“The Tree of Life”, di Terrence Malick
Terrence Malick è colpevole d’aver girato The Tree of Life, e la colpa è quella d’aver tentato di dare forma all’implasmabile lutto di cui facciamo finta di non accorgerci da quando la vita cammina su questa Terra, ma che sempre c’accompagna. La ricerca della perfezione ha portato come unica conquista il poter ascoltare un vinile di Mahler mentre si pranza: e il cinema di Malick sembra infestato dalla terribile condanna di non avere adesso più ormai nient’altro da (lasciarci) immaginare
Al di là e al di fuori delle complicatissime architetture che il divino Lubezki innalza per inventare (27 brevetti) i confini del cinema di Malick, che gratta via il gratta dai grattacieli e intende il volto di Sean Penn come architettura tra le architetture, geometria tra le geometrie, e dunque al di là e al di fuori della fascinazione per una macchina immaginifica che lavora a quello stesso vastissimo respiro pulviscolare che ti colpisce quando rivisitando i luoghi e gli spazi amati ed esplorati da bambino li ritrovi oggi infinitamente più piccoli, chiusi e stretti, Terrence Malick è colpevole d’aver girato The Tree of Life.
Come i bambini che giocano con le rane catturate tra gli steli d’erba, legandone una ad un piccolo razzo da sparare e far esplodere in aria: “avrà raggiunto la luna?”, la colpa è quella d’aver tentato di dare forma all’implasmabile lutto di cui facciamo finta di non accorgerci da quando la vita cammina su questa Terra, ma che sempre c’accompagna (l'Infanzia del Grande Romanzo Popolare Americano?). La ricerca della perfezione ha portato come unica conquista il poter ascoltare un vinile di Mahler mentre si pranza: è impossibile non impazzire per la rabbia come Mr O’Brien, se solo uno prova a ragionarci.
Malick è disperata vittima, forse inconsapevole perché distanziatosi volontariamente da quello stesso Mondo che ogni gesto di questo suo film tenta di racchiudere, della stessa lontananza attraverso la quale percepiamo la voce ultratrattata di John Frusciante in quel suo smielato brano trance-pop di qualche anno fa, che andava ripetendo unicamente la frase che da subito pensasti potrebbe racchiudere da sola l’intera missione del Cinema: i’ll know her face a mile away. Riconoscerei il volto di lei ad un miglio di distanza. TheTree of Life è un film che parla di leggere i libri al buio nella propria stanza da letto dopo che ti è stato intimato di spegnere la luce, inquadrando la pagina con il fascio rotondo della torcia, e spingendosi poi a inventare la scena intorno al tuo letto indirizzando il cerchio di luce verso il giaciglio dei fratellini e il vuoto della stanza.
Qui a irradiare è Jessica Chastain, che è forse l’unico vero movimento – ovviamente, di distanza – di un film dolorosamente immobilizzato, in cui il passato non si rianima mai veramente né rivive, quanto viene commemorato come monumento ad un finto fantasma, quello che pensi di scorgere con la coda dell’occhio all’interno di un ricordo magari mai davvero accaduto. Malick è colpevole, ed è anche sconfitto, perché sembra guardare ad una vita e ad una Terra già irrimediabilmente implose: se un dinosauro in CGI inventa il Mondo cercando di schiacciare mortalmente la testa ad un suo simile ma poi lascia perdere e se ne va, incurante, allora davvero abbiamo cominciato dalla Fine, non dall’Inizio dei Tempi.
Viene in mente per conforto e non per confronto la potentissima ri/nascita di una stretta di mano nel finale (?) del vertiginosamente simile e abissalmente opposto Hereafter di Clint Eastwood, il vero film definitivo del decennio appena trascorso: la scintilla che quell’istante faceva scoccare in Eastwood è talmente luminosa, semplice e reale perché coglie quello che Malick per tutto il suo film rincorre vanamente, inseguendo la possibilità di accedere alla Storia facendoci irruzione all’interno di tanto in tanto, pensando che possa bastare per possederla pienamente, mentre The Tree of Life sembra infestato dalla terribile condanna di non avere adesso più ormai nient’altro da (lasciarci) immaginare.
Regia: Terrence Malick
Interpreti: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken
Origine: USA, 2010
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Evidentemente infastidisce il fatto che Malick abbia proprio colpito nel segno. Tutto ciò che riguarda la Vita è ineluttabilmente un fenomeno soggettivo: al di là di ciò il cinema è proprio colpevole del contrario. Cioè si arroga di dover dare per scontata la Vita come cosa non-noiosa e in qualche modo da poterla possedere ... ma neanche di striscio. La Vita, come in The Tree of life, è solo una domanda noiosa, quindi Malick ha "detto" soltanto la verità. La vita è qualcosa di importante solo soggettivamente, come d'altronde si illude lo spettatore, quando vuole essere imboccato da intellettualismi travestiti da fil d'autore. Il Malick di ora, molto più di prima, non è per tutti. Tanto meno per l'autore di questa recensione, che si è illuso di poter adattare il senso comunemente accettato che gli intellettuali hanno dell'esistenza, e non sanno far altro che paragonare tutto alla loro immagine riflessa allo specchio.
Inviato da Blid il 01/01/2012 -
noioso e ripetitivo. un lungo interminabile videoclip.
Inviato da francesca il 11/06/2011 -
Deve essere proprio vero.Il tema(Sinossi) nei film è roba superata.Infatti a Bologna alla cineteca, il film del" divino" Malick per due settimane è stato proiettato al contrario(prima il secondo tempo,poi il primo) e nessun se ne era accorto
Inviato da Ernesto il 08/06/2011 -
’ALBERO DI MALICK
Palma d’oro a Cannes.(The trhee of life)Chi lo ha paragonato a Tarkovskij chi a Kubrick.Noi lo abbiamo trovato solo profondamente Americano. Non Hollyvoodiano.Stiliscamete di alto profilo .Ma noioso.La famiglia come nucleo riproduttivo per giungere a Dio.E la natura che esplode come in un sofisticato documentari o della BBC.
Inviato da Ernesto il 27/05/2011
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