CANNES 64 – “This Must Be the Place”, di Paolo Sorrentino (Concorso)
A impatto, il cinema di Sorrentino sembra cercare un respiro nuovo, più ampio, un’effettiva dilatazione dello sguardo, che si confronti finalmente con il cinema e l’immaginario che si porta dietro e arrivi ad abbracciare, in un colpo solo, due universi lontani. Un progetto ambizioso, anche per via dell’apporto alla sceneggiatura di Umberto Contarello. Ma, superato lo sbandamento, ancora una volta lo sguardo del regista napoletano mostra tutta la sua inadeguatezza, seppur forse di segno diverso rispetto al passato
Da sempre davanti ai film di Paolo Sorrentino, si ha l’impressione di muoversi in una cristalleria. Una collezione di pezzi pregiati eppur fragilissimi, dove l’esibita e compiaciuta complessità della tessitura visiva è assolutamente sproporzionata rispetto all’intima debolezza teorica ed emotiva. Proprio per questo, nell’accostarsi a questo This Must Be the Place, l’atteggiamento non può essere che di cautela, checché se ne dica. E la prima impressione è di sorpresa. Perché a impatto il cinema di Sorrentino sembra cercare un respiro nuovo, più ampio, un’effettiva dilatazione dello sguardo, che si confronti finalmente con il cinema e l’immaginario che si porta dietro e arrivi ad abbracciare, in un colpo solo, due universi lontani. Un progetto ambizioso, anche per via dell’apporto alla sceneggiatura di Umberto Contarello. Un progetto che, comunque, testimonia il desiderio e il coraggio di Sorrentino, non del tutto scontati per un italiano, di immaginare un cinema che vada aldilà dei ristretti limiti di un tranquillo minimalismo o di un realismo di maniera. Ma, superato lo sbandamento, ancora una volta lo sguardo del regista napoletano mostra tutta la sua inadeguatezza, seppur forse di segno diverso rispetto al passato. Un po’ di trama, per i patiti del genere. Cheyenne è una gloria del passato, il leader di una vecchia rock band ancora legato alla sua immagine dark, con tanto di depressione incorporata, quasi fosse un capo di abbigliamento. Ma non confondere la depressione con la noia, come dice giustamente la moglie, la solare Jane (Frances McDormand). Alla morte del padre, ‘rinnegato’ da decenni, Cheyenne parte da Dublino per New York per l’estremo saluto. Qui ritrova le sue radici ebraiche e viene a conoscenza del progetto segreto del padre: vendicarsi dell’ufficiale nazista che era stato il suo aguzzino durante gli anni passati in campo di concentramento. Cheyenne decide di ereditare la missione e intraprende il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, premessa di una necessaria rinascita. Ecco. E’ chiaro sin da
subito. Nonostante questo Robert Smith di seconda categoria, vecchio maledetto rientrato nei ranghi e catatonico, abbia il suo fascino, siamo ancora nel museo delle cere de Il Divo. Cheyenne appare davvero come la versione dark dell’Andreotti di Servillo, un corpo privato di linfa vitale e ingabbiato nelle maglie visive del grottesco a effetto del suo indifferente creatore (basti pensare alle carrellate al supermercato, dove la macchina da presa non segue, ma circonda). Eppure, stavolta, la maschera del personaggio (in cerca di salvatore) sembra cedere, al punto che, nel finale, Sean Penn, spogliatosi delle vesti e degli eccessi attoriali, par quasi fuggire dal suo personaggio, dal suo destino di caricatura, di fantasma che si trascina a fatica nello spazio. Già: lo spazio… perché This Must Be the Place rappresenta la prova del nove del cinema di Sorrentino, da sempre fin troppo innamorato delle sue costruzioni geometriche, solo apparentemente aperte dai continui e sinuosi movimenti di macchina, dai dolly virtuosistici e puramente esornativi che abbondano nei suoi film. Qui il confronto è con l’America, i suoi paesaggi a perdita d’occhio, i suoi luoghi non solo fisici, ma soprattutto immaginari, estesi e smarginati dallo stesso occhio del cinema. E attraversati da un attore mostruoso, nel bene e nel male, come Sean Penn. Di fronte a questi spazi, lo sguardo di Sorrentino mostra, come mai prima, un timore reverenziale, che lo obbliga, per brevi istanti, ad abbassare gli occhi (e la voce) e ad affidarsi, come un bambino, alla meravigliosa fotografia di Bigazzi. E’ questa l’inadeguatezza di segno diverso di cui parlavamo: un’inadeguatezza che trova momenti di tenera semplicità, come nella scena del ping pong o quella, ai limiti della commozione, della canzone dei Talking Heads (!) intonata con il figlio di Rachel. Epperò, chiuse le parentesi, si ritorna allo stile di sempre. Basta un semplice dolly che dal cielo scende giù fino a entrare nell’acqua, in un movimento inutile, ma irresistibile. Ecco cos’è il cinema di Sorrentino. La caduta dei gravi. Il sogno di un volo emozionante, che non può che finire in uno schianto. Gli estetismi e simboli, le deformazioni, prospettiche, caratteriali e umane, si affastellano in un sovraccarico estenuante. E’ la sostanza retorica delle immagini che rende di nuovo tutto fragile: la paternità ricercata e mancata, il peso del tempo, il senso di perdita, il desiderio di rinascita, lo smarrimento, l’immagine, questo cinema.
subito. Nonostante questo Robert Smith di seconda categoria, vecchio maledetto rientrato nei ranghi e catatonico, abbia il suo fascino, siamo ancora nel museo delle cere de Il Divo. Cheyenne appare davvero come la versione dark dell’Andreotti di Servillo, un corpo privato di linfa vitale e ingabbiato nelle maglie visive del grottesco a effetto del suo indifferente creatore (basti pensare alle carrellate al supermercato, dove la macchina da presa non segue, ma circonda). Eppure, stavolta, la maschera del personaggio (in cerca di salvatore) sembra cedere, al punto che, nel finale, Sean Penn, spogliatosi delle vesti e degli eccessi attoriali, par quasi fuggire dal suo personaggio, dal suo destino di caricatura, di fantasma che si trascina a fatica nello spazio. Già: lo spazio… perché This Must Be the Place rappresenta la prova del nove del cinema di Sorrentino, da sempre fin troppo innamorato delle sue costruzioni geometriche, solo apparentemente aperte dai continui e sinuosi movimenti di macchina, dai dolly virtuosistici e puramente esornativi che abbondano nei suoi film. Qui il confronto è con l’America, i suoi paesaggi a perdita d’occhio, i suoi luoghi non solo fisici, ma soprattutto immaginari, estesi e smarginati dallo stesso occhio del cinema. E attraversati da un attore mostruoso, nel bene e nel male, come Sean Penn. Di fronte a questi spazi, lo sguardo di Sorrentino mostra, come mai prima, un timore reverenziale, che lo obbliga, per brevi istanti, ad abbassare gli occhi (e la voce) e ad affidarsi, come un bambino, alla meravigliosa fotografia di Bigazzi. E’ questa l’inadeguatezza di segno diverso di cui parlavamo: un’inadeguatezza che trova momenti di tenera semplicità, come nella scena del ping pong o quella, ai limiti della commozione, della canzone dei Talking Heads (!) intonata con il figlio di Rachel. Epperò, chiuse le parentesi, si ritorna allo stile di sempre. Basta un semplice dolly che dal cielo scende giù fino a entrare nell’acqua, in un movimento inutile, ma irresistibile. Ecco cos’è il cinema di Sorrentino. La caduta dei gravi. Il sogno di un volo emozionante, che non può che finire in uno schianto. Gli estetismi e simboli, le deformazioni, prospettiche, caratteriali e umane, si affastellano in un sovraccarico estenuante. E’ la sostanza retorica delle immagini che rende di nuovo tutto fragile: la paternità ricercata e mancata, il peso del tempo, il senso di perdita, il desiderio di rinascita, lo smarrimento, l’immagine, questo cinema.
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Ora gli spazi difronte ai quali Sorrentino «mostra un timore reverenziale»,e dove il film sembra «Una collezione di pezzi pregiati eppur fragilissimi, dove l’esibita e compiaciuta complessità della tessitura visiva è assolutamente sproporzionata rispetto all’intima debolezza teorica ed emotiva»ed infine riscontrando nel lavoro di Sorrentino« da sempre fin troppo innamorato delle sue costruzioni geometriche, solo apparentemente aperte dai continui e sinuosi movimenti di macchina, dai dolly virtuosistici e puramente esornativi che abbondano nei suoi film» acquistano un altro sapore,conoscendo chi è e dove va Cheyenne .
Inviato da Ernesto il 20/05/2011 -
Ora gli spazi difronte ai quali Sorrentino «mostra un timore reverenziale»,e dove il film sembra «Una collezione di pezzi pregiati eppur fragilissimi, dove l’esibita e compiaciuta complessità della tessitura visiva è assolutamente sproporzionata rispetto all’intima debolezza teorica ed emotiva»ed infine riscontrando nel lavoro di Sorrentino« da sempre fin troppo innamorato delle sue costruzioni geometriche, solo apparentemente aperte dai continui e sinuosi movimenti di macchina, dai dolly virtuosistici e puramente esornativi che abbondano nei suoi film» acquistano un altro sapore,conoscendo chi è e dove va Cheyenne .
Inviato da Ernesto il 20/05/2011
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