Banat – Il viaggio, di Adriano Valerio

Che Adriano Valerio fosse un cineasta da tener d’occhio lo avevamo intuito già dal suo cortometraggio 37°4 S, che la redazione di Sentieri selvaggi aveva molto apprezzato a Cannes 2013.

Fuori dagli schemi del cinema italiano di oggi, forse anche per essere di fatto un regista cosmopolita, visto che vive in Francia e in giro per il mondo da diversi anni, Valerio ci colpì per quello sguardo originale e poetico, fresco e coraggioso, pertanto non si può nascondere che le aspettative per questo suo esordio nel lungometraggio erano piuttosto alte.

E, nei primi minuti, ci sono venuti i brividi (di terrore…): la voce fuori campo di Edoardo Gabriellini, che racconta del personaggio che era arrivato a Bari pieno di speranze ma che ora, disoccupato, era pronto a partire per la Romania si sovrappone alle immagini di repertorio delle nevicata del 1999 e del gol di Cassano all’Inter, quando appunto diciassettenne giocava nella squadra barese. Per un attimo ci siamo sentiti, ancora (complice Gabriellini?) dentro una delle tante commedie che escono ogni anno nei cinema italiani. Maledizione, ci siamo già persi Adriano Valerio? Abbiamo pensato con orrore…

banat il viaggioFortunatamente questa dolorosa sensazione di dejavu è durata pochi secondi. Perché subito Banat (il viaggio) ci ha immersi in una narrazione non convenzionale, dove le voci fuori campo si accavallavano nei campi lunghi e nelle camminate dei due protagonisti, Ivo e Clara (una sorprendente Elena Radonicich), due giovani che si ritrovano nella stessa abitazione, uno in uscita l’altra in entrata…

Ecco che immediatamente ci troviamo di fronte ad un puzzle visivo che sembra fregarsene delle architetture della storia e del tema. Ok ci troviamo a Bari, anno 2015, due trentenni precari di cui uno ormai disoccupato pronto ad emigrare ad est e l’altra in procinto di diventarlo, mentre dentro di se porta un bambino di qualcuno che ha ormai lasciato.

Ma chi se ne frega della storia, del progetto, delle tematiche che servono a riempire i giornali con i “contenuti sociali” di un film. Per fortuna Valerio, che pure ha sperimentato sulla sua pelle queste andate (e ritorno?) della generazione Erasmus, sa affrancarsi immediatamente dalle gabbie contenutistiche del cinema nostrano, lasciando libero il suo cinema di raccontarci una deliziosa e goffa storia d’amore, come non ne vedevamo dai tempi di Corso Salani, il cui cinema sembra ogni tanto trasparire, forse involontariamente, dalle pieghe del film.

stefan velniciuc banatEd ecco i paesaggi gelidi e ghiacciati della Romania, e lo spaesamento visivo, culturale ed emozionale che prende il sopravvento. Ivo finalmente può fare il “lavoro della sua vita” (è un agronomo), ma presto dovrà fare i conti con una realtà piuttosto complicata, dove la crisi e la Storia (il vecchio regime di Ceausescu) hanno determinato regole sociali non sono quelle alle quali era abituato.  Ma tra un ballo con i contadini nel sabato del villaggio, una bevuta con i nuovi amici con i quali lavora, il tempo sembra volare, anche se ogni tanto, guardando il paesaggio invernale desolato Ivo si domanda “ma che ci faccio qui?”.  Non fa in tempo a perdersi nel vuoto dello spaesamento in terra straniera che, a sorpresa, Clara lo raggiunge, riempendogli improvvisamente quel buco nero in cui sembra essersi perduto. E qui il film esplode, come in un melodramma al contrario, dove è la felicità e non il dolore il cuore della storia, che si riempie di giochi del corpo e del cuore, fino a quella canzone (“Ma t’amo, t’amo”) che Clara canta con passione e che il regista rispettosamente sceglie di mostrare fino alla fine. Sono attimi di gelo e di calore che Valerio riesce a raccontare con una delicatezza di sguardo, riuscendo sempre a far vivere il paesaggio dentro i corpi (o viceversa?) dei suoi personaggi.

La realtà però riprende presto il sopravvento. L’azienda dove lavora Ivo entra in crisi, qualcuno dà fuoco alle attrezzature per riscaldare i terreni, la politica, la criminalità, insomma la vita vera si rinfaccia sulle scelte di Ivo, mentre Clara vorrebbe tornare a far nascere il suo bambino nel suo paese. Dallo spaesamento allo smarrimento, non c’è più un posto dove andare né dove tornare, sembra per un attimo raccontarci il film, che si chiude (apre?) con un dolly che ci lascia intravedere il mare. Ma è una mare nero, quello che si intravede, il futuro è tutto da reinventare…

Esordio fulminante, quello di Adriano Valerio, speriamo che resti libero e coraggioso a lungo!

Regia: Adriano Valerio

Interpreti: Edoardo Gabbriellini, Elena Radonicich, Piera Degli Esposti, Stefan Velniciuc, Ovanes Torosyan

Distribuzione: Movimento Film

Durata: 84′

Origine: Italia/Romania/Bulgaria/Macedonia 2015

Un commento

  • Sarà. A me è sembrato uguale a decine di altri film italiani simili. Invoco una moratoria affinché per i prossimi 10 anni il cinema italiano non si occupi più di immigrazione, lavoratori precari/disoccupati e pseudo-crisi esistenziali: non se ne può più, e mi permetto di dire che l’offerta è di gran lunga superiore alla domanda del pubblico