"Paranoyd" di Giuseppe Amodio e M. Debora Farina
Opera prima realizzata a costo zero in un solo giorno di riprese, sta facendosi strada nei circuiti indipendenti dei cineclub romani, dopo aver attraversato importanti festival internazionali (Venezia, Tribeca, Los Angeles) nelle sezioni off. Più un esperimento di videoarte che un film convenzionale, la cui sensibilità cromatico-musicale avrebbe forse meritato maggiore umiltà e meno ironia volontaria. Il disorientamento finale che emerge guardando Paranoyd è però talmente insinuante e tangibile, da allontanarci dalla dicotomia convenzionale bello-brutto
Per approcciarsi a un'operazione come Paranoyd è necessario probabilmente abbandonare criteri critici oggettuali e di gusto, per intraprendere un discorso più trasversale sul cammino che il cinema indipendente italiano sta cercando di seguire e sulle nuove frontiere antinarrative che la produzione "leggera" del low budget, o ancora meglio del no-budget in questo caso, si propone di tracciare. Nonostante gli annunci in pompa magna, Paranoyd non è un thriller, né un film di genere. Per certi versi è difficile anche definirlo un film, tanto è lo scarto economico e distributivo che intercorre tra questa opera prima e il resto della cinematografia italiana contemporanea. Scopo dell’operazione firmata dal duo Amodio-Farina sembra piuttosto quello di inseguire i territori suggestivi ma rischiosi della videoarte, o più lucidamente del videoclip, che quelli del film convenzionale, con il quale Paranoyd sin dall’inizio dimostra di avere nulla a che vedere. La stessa definizione con cui i due autori presentano il film ("a visual sensorial experience") la dice lunga sulla natura del prodotto e sulla sua intenzionalità sperimentale. Da questo punto di vista il film è piuttosto interessante proprio perchè si propone di recuperare certe figure estetiche da cinema "sporco" anni '70, per avvolgerle in una sorta di "dilettantismo straniante" esplicitamente consapevole. Più che il thriller, o il cinema di genere rocambolesco, Paranoyd ha semmai alcuni debiti con la commedia erotica di serie B, soprattutto per come cerca ossessivamente e morbosamente di filmare il corpo femminile e allo stesso tempo ricrearlo attraverso il voyeurismo, con la semplicità e l'intraprendenza di un dispositivo audiovisivo modesto nelle dimensioni, ma allo stesso tempo immediato, estetizzante e intraprendente. 
La storia di questo film è curiosa e merita di essere raccontata. Dopo aver attraversato importanti festival internazionali (Venezia, Tribeca, Los Angeles) nelle sezioni off, il film realizzato in un solo giorno di riprese e a costo zero, sta facendosi gradualmente strada nel circuito dei cineclub romani, in attesa di una distribuzione più ampia. Alcune soluzioni visive sono accattivanti e accompagnano il soggetto di uno psycho-thriller tra un uomo e una donna che quasi subito privilegia una dimensione onirica. L'enfasi sperimentale, in certe soluzioni estetiche realizzate al computer, ma soprattutto narrative, su cui il film si sorregge spesso faticosamente – con tutte le sue ripetizioni, ellissi e ricerca del non sense – finisce a volte con il rivelarsi fin troppo studiata e consapevole per liberare la visione verso una esperienza pura e rigenerante. Sono, questi, limiti evidenti, talmente programmatici ed espliciti, però, da confondere il nostro giudizio, allontanadoci dalla dicotomia convenzionale bello-brutto. Nessuno, di certo, può togliere il merito ai due realizzatori di aver compiuto un piccolo miracolo nell’esser riusciti a far circolare senza appoggi esterni, e usufruendo di un budget irrisorio, un prodotto alieno dal nostro panorama. Forse la sensibilità cromatico-musicale che in alcuni frangenti emerge avrebbe meritato più umiltà e meno ironia volontaria, e probabilmente una confezione temporale meno dilatata. E' indiscutibile che oggi, nel nostro cinema, ci sia un confine tra professionalità e amatorialità che troppo spesso viene confuso a scapito del primo termine. Ci sembra che il cinema italiano abbia soprattutto bisogno di professionalità e di cuore. Ma forse anche di provocazioni e operazioni folli e inclassificabili come Paranoyd di Amodio-Farina. Qui la traccia ambigua alla radice del prodotto filmico c'è e lascia il segno. In Paranoyd il conflitto tra il fare "Cinema Alto" e realizzare immagini in associazione libera e privata sembra risolversi a favore di questo secondo impulso. Non è poco. E' anzi un procedimento da seguire con un certo interesse, perchè apre le porte a frontiere realizzative e distributive nuove e imprevedibili.
Titolo originale: Paranoyd
Regia di Giuseppe Amodio e M. Debora Farina
Intepreti: Giuseppe Amodio e M. Debora Farina
Durata: 70’
Origine: Italia, 2006
TENTACOLI FF 2007 - Paranoyd
PARANOYD
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