"il Vendicatore" di Micheal Oblowitz
"Il vendicatore" si contestualizza subito in un alveo visivo quasi fumettistico, in una concezione dello spazio mai però rigida e definitiva, ma appunto sempre aperta a scivolamenti che non avvengono però all'interno della dimensione narrativa, perché vissuti direttamente nell'hic et nunc della visione.
Dopo le esplosioni dell'interno carcerario di Infiltrato speciale, Seagal torna in un orizzonte mai abitato in precedenza, la Cina, spazzando il set con movimenti fisici sempre più inclini ad azzerare ogni tipo di racconto, per farsi puro movimento acrobatico. Il vendicatore allora si contestualizza subito in un alveo visivo quasi fumettistico (il decor e il taglio dell'inquadratura rimanda direttamente a Romeo non deve morire e a un po' tutti gli ultimi non esaltanti esempi di action movie americano contaminato con schegge orientali), in una concezione dello spazio mai però rigida e definitiva, ma appunto sempre aperta a scivolamenti che non avvengono però all'interno della dimensione narrativa, perché vissuti direttamente nell'hic et nunc della visione. Ci pare insomma che Seagal, diretto da una regista modesto come Oblowitz (incapace di adeguare lo stile videoclip alle esigenze di una forma coerente, a differenza di quello che fa Bay ad esempio), abbia comunque avuto buon gioco nel muoversi senza palla (la storia è fortunatamente un pretesto, con la presenza di Seagal nei panni di un archeologo che pare quasi omaggiare da lontano lo schema iniziale di Indiana Jones), creando una rete di riferimenti incrociati che di fatto lo espongono alle insidie di un set sì artificiale, eppure in grado di concretizzare, come affermato in precedenza, un'assoluta novità per l'attore (in fondo quasi tutte le sue opere richiamano l'idea di un Oriente in effetti mai visto, se non dall'interno di una palestra nell'inizio di Nico). Venute in questo modo meno le esigenze del racconto che permeavano opere come Duro da uccidere e Giustizia tutti i costi, ci troviamo dalle parti di un'azione che macina se stessa, monopolizzando atmosfera e visione, e finendo per imporsi sulla distanza quale rimaneggiamento di un cinema votato alla frizione dei corpi, e al loro frenetico succedersi in un infinito gioco di eliminazione.
Out for a kill
Regia: Micheal Oblowitz
Sceneggiatura: Dennis Dimster, Danny Lerner, Steven Seagal
Fotografia: Mark Vargo
Musiche: Roy Hay
Montaggio: Robert A. Ferretti
Scenografia: Micheal Seymour
Costumi: Rosanna Norton
Interpreti: Steven Seagal (Prof. Burns), Michelle Goh (Tommie Ling), Corey Johnson (Ed Grey), Kata Dobo' (Maya)
Produzione: EMMETT/FURLA FILMS, LUMINOSITY MEDIA, NU IMAGE
Distribuzione: Esse&Bi Cinematografica e Lion Pictures
Durata: 88'
Origine: USA, 2003
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