#Berlinale2017 – El bar, di Álex de la Iglesia

El bar comincia con un vorticoso piano sequenza che insegue le persone che percorrono la centralissima Plaza Montenses di Madrid. La macchina da presa indugia soprattutto su una donna avvenente che sta parlando al telefono con un’amica. La loro conversazione è interrotta da un’indovina che le offre un oggetto portafortuna in cambio di un’elemosina. L’offerta viene rifiutata senza essere nemmeno ascoltata e l’amuleto viene gettato in strada senza troppo riguardo. La fattucchiera le lancia una maledizione e le annuncia che presto perderà tutti i vantaggi della sua bellezza. Poco dopo, gli eventi la costringeranno a rinunciare ad un appuntamento galante e a gettarsi in un fetido canale fognario con l’impeccabile lingerie che aveva indossato per l’occasione. Allo stesso modo, il maleficio che perseguita quasi tutti i registi horror si è abbattuto da tempo anche su Álex de la Iglesia. Il suo cinema ha iniziato prima del dovuto a girare intorno a sé stesso e ormai se ne ammira soltanto l’involucro. El bar si lascia apprezzare per il virtuosismo a cui la scuola spagnola ha abituato i fan del genere e per una struttura narrativa sin troppo esatta. Il cineasta non ha perso la nozione del ritmo e ha assimilato a memoria la lezione dei grandi classici. Il suo ultimo film ripete lo schema di The Night of the Living Dead di George Romero e di Assault on Precinct 13 di John Carpenter. I clienti di un bar sono le vittime di un’operazione di polizia sotto copertura dopo che il paziente zero di una potenziale epidemia è entrato nel bagno del locale. I protagonisti si chiudono dentro ed iniziano a litigare tra di loro e a lottare per il potere attraverso il controllo dell’unica pistola a disposizione.

el barAlex de la Iglesia non ha perso uno spiccato gusto del grottesco che potrebbe avvicinare El bar ad altre felici gite di piacere come Drag Me to Hell di Sam Raimi. La sua storia di assedio punta su una caratterizzazione sopra le righe di tutti i personaggi allo scopo di rispettare la sua vocazione ludica e sociale. La mancanza di un punto d’accordo tra i sopravvissuti rappresenta una visione della società spagnola e per estensione dell’umanità. Tuttavia, l’appiattimento su delle situazioni già viste mina la credibilità sia nella forma che nella sostanza. La messa in scena non chiarisce quanto di questo conformismo alla formula faccia parte della farsa e quanto invece debba essere preso sul serio. Il dubbio tra la dissacrazione totale e l’analisi accurata rinchiude El bar al terreno dell’esercizio di stile. Il film potrebbe giocare in modo hanekiano sull’ambiguità dei sentimenti che lo spettatore prova verso il barbone che cita le scritture. La penosa empatia della sua condizione di povertà si sarebbe dovuta scontrare di più con il cinico calcolo del suo sacrificio necessario. Alex de la Iglesia prova a portare il pubblico verso lo scomodo arbitrio su chi debba essere ucciso per il bene di tutti ma non insiste mai perché viene distratto da altre preoccupazioni. La definizione di un tipo sociale si abbandona rapidamente alla ricerca di macchiette divertenti ma poco significative.

La compiaciuta esibizione di talento non basta ad assolvere un film che dall’inizio alla fine sembra soltanto un giocattolo fatto su misura di una platea di devoti. Un passatempo purificante che sarebbe comprensibile in una carriera fitta di impegni più ambiziosi e più impegnativi. Invece, il timore è che Álex de la Iglesia non voglia osare oltre a quello che già funziona ed è sulla strada per diventare il Robert Rodriguez europeo.

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