#Berlinale2017 – Colo, di Teresa Villaverde

La crisi corre lungo il fiume. Più che tentare percorsi di fuga, qui i personaggi della Villaverde sembrano lasciarsi andare alla deriva. Mollemente, come accarezzati e trasportati dalle acque del Tago, uno dei grandi protagonisti silenziosi di Colo. Tanto che l’ambientazione principale è la periferia che si affaccia sull’estuario, quindi sull’Estaçao d’Oriente e la Torre Vasco da Gama. Cioè la Lisbona dell’Expo del ’98, quella delle promesse di nuovo sviluppo, la città proiettata nel futuro, aperta al nuovo millennio. Non è certo un caso che Teresa Villaverde scelga questi quartieri per raccontare le vicende di una famiglia messa in ginocchio dalla crisi economica. Quei palazzi di nuova costruzione, lindi, ordinati, anche belli, quelle strade tra il verde, non molto distanti dal fiume e dalle capanne dei pescatori: tutto risponde a logiche di urbanizzazione contemporanee, pulite, razionale, ma tra il progetto è la realtà si apre lo squarcio di uno spazio vuoto. Marta si affaccia dalla finestra della sua stanza e vede poco, squarci di nulla. Suo padre chiama a gran voce dal terrazzo, ma nessuno lo sente. Alla famiglia che si sfalda piano piano perché le fondamenta economiche vengono a mancare, corrisponde l’immagine di una città che pare desertificarsi a cominciare dai limiti esterni. Come fosse terra colpita da siccità, disposta ad essiccarsi quasi al pari di quel pesce messo sotto sale e poi appeso ai fili. Quell’odore si sente dappertutto.

 

colo2È proprio la capacità di raccontare le anime e le vicende dei personaggi in rapporto agli spazi l’aspetto più bello e affascinante di Colo. Quella precisione della Villaverde nel disegnare gli ambienti e il sistema di relazioni che instauriamo in essi e con essi. È sempre questione di disposizioni interne ed esterne. E quindi, a ogni istante, i toni cambiano, le reazioni, gli umori. Persino i colori sembrano cambiare. E il modo di muovere la macchina. C’è l’appartamento, e poi il quartiere. E poi c’è la scuola, il locale dove si suona e ci si butta fuori. E il centro, dove gli altri non sono un miraggio, ma hanno poco volto. Il mare, una serra di fiori e le rive del fiume, il fondo fangoso dell’estuario, la vegetazione che s’intrica e che, perciò, crea altre dinamiche, altre economie, altre ipotesi di vita. Da un lato la Villaverde definisce quasi degli habitat naturali, per cui i personaggi sono perfettamente inseriti nei loro luoghi, addirittura condannati a essi (la cosa di cui si lamentano, in fondo, Marta e la sua amica, è questa immobile ripetizione dei ritmi prestabiliti). D’altro canto, si avverte il senso di uno spiazzamento costante. È un’oscillazione tra la stasi e il nomadismo. Tra la terribile compostezza della normalità e lo sbandamento delle prospettive. Tra il classico e l’underground, tra l’idea del rimanere, del difendere, del far fronte e la tentazione di andare altrove per lasciarsi andare al mistero inquietante del cambiamento.

È una situazione d’emergenza, come in guerra, come quando c’è una malattia, e quando c’è una situazione del genere, le famiglie si stringono e si aiutano. Così dice la madre a Marta. E in effetti, al di là delle fratture, al di là delle durezze vissute e autoinflitte, oltre tutti i comportamenti disfunzionali e folli, i tagli sulle braccia, i secchi in testa, gli scambi di persona, c’è sempre l’idea di una cura solidale tra i personaggi, di una delicatezza che soccorre. Colo è un film gentile, finalmente. In cui le asperità arrivano solo ai primi strati di pelle. Ma questa gentilezza è come una forma di reazione a una lucidità che non lascia scampo. Qui non c’è nessun malato, dice Marta alla madre. E perciò la crisi sta lavorando per erosione, sta scompaginando il piano e mandando a monte gli stati civili. Chi è il marito e chi è la moglie? Chi il padre e chi la figlia? Il mondo fondato sul denaro comincia a sgretolarsi sotto il peso della sua follia. Io odio i soldi, dice Marta… ecco l’intimo che si fa politico, l’individuo che dichiara guerra al sistema. La crisi è anche un principio, apre la voragine verso un altrove. Cosa o chi sia, non è dato saperlo. Può darsi che quell’immagine finale sia ancor più minacciosa di quanto potrebbe apparire. Ma la Villaverde ha attraversato il varco, seguendo la corrente del fiume.

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