"High School Musical 3: Senior Year" di Kenny Ortega

Cosa fare quand’è il cinema stesso che ti resiste? Siamo di fronte all’invulnerabile sanità di uno show increato, che si genera da solo e si autoriproduce. La vita è una coreografia, in cui i sentimenti e i pensieri vanno costantemente esibiti, cantati, ballati secondo ritmi stabili e regolari. Non c’è spazio per l’infrazione. La finzione non ammette la realtà. Ma attraverso una finzione all’ennesima potenza non è possibile che si manifesti, per rifrazione, una verità ulteriore?

High School Musical 3: Senior YearSono  le 17:30 di un giorno qualunque. Almeno sembra. Ma la convinzione sparisce in pochi istanti. La tranquillità cede immediatamente il posto al timore. Un nugolo di dodicenni è lì, davanti al cinema, in attesa spasmodica e la fibrillazione diffusa è il segno sicuro che non si tratterà di una proiezione qualsiasi. In sala il disagio è proporzionale all’eccitazione del pubblico. Sono già fuori gioco. E quando appare per la prima volta Zac Efron/Troy, un boato investe la sala, mi sommerge come un’onda in piena e mi spazza ancor più lontano. Sergio Sozzo ha ragione. Bisogna resistere. Per chi guarda al cinema come a una malattia incurabile che coincide con la salvezza, ogni visione è sempre una lotta tra la vita e la morte. A volte l’unica possibilità è l’abbandono alla forza fluida e inarrestabile delle cose. Miyazaki ci aveva avvertito: il mare va e il mare viene. Ma cosa fare quand’è il cinema stesso che ti resiste? Come comportarsi di fronte alla perfezione tetragona, apparentemente inaccessibile di questo High School Musical 3? Ai sogni e ai timori di Troy, Gabriella, Chad, giunti alla prova del diploma, possiamo provare a sovrapporre le inquiete polluzioni notturne del nostro passato di studenti ormai irreparabilmente cresciuti, le nostre speranze e disillusioni da American Graffiti. Ma è un “pregiudizio” vano, che si rivela ben poca cosa. Proviamo a scovare nella perfezione del corpo filmico quel virus incontrollabile, quella ferita infetta, che ci riporterebbe alla nostra malinconia. Con testardaggine ci aggrappiamo alle tracce di un impossibile Eva contro Eva (Sharpay è troppo oltre l’ipocrisia della sua assistente). Ma non basta neanche questo. Non siamo di fronte a un film scritto a tavolino, che denuncia la sua intelligenza e perciò diviene necessariamente detestabile. Siamo di fronte all’invulnerabile sanità di uno show increato, che si genera da solo e si autoriproduce. Kenny Ortega, già regista dei primi due fortunati episodi per la TV, sembra l’ultimo apostolo della religione Disney. Mette in piedi e fa funzionare la perfetta macchina-giocattolo di un musical che è la messa in scena di un musical. L’universo mondo è una campana di vetro in cui ogni luogo è un palcoscenico. E’ l’infinita proliferazione del set dove si riproduce meccanica la magia di passi, accordi, volumi, corpi, suoni. La vita è un’eterna coreografia, in cui i sentimenti e i pensieri vanno costantemente esibiti, cantati, ballati secondo ritmi stabili e regolari. Non c’è spazio per l’infrazione. La finzione non ammette la realtà. Ma attraverso una finzione all’ennesima potenza non è possibile che si manifesti, per rifrazione, una verità ulteriore? Non è forse un nascosto desiderio di ogni adolescente la possibilità di essere di cristallo, esprimersi con assoluta purezza, evitare ogni doloroso silenzio, uscire da qualsiasi nascondiglio forzato? Prendere in mano la propria vita, come fosse la cosa più naturale di questo mondo. I dodicenni amano High School Musical, perché è ciò che vorrebbero essere. Noi lo ignoriamo e, inconsciamente, lo odiamo, perché l’incanto si è spezzato. Perché sappiamo. Chi sogna, in realtà?

 

Titolo originale: Id.

Regia: Kenny Ortega

Interpreti: Zac Efron, Vanessa Anne Hudgens, Ashley Tisdale, Lucas Grabeel, Corbin Bleu, Monique Coleman, Olesya Rulin

Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

Durata: 100’

Origine: USA, 2008

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