatra, che fa parte di una serie chiamata “I confini d’Europa”, vince premi a Locarno e non in Italia!!!, oppure di un film delizioso, mostrato a quattro gatti la scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma ma che non trova ancora il modo di uscire nelle sale, come Sfiorarsi, di Angelo Orlando, scritto e interpretato con Valentina Carnelutti, un film troisianamente impregnato di sentimenti, semplice e leggero, che se lo avessero fatto in Francia si griderebbe già al nuovo grande autore…. E poi ancora l’Alessandro Angelini de L’aria salata, il coraggio di Libero De Rienzo, ecc.. Certo, aspettiamo con fiducia La terza madre di Dario Argento e L’abbuffata di Mimmo Calopresti, ma quanti talenti vengono nascosti da questo sistema stritolatutti? Non è che ci sarebbe bisogno di un V-Day anche per il cinema italiano?...
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