"Colpevole d'omicidio", di Micheal Caton-Jones

Caton-Jones arranca nelle retrovie nostalgiche del tempo e si sbilancia interamente nel filmare le tessiture nervose di rapporto mancati e proprio per questi saltellanti da un estremo all'altro del racconto, sempre lacunosi e mirabilmente sospesi.

Tira un'irresistibile aria decadente in quest'ultima meravigliosa opera di Caton-Jones. E' un fatto di spazi, di luoghi non più abitati, di umanità in dissolvenza abitate da umori descrittivi che ce le restituiscono vive per un'ultima, dolorosa volta, come se il cinema potesse davvero trattenere in qualche modo la vita. Si tratta di rappresentare il crocicchio che divide l'immagine di oggi da quella di ieri, provando a dare un'occhiata all'intersezione passato/presente, come Caton-Jones fa nelle prime sequenze in cui ridà letteralmente vita alla sfarfallio luminescente di una Long Beach immersa in un passato non meglio precisato. Appunto perchè solo immaginato forse, visto che subito dopo il teatro degli eventi assume la fisionomia funesta di un luogo squallido, disabitato, fatiscente (eppure sempre di Long Beach si tratta). Si gioca con il passato dunque, per tornare al presente quando però quest'ultimo ci appare come meno preciso, non ben definito, diciamo pure sfocato. Vincent LaMarca vive il presente per praticare il passato, è un poliziotto con un matrimonio fallito alle spalle, e un figlio ventenne che non vede da anni. Il giovane è un drogato, ha un figlio con una giovane cameriera, ma l'assenza del padre nel corso degli anni si è fatta sentire. Viene implicato in un omicidio (uccide nelle prime sequenze un malvivente non bene intenzionato), per poi essere ricercato dalla polizia per un'uccisione di cui però stavolta non ha colpa. Intanto però rivede il padre che si sta peraltro occupando proprio del caso che lo vede coinvolto in prima persona. Ma non è questo ciò che conta. A Caton-Jones non interessa troppo sciogliere i nodi del pettine (si tratta peraltro di un plot ispirato ad un articolo di un certo McAlary), ma di lavorare di cesello sui corpi dei protagonisti (quello vagante e malfermo per la troppa droga assunta del ragazzo, quello deciso fino ad un certo punto e poi oscillante del protagonista, ma anche quello materno e risoluto della brava McDormand), racchiudendo nelle loro esitazioni al movimento lo spirito nascosto di tutta l'opera. Quando un certo cinema ti entra dentro e ti sconvolge, il rispecchiamento dell'essenza in un puntino di luce qualsiasi (e quanta luce drogata / malata / sognata c'è nelle prime sequenze, quasi a fare da contraltare all'oscurità a-programmatica del seguito) provoca emozione ed estasi dello sguardo, quasi a voler cancellare di colpo il germe dell'identificazione e recitare senza più soggetto, in preda ad affettuose convulsioni del cuore. Subito dopo la prima mezz'ora Caton-Jones inizia a perdersi per strada la storia, arranca nelle retrovie nostalgiche del tempo (il rapporto impossibile vissuto col ritmo del salto temporale tra Vincent e il padre giustiziato tanti anni prima sulla sedia elettrica per aver causato senza volerlo la morte di un bambino, comunicazione scandita dal corpo stanco del protagonista che riguarda su un logoro divano le foto di quand'era bambino) e si sbilancia interamente nel filmare le tessiture nervose di rapporto mancati (straordinaria in questo senso la sequenza in cui De Niro / Vincent va a prendere al lavoro la McDormand, trasparenza / previsione fantasmatica della notte scorsesiana di Taxi Driver) e proprio per questi saltellanti da un estremo all'altro del racconto, sempre lacunosi e volutamente sospesi. Ma ancor di più in fondo punteggiati da insostenibili / sublimi inserti melò che mandano all'aria ogni raccordo (basti pensare a che tipo di chiusura narrativa si va incontro) per fissarsi sul campo/  controcampo finale tra padre e figlio assediati dalle forze di polizia locali, direttamente immersi nell'inferno agghiacciante del confronto. Padre e figlio, dunque (De Niro è da manuale di recitazione come il suo solito e qui, se possibile, anche di più, James Franco è una promessa su cui puntiamo senza problemi), due perfetti estranei che la vita ha già messo al tappeto, eppure ancora capaci di lottare, di schierarsi. Di piangere. Caton-Jones spinge il suo cinema alle estreme conseguenze e infuoca in un diluvio di spontaneità raggiante e spudorata quei misteriosi vuoti lasciati come solchi nelle nostre vite, lasciandoci in balia di uno sguardo gettato al di là del mare (il City by the sea del titolo originale, nonché l'ultima immagine). Lambito da tracce d'esistenza che ci appartengono per intero.

 

Titolo originale: City By the Sea
Regia: Micheal Caton-Jones
Soggetto: Micheal McAlary, tratto dall'articolo di Micheal McAlary "Mark of a murderer"
Sceneggiatura: Ken Hixon
Fotografia: Karl Walter Lindenlaub
Montaggio: Jim Clark
Musiche: John Murphy
Scenografia: Jane Musky
Costumi: Richard Owings
Interpreti: Robert De Niro (Detective Vincent Lamarca), James Franco (Joey Lamarca), Eliza Dushku (Gina), Frances McDormand (Michelle), William Forsythe ("Spider"), Drena De Niro (Vanessa Hansen), George Dzundza (Reginald Duffy), Patty Lupone (Maggie)
Produzione: Brad Grey Pictures-Franchise Pictures-Sea Breeze Productions Inc.
Distruzione: Eagle Pictures
Durata: 108'
Origine: Usa, 2003

 

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Sono presenti 1 commenti
 
  1. Sono uno dei pochi in Italia a considerare "City by the sea" un capolavoro.
    Vedo che c'è qualcun altro che la pensa come me.
    Grazie per questa splendida recensione.

    Inviato da Stefano Falotico il 18/04/2011
 

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