GIFFONI FILM FESTIVAL 39 - "My Suicide", di David Lee Miller (Concorso)

Quasi senza accorgersene, questo piccolo, folle film realizza il suo miracolo. Scopre quel punto all’infinito in cui le parallele si toccano. L’incrocio magico tra la testa e il cuore, tra l'esperimento e l'esperienza, l’implacabilità della teoria e l’incontenibile tormento della vita e dell’emozione. Quel che importa è che tutto è immagine. Ogni verità riposa sulla superficie delle cose, il luogo più inaccessibile

My SuicideCoincidenze e dissonanze. La mente fa viaggi strani. Dal fondo della memoria le immagini tornano a galla secondo un ordine ingestibile, inseguendo linee di direzione il cui segreto si nasconde chissà dove.
L’adolescenza di Archie è una dimensione parallela, in cui la realtà e l’immaginario si confondono e si tormentano, alla ricerca di un equilibrio. Il ragazzo non ha dubbi. La vita è un film. Non ci si può separare dalla videocamera. Occorre catturare e rimontare i pezzi, proiettarli, spararli alla velocità della luce. Giorno dopo giorno, sempre, almeno fino a quando questo incredibile film non sarà finito. E la fine perfetta non può che essere il suicidio, magari da affrontare al fianco della ragazza amata. L’estremo gesto di rifiuto e rivolta. In questa dimensione i personaggi dei film convivono con quelli ‘reali’, l’immagine si mescola alla carne. Basta un attimo perché lo psicologo (un grande Joe Mantenga ‘indiano’) diventi Morpheus di Matrix. Il cinema è amato, citato, tritato, digerito, ricomposto in un altro senso. E’ dappertutto: si maschera e si nasconde, per saltare fuori all’improvviso… Il cacciatore, Apocalypse Now, Quei bravi ragazzi. segni disseminati qua e là, a tracciare un percorso impossibile. Le immagini non hanno confini, si smarginano e si accumulano, fino a esplodere e a dar vita un altro universo. E’ il big bang originario. Negli occhi e nei cuori.
My SuicideDavid Lee Miller, quindici anni dopo l’horror Breakfast for Aliens, realizza il suo secondo film su commissione della cittadina di Thousand Oaks, California, nel quadro di un progetto di sensibilizzazione sul problema dei suicidi giovanili. E apparentemente sceglie di ‘tradire’: sbanda, devia dalla traccia, per ritornarvi solo alla fine, per strade tortuose. Miller racconta il caos emotivo dell’adolescenza, i suoi giovani soli e malati, nell’unico modo che gli sembra possibile: con un’infinita proliferazione di immagini, usando i mezzi di ripresa, i formati e i materiali più disparati. Forse perché quest’immaginario che ci invade, ci corrode e nutre è davvero come un’adolescenza eterna, una terra di visioni e passioni, illuminazioni e dubbi. Alta definizione e bassa definizione, animazione che contamina la live action, finti documentari e immagini di repertorio, inserti grafici. L’occhio di Miller oscilla tra l’adesione assoluta allo sguardo di Archie e il distacco, in un gioco schizofrenico tra il soggettivo e l’oggettivo, la coincidenza e la dissonanza, l’amore e l’odio. Senza alcun baricentro o punto di riferimento apparente. Proprio come quei ragazzi che sognano di morire, eppure non possono far a meno di riprendersi, agganciarsi a un riflesso, a un’icona, alla vita. Certo, c’è il rischio che il gioco, a lungo andare, mostri i suoi limiti. Epperò, quasi senza accorgersene, questo piccolo, folle film realizza il suo miracolo. Scopre quel punto all’infinito in cui le parallele si toccano. L’incrocio magico tra la testa e il cuore, tra l'esperimento e l'esperienza, l’implacabilità della teoria e l’incontenibile tormento della vita e dell’emozione. Quando Archie si rivolge al suo idolo Vargas, scopriamo il volto dolente e stanco di David Carradine. E’ lui il depositario dell’ultima rivelazione. Un altro stupore, un altro miracolo che ci prende alla gola. Quel che importa è che tutto è immagine. Ogni verità riposa sulla superficie delle cose, il luogo più inaccessibile. il poeta chiede al ragazzo di aprire bene gli occhi. Perché è proprio lì che passa la vita e si cela la salvezza. Suicidarsi significa distogliere gli occhi da sé per rivolgerli all’altro. La fine che prelude alla rinascita.
 
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