Bella e impossibile. Il nostro ricordo di Carrie Fisher

Non aveva età Carrie Fisher. Neanche ora, a 60 anni, quando è morta, in seguito a un infarto che l’ha colpita sul volo Londra-Los Angeles un quarto d’ora prima dell’atterraggio il 23 dicembre scorso.

Non aveva età Carrie Fisher. Forse era l’icona pop di un’eterna giovinezza in un piameta senza il nostro tempo. Come la sua ultima immagine giovane nel recente Rogue One: A Star Wars Story dove il suo corpo digitale, come quello di Peter Cushing, potrebbe replicarsi anche in futuro. La sua figura vera aveva dato l’illusione di essere invece un improvviso e magico effetto anche in Star Wars VII: il risveglio della forza e forse la darà ancora di più anche nell’episodio VIII che uscirà il 15 dicembre 2017, visto che aveva completato tutte le sue scene – secondo Variety – nel luglio scorso. I segni del tempo si potevano anche vedere ma, con la computer graphic, potevano essere rimodellati ed eliminati. Restavano però gli occhi di Leila. Carrie Fisher’s Eyes. Se si sovrappone l’immagine del film di J.J. Abrams con quello di Gareth Edwards, forse c’è un’illusione. Di una sovrapposizione del suo volto. Diversa e uguale. Bella e impossibile. Come se il tempo non fosse mai passato. Come se restasse l’icona anche delle bamboline di plastica che si erano diffuse con il merchandising dopo l’enorme successo al box office della prima trilogia.

carrie-fisher-rogue-one-a-star-wars-storyNon c’è stata Biancaneve né Cenerentola nel personale immaginario di donne dei sogni da fiabe degli anni ’70. Ma la prima è stata lei, la Principessa Leia, la fata dei desideri. Con l’obiettivo impossibile di incrociarla in un futuro immaginato e lontano. Che ha attraversato tutta la prima trilogia – Guerre stellari (1977) di George Lucas, L’impero colpisce ancora (1980) di Irvin Kerschner e Il ritorno dello Jedi (1983) di Richard Marquand – e ha creato una tale sovrapposizione che non era più difficile scindere l’attrice dal personaggio. Come era accaduto tra Sylvester Stallone e Rocky proprio in quegli anni.

carrie-fisher-the-blues-brothersEra figlia di Hollywood ma da Hollywood è come se avesse sempre voluto scappare. Figlia dell’attrice Debbie Reynolds e del cantante Eddie Fisher (che ha abbandonato la madre quando Carrie aveva due anni per mettersi con Elizabeth Taylor). Il suo primo film, prima della trilogia, è stato Shampoo (1975) di Hal Ashby con protagonisti Warren Beatty e Julie Christie. Ma quella galassia lontana la riproiettava in un’altra dimensione. In un cinema anche per lei diverso, desiderato, lontano da quel mondo dove era cresciuta. Forse per questo ha avuto una vita privata movimentata: il disturbo bipolare scoperto quando aveva 24 anni nel pieno del suo successo, il matrimonio con il cantante Paul Simon durato appena un anno, la breve e intensa storia d’amore con Harrison Ford nata sul set del primo Star Wars quando aveva appena 19 anni. E soprattutto i problemi con la droga. Che l’hanno fatta licenziare dal set di The Blues Brothers (1980) di John Landis, dove ha interpretato l’ex-fidanzata di Jake/John Belushi – perché non riusciva a finire una scena. Eppure quel ruolo rappresenta un’altra folgorante meteora arrivata dallo spazio. Come se il suo personaggio fosse un improvviso fascio di luce che nel film prendeva improvvisamente forma e poi scompariva con il suo personaggio. La stessa impressione l’avevano data anche April in Hannah e le sue sorelle (1986) di Woody Allen, Carol nel bellissimo L’erba del vicino di Joe Dante e Marie (la migliore amica della protagonista) in Harry ti presento Sally (entrambi del 1989) di Rob Reiner e nella terapeuta di gruppo in Austin Powers. Il controspione (1997) di Jay Roach. Senza dimenticare i camei in Scream 3 (2000) di Wes Craven, Jay & Silent Bob…Fermate Hollywood! (2001) dell’amico Kevin Smith (di cui abbiamo pubblicato un suo personale ricordo), dove è una suora, e in Maps to the Stars (2014) di David Cronenberg nei panni di se stessa.

carrie-fisher-mark-hamill-harrison-fordC’era dietro il malessere una specie di spinta di ‘fuga da Hollywood’. Come testimonia il suo rapporto con la madre, raccontato poi nel romanzo semi-autobiografico Cartoline dall’inferno (in originale Postcards from the Edge) pubblicato nel 1987 da cui poi Mike Nichols ha tratto il film omonimo nel 1990 del quale Carrie Fisher ha scritto anche la sceneggiatura. Al centro della storia c’è proprio la difficile relazione tra una madre e una figlia (interpretate rispettivamente da Shirley MacLaine e Meryl Streep), la prima attrice in declino alcolizzata, l’altra con problemi di tossicodipendenza. Ed è lì che Carrie Fisher mette in luce le sue doti di scrittura, facendosi un’ottima fama come ‘script doctor’ dove non era spesso accreditata ma ben pagata; in sostanza metteva a posto quelle sceneggiature di progetti con grossi budget che però presentavano dei problemi. Così ha risistemato, tra gli altri, Hook. Capitan Uncino (1991) di Steven Spielberg, Sister Act. Una svitata in abito da suora di Emile Ardolino e Arma Letale 3 di Richard Donner (del 1992), Last Action Hero. L’ultimo grande eroe (1993) di John McTiernan, The River Wild. Il fiume della paura (1994) di Curtis Hanson, L”amore ha due facce (1996) di Barbra Streisand, lo stesso Scream 3 e Kate & Leopold (2001) di James Mangold. Ma, clamorosamente, ha rimesso le mani sulla scrittura dei primi due episodi della nuova trilogia diretta da George Lucas. Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999) e Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni (2002) e Prima ti sposo poi ti rovino (2003) di Joel Coen. Ed è questa una delle sue mille facce nascoste, sorprendenti. Forse l’altra Hollywood. La stessa anima che gli ha fatto dare il premio a Gianfranco Rosi per Sacro GRA quando faceva parte della giuria presieduta da Bernardo Bertolucci al Festival di Venezia del 2013. Chissà se era d’accordo.